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Art. 646 Codice Penale — Anno 2022

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268 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Misure cautelari personali: furti in farmacia e divieto di dimora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura cautelare del divieto di dimora nei confronti di un'indagata, accusata di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata a commettere ripetute appropriazioni indebite ai danni di una farmacia. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari e della gravità indiziaria, chiedendo una misura meno afflittiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il giudizio di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti già ampiamente analizzati dai giudici di merito. Le misure cautelari personali applicate risultano quindi pienamente giustificate dalla pericolosità sociale del soggetto, desunta dalla sistematicità delle condotte illecite e dalla mancanza di un lavoro lecito, elementi che delineano un vero e proprio stile di vita criminale.
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Allaccio abusivo in condominio: è furto di energia elettrica
Gli Inquilini di un appartamento hanno collegato abusivamente un cavo elettrico alla presa condominiale del corridoio per alimentare la propria abitazione. Inoltre, detenevano banconote false da venti euro. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto di energia elettrica aggravato e detenzione di valuta contraffatta. La difesa sosteneva si trattasse di appropriazione indebita e che il falso fosse grossolano. I giudici hanno chiarito che deviare l'elettricità comune per uso privato costituisce furto e non appropriazione indebita, poiché gli imputati non avevano alcun potere di disposizione su quell'energia. Inoltre, la contraffazione delle banconote non era immediatamente riconoscibile a prima vista, escludendo il reato impossibile. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Rinnovazione dell’istruzione dibattimentale: stop ai ribaltamenti
L'Amministratore di una società era stato accusato di appropriazione indebita per aver trasferito fondi societari a imprese collegate tramite fatture ritenute false. Assolto in primo grado per mancanza di prove sull'intento fraudolento, la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione ai soli fini civili, condannandolo al risarcimento senza però riascoltare i testimoni chiave. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale è obbligatoria anche quando il giudice d'appello riforma una sentenza di assoluzione ai soli effetti civili basandosi su una differente valutazione delle prove testimoniali decisive. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio al giudice civile.
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Appropriazione indebita: condanna per lo spostamento di fondi
Un amministratore di condominio è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per aver spostato, senza autorizzazione, somme di denaro dal conto di un condominio a quello di un altro da lui gestito. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la querela fosse tardiva e che lo spostamento di denaro non costituisse reato in assenza di un suo profitto personale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che lo spostamento non autorizzato di fondi condominiali viola il vincolo di destinazione del denaro, integrando pienamente il reato. Inoltre, la costituzione di parte civile del condominio sana qualsiasi dubbio sulla tempestività della querela dopo le riforme legislative.
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Appropriazione indebita in condominio: condannato l’ex gestore
Un ex amministratore condominiale è stato condannato per il reato di appropriazione indebita per aver trattenuto somme destinate ai fornitori, creando un grave disavanzo di cassa. Il nuovo amministratore ha presentato querela dopo aver scoperto ammanchi e manovre speculative del predecessore per sottrarre i propri beni ai creditori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a due anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che il reato si consuma al momento della cessazione della carica, quando l'amministratore uscente non restituisce le somme ricevute. La querela è stata ritenuta tempestiva poiché il termine decorre da quando la vittima acquisisce piena consapevolezza della malafede e del danno subito.
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Conversione del ricorso in appello: la Cassazione sblocca il caso
Il Tribunale di Firenze dichiarava il non doversi procedere nei confronti dell'Imputato per il reato di appropriazione indebita, escludendo l'aggravante dell'abuso di prestazione d'opera. Il Pubblico Ministero proponeva appello, ma la Corte d'appello lo riqualificava erroneamente come ricorso per cassazione, ritenendo la decisione di natura predibattimentale. La Cassazione, applicando i principi delle Sezioni Unite, ha stabilito che la sentenza di proscioglimento emessa dopo la costituzione delle parti ma prima dell'apertura del dibattimento è appellabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha disposto la conversione del ricorso in appello e ha trasmesso gli atti alla Corte d'appello competente per il giudizio di merito.
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Appropriazione indebita: la condanna resta anche senza querela
Il Liquidatore di una cooperativa ha utilizzato circa diecimila euro del conto societario per scopi esclusivamente personali, lasciando il conto in passivo. Condannato nei primi gradi per il reato di appropriazione indebita aggravata, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva la mancanza di una valida querela e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la costituzione di parte civile dei soci dimostra in modo inequivocabile la volontà di punire il colpevole, sanando ogni eventuale vizio della querela originaria. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione maturata successivamente. Il Liquidatore perde la causa e deve pagare le spese processuali e di risarcimento.
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Appropriazione indebita: il prestito che diventa reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di lesioni, percosse e appropriazione indebita di un rimorchio. Il proprietario aveva consegnato il mezzo in comodato per una settimana, ma l'utilizzatore si era rifiutato di restituirlo, pretendendo di acquistarlo senza però raggiungere un accordo sul prezzo. Al momento della richiesta di restituzione di persona, era nata una violenta lite. La difesa sosteneva l'esistenza di un contratto di compravendita verbale, ma la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione dei fatti spetta solo ai giudici di merito e che l'appropriazione indebita si configura pienamente quando si trattiene un bene ricevuto in comodato oltre i termini concordati.
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Auto trattenuta per finto credito: è appropriazione indebita
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a sei mesi di reclusione per il reato di appropriazione indebita di un'autovettura. L'imputato tratteneva il veicolo sostenendo un presunto diritto di ritenzione, escluso dai giudici poiché privo di un credito certo e liquido verso la persona offesa. La Suprema Corte ha confermato la tempestività della querela, poiché le trattative per la restituzione del mezzo erano proseguite fino a ridosso della denuncia. Sono state inoltre negate le circostanze attenuanti generiche e la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, quest'ultima esclusa implicitamente in base all'elevato valore del veicolo sottratto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Remissione della querela: niente carcere ma paga le spese
L'Imputato era stato condannato in appello a sei mesi di reclusione e trecento euro di multa per il reato di appropriazione indebita aggravata. Durante il giudizio di Cassazione, la difesa ha presentato il verbale di remissione della querela e la relativa accettazione. La Suprema Corte ha rilevato che, a seguito delle riforme legislative, l'appropriazione indebita è diventata procedibile solo a querela di parte. Di conseguenza, la sopravvenuta remissione della querela estingue il reato. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna, ponendo le spese del procedimento a carico dell'imputato in mancanza di un accordo diverso tra le parti.
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Soglia e indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato
Un imprenditore è stato condannato per il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato per aver compensato falsamente contributi INPS dichiarando di aver pagato il TFR alle dipendenti. La Cassazione ha chiarito che la soglia di punibilità di 3.999,96 euro è un elemento costitutivo del reato e va calcolata per singola condotta, non sommando episodi distinti. Di conseguenza, per una dipendente l'importo era inferiore alla soglia e l'imprenditore è stato assolto perché il fatto non sussiste. Per le restanti condotte, il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione. La Corte ha quindi ridotto la confisca a 29.560,46 euro, escludendo la quota relativa alla condotta non punibile.
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Sospensione condizionale della pena: benefici da valutare
Due inquilini sono stati condannati per appropriazione indebita per aver svuotato e sottratto gli arredi dell'appartamento in affitto prima di lasciarlo. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità penale, ritenendo logica la ricostruzione dei giudici di merito. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata concessione dei doppi benefici di legge. I giudici d'appello avevano infatti negato, senza fornire alcuna motivazione, la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziale. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio su questo specifico punto: la Corte d'Appello dovrà rivalutare la concessione dei benefici motivando adeguatamente la decisione, mentre la condanna per il reato resta ormai definitiva.
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Appropriazione indebita: lo zio assolto e il nipote condannato
Il caso riguarda un conflitto familiare in cui L'Amministratore (nipote) accusa Lo Zio di appropriazione indebita per aver trattenuto alcuni beni mobili registrati, fittiziamente intestati alla società del nipote ma acquistati con denaro dello zio. Dopo l'assoluzione in appello dello zio, il nipote si è rivolto alla Cassazione come parte civile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per violazione del principio di autosufficienza, in quanto il ricorrente non ha allegato i documenti e le testimonianze a supporto delle sue contestazioni. Di conseguenza, il nipote perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Documenti aziendali rubati: condanna per appropriazione indebita
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due dipendenti per il reato di appropriazione indebita. I lavoratori si erano impossessati di contratti di fornitura custoditi nella sede aziendale per danneggiare commercialmente l'impresa a proprio vantaggio. La difesa contestava la genericità dell'accusa e chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto o la prescrizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che l'accusa è precisa se indica una categoria omogenea di documenti. Inoltre, l'intento di danneggiare l'azienda esclude la particolare tenuità del fatto. Infine, l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione maturata successivamente alla sentenza d'appello. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: il finto cambio societario non salva
Un amministratore societario stipula un contratto di leasing per dei computer, che vengono consegnati presso la sua residenza. Subito dopo la consegna, l'uomo cede la carica di amministratore a un terzo e trasferisce la sede sociale, omettendo di pagare le rate del leasing e di restituire i beni. Accusato di appropriazione indebita, viene condannato nei primi due gradi di giudizio. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici confermano la condanna evidenziando che il subentro di un nuovo amministratore era solo uno schermo strumentale. Mancando qualsiasi prova del passaggio di consegne dei computer, l'imputato risponde personalmente della mancata restituzione dei beni.
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Appropriazione indebita: condannato lo zio amministratore
Un amministratore di fatto è stato condannato per truffa, falso e appropriazione indebita. L'uomo aveva attivato contratti telefonici falsificando la firma del socio accomandatario e si era impossessato di beni societari, inclusi documenti contabili e attrezzature, rifiutando di restituirli all'amministratore di diritto, suo nipote. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a otto mesi di reclusione e 600 euro di multa. I giudici hanno evidenziato la sussistenza del reato di appropriazione indebita, poiché l'imputato deteneva i beni in virtù del suo ruolo di gestione ma li ha trattenuti indebitamente dopo la formale richiesta di restituzione. Negate le attenuanti generiche per la gravità del danno causato al giovane parente.
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Bancarotta fraudolenta documentale: no alla condanna automatica
L'Amministratore Formale di una società fallita viene condannata per bancarotta fraudolenta documentale. La difesa ricorre in Cassazione evidenziando che la donna era una semplice testa di legno, priva di effettivo controllo sulla gestione aziendale condotta dal padre, e impossibilitata a rientrare in Italia dall'estero. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che la responsabilità penale dell'amministratore formale non è automatica. Per configurare il reato occorre dimostrare l'effettiva consapevolezza e volontà del prestanome rispetto alla falsificazione o alla mancata tenuta delle scritture contabili, non bastando la sola firma sulla carica. La sentenza viene quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Difetto di querela: firma non autenticata cancella il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della parte civile contro la sentenza che escludeva la punibilità dell'imputato per il reato di appropriazione indebita. Il nucleo della decisione riguarda il difetto di querela: l'atto originario era privo di firma autenticata e l'integrazione successiva è stata depositata oltre il termine di novanta giorni, risultando quindi tardiva e inefficace. Inoltre, i giudici hanno escluso l'aggravante dell'abuso di relazioni d'ufficio, poiché non esisteva un rapporto di fiducia diretto tra l'amministratore accusato del reato e la vittima. Di conseguenza, mancando la procedibilità d'ufficio e risultando invalida la querela, l'azione penale non poteva essere proseguita. La parte civile è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale: nulla la condanna
Un professionista, accusato di appropriazione indebita della documentazione fiscale di un cliente, viene assolto in primo grado. La Corte d'appello ribalta la decisione e lo condanna, basandosi sulle dichiarazioni dei testimoni ma senza ascoltarli direttamente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, stabilendo che la riforma di una sentenza assolutoria richiede obbligatoriamente la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale. I giudici di secondo grado avrebbero dovuto ascoltare nuovamente i testimoni decisivi per valutare la loro credibilità prima di ribaltare l'assoluzione. La sentenza viene quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Verbale di udienza batte errore materiale: salvo l’imputato
Il Procuratore Generale impugnava la sentenza con cui il Tribunale dichiarava estinto per remissione di querela il reato di ricettazione (procedibile d'ufficio). Tuttavia, gli atti dimostravano che il Pubblico Ministero aveva modificato l'accusa in appropriazione indebita (procedibile a querela). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il verbale di udienza fa piena prova della modifica dell'imputazione fino a querela di falso. La presenza della sigla del vecchio reato nella sentenza era solo un errore materiale. Di conseguenza, la Cassazione ha corretto l'errore materiale confermando l'estinzione del processo.
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