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Remissione della querela: niente carcere ma paga le spese

L’Imputato era stato condannato in appello a sei mesi di reclusione e trecento euro di multa per il reato di appropriazione indebita aggravata. Durante il giudizio di Cassazione, la difesa ha presentato il verbale di remissione della querela e la relativa accettazione. La Suprema Corte ha rilevato che, a seguito delle riforme legislative, l’appropriazione indebita è diventata procedibile solo a querela di parte. Di conseguenza, la sopravvenuta remissione della querela estingue il reato. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna, ponendo le spese del procedimento a carico dell’imputato in mancanza di un accordo diverso tra le parti.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 1949 Anno 2022
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Pubblicato il 11 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso dell’appropriazione indebita e la remissione della querela

La vicenda giudiziaria trae origine dalla condanna di un cittadino per il reato di appropriazione indebita aggravata. I giudici nei precedenti gradi di giudizio avevano inflitto all’uomo una pena severa, pari a sei mesi di reclusione e trecento euro di multa. L’imputato ha deciso di impugnare la decisione e ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione per contestare la legittimità della condanna. Durante lo svolgimento del giudizio di legittimità, la difesa ha depositato un documento decisivo per le sorti del processo. Si trattava del verbale che attestava la remissione della querela (l’atto formale con cui la vittima revoca la propria denuncia) e la contestuale accettazione da parte dell’imputato. Questo atto ha cambiato radicalmente l’esito del processo penale.

La vittima ha deciso di non voler più perseguire il colpevole e ha formalizzato questa scelta davanti agli ufficiali della Guardia di Finanza. L’accettazione della revoca da parte dell’accusato ha completato l’accordo tra le parti. Questo scenario solleva una questione giuridica fondamentale sulla procedibilità dei reati patrimoniali e sul ruolo della volontà della vittima.

Il cambio delle regole sulla procedibilità dei reati

Il legislatore italiano ha modificato in modo profondo il regime di procedibilità per molti reati contro il patrimonio. In passato, lo Stato perseguiva d’ufficio la maggior parte di questi illeciti, indipendentemente dalla volontà della vittima. Oggi, la legge richiede espressamente la querela della persona offesa per poter avviare e proseguire l’azione penale. Questa importante modifica si applica anche ai procedimenti che erano già in corso al momento dell’entrata in vigore della riforma.

L’appropriazione indebita aggravata rientra pienamente in questa nuova categoria di reati a querela di parte. Se la vittima decide di ritirare la denuncia, lo Stato perde il potere di continuare l’azione penale. La volontà della persona offesa diventa quindi l’elemento centrale per la sopravvivenza del processo stesso. I giudici hanno il dovere di prendere atto di questa volontà in ogni stato e grado del procedimento penale.

Le motivazioni della Cassazione sulla remissione della querela

La Corte di Cassazione ha analizzato con precisione la natura giuridica della querela e della sua successiva revoca. I giudici di legittimità hanno ricordato che la querela possiede una doppia natura, sia sostanziale che processuale. La riforma legislativa ha esteso la procedibilità a querela anche all’appropriazione indebita aggravata da relazioni di prestazione d’opera o di ufficio.

La sopravvenuta remissione della querela comporta l’obbligo assoluto per il giudice di dichiarare la non procedibilità dell’azione penale. Questo obbligo deriva direttamente dalle norme generali del codice di procedura penale. I giudici della Suprema Corte hanno verificato la validità formale dei verbali presentati dalla difesa dell’imputato. I documenti erano stati redatti correttamente davanti alla polizia giudiziaria competente. Non emergevano altre circostanze aggravanti speciali che potessero rendere il reato procedibile d’ufficio. Di conseguenza, la Corte ha dovuto dichiarare l’estinzione del reato per carenza di una condizione di procedibilità.

Le conclusioni dei giudici sul caso specifico

La Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dall’imputato e ha annullato senza rinvio (ha cancellato definitivamente senza un nuovo processo) la sentenza di condanna. Il reato si è estinto definitivamente grazie alla remissione della querela. Questa importante decisione cancella ogni effetto penale della precedente condanna e chiude il caso.

Tuttavia, la decisione comporta anche una precisa conseguenza economica per il soggetto accusato. La legge stabilisce che le spese del procedimento penale gravano sul querelato (il soggetto denunciato che ha accettato la remissione). Questa regola si applica sempre, tranne nel caso in cui le parti abbiano raggiunto un accordo diverso e lo abbiano formalizzato. Nel caso in esame, non esisteva alcun accordo scritto sulla ripartizione dei costi del processo. Per questo motivo, i giudici hanno condannato l’imputato al pagamento delle spese processuali. L’imputato evita la reclusione e la multa, ma deve comunque farsi carico dei costi economici del processo.

Cosa succede se la vittima ritira la querela per appropriazione indebita?
Il reato si estingue e il giudice deve dichiarare il non doversi procedere, annullando la condanna.

Chi deve pagare le spese del processo in caso di remissione della querela?
Le spese processuali sono a carico del querelato, cioè dell’imputato, a meno che le parti non abbiano concordato diversamente.

L’accettazione della remissione della querela è obbligatoria?
Sì, per produrre l’estinzione del reato la remissione deve essere accettata dall’imputato, il quale potrebbe preferire un’assoluzione nel merito.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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