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Art. 646 Codice Penale — Anno 2026

164 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Mandato di arresto europeo: tra presunta truffa e consegna reale
L'Autorità giudiziaria austriaca ha emesso un mandato di arresto europeo nei confronti di un trasportatore accusato di truffa e appropriazione indebita per finti trasporti di alluminio con un danno superiore a 175.000 euro. La Corte d'Appello ha autorizzato la consegna all'estero dell'imputato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata traduzione integrale degli atti, l'insussistenza della doppia incriminazione e l'omessa valutazione di documenti attestanti lo scarico della merce. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarificando che la traduzione già presente negli atti era completa e che il giudice italiano non deve valutare la gravità degli indizi di colpevolezza, compito spettante esclusivamente al giudice straniero. Di conseguenza, la consegna dell'imputato è stata confermata.
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Risarcimento danni e prescrizione del reato: la condanna civile
Un dipendente accusato di appropriazione indebita viene assolto in primo grado perché il fatto non sussiste. La società danneggiata e il pubblico ministero impugnano la decisione. La Corte d'Appello dichiara la prescrizione del reato, ma condanna comunque l'imputato al risarcimento dei danni in favore dell'azienda. L'uomo ricorre in Cassazione sostenendo che senza una condanna penale precedente il giudice non potesse decidere sui danni. La Suprema Corte rigetta il ricorso: l'impugnazione della parte civile permette al giudice di verificare la responsabilità civile anche se il reato si è estinto. Viene così confermato l'obbligo di risarcimento danni e prescrizione del reato a carico del responsabile.
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Furto di beni condominiali: l’inquilino rischia la condanna
Un inquilino si è impossessato dei pluviali in rame installati sul tetto dell'edificio condominiale in cui abitava in affitto. Il giudice di primo grado lo aveva assolto, qualificando l'azione come semplice sottrazione di cose comuni, fattispecie non più prevista dalla legge come reato. La Procura Generale ha proposto ricorso in Cassazione contro l'assoluzione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la sentenza. I giudici hanno chiarito che l'affittuario non è comproprietario delle parti comuni. Di conseguenza, staccare beni infissi all'edificio integra l'ipotesi di furto di beni condominiali o di appropriazione indebita, ma mai una condotta depenalizzata. La causa torna al Tribunale per ricostruire le modalità del fatto e applicare la corretta sanzione penale.
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Appropriazione indebita: quando la querela salva l’imputato
Un amministratore societario è stato accusato del reato di appropriazione indebita per il mancato versamento di oltre 160.000 euro di premi assicurativi alla società mandante. La difesa ha sostenuto l'invalidità della querela per tardività e difetto di legittimazione, escludendo la procedibilità d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il reato non diventa procedibile d'ufficio per la sola presenza dell'aggravante dei rapporti d'agenzia o abuso di relazioni d'ufficio. Secondo l'articolo 649-bis del codice penale, la procedibilità d'ufficio richiede aggravanti ad effetto speciale o la condizione di incapacità della vittima. La Suprema Corte ha pertanto annullato la sentenza di condanna e rinviato il caso alla Corte d'Appello per verificare la tempestività e validità della querela.
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Appropriazione indebita: la remissione cancella la condanna
Un imprenditore subisce una condanna nei primi gradi di giudizio per il reato di appropriazione indebita di apparecchiature informatiche concesse in leasing. L'accusa contestava la mancata restituzione dei beni nei termini stabiliti dopo la risoluzione del contratto. L'imprenditore propone ricorso in Cassazione. Egli dimostra di non aver mai voluto trattenere i beni come propri, avendoli messi a disposizione della società di leasing in un deposito aziendale comunicato via PEC. Prima della decisione sui motivi del ricorso, la società di leasing presenta formale remissione della querela e l'imputato accetta la rinuncia. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del reato per intervenuta remissione di querela e annulla la condanna, ponendo le spese del procedimento a carico dell'imputato.
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Querela per appropriazione indebita e il ruolo del sindacato
Un rappresentante sindacale è stato indagato per il reato di appropriazione indebita per aver impiegato la carta di credito dell'associazione per scommesse personali. A seguito del sequestro della carta, il Tribunale ha annullato la misura per mancanza di una valida querela, in quanto presentata da dirigenti periferici e non dal legale rappresentante dell'ente. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'inerzia del rappresentante abilitasse i singoli associati ad agire. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, chiarendo la disciplina della querela per appropriazione indebita: nelle associazioni non riconosciute i singoli iscritti non detengono quote del patrimonio comune e non sono persone offese dirette. Pertanto, senza la querela del legale rappresentante, l'azione penale non può proseguire.
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Appropriazione indebita del condominio: condanna e prescrizione
L'Amministratore di un immobile è stato condannato per l'appropriazione indebita del condominio relativa a una somma superiore a tremila euro incassata e mai restituita. La difesa ha sostenuto che il denaro servisse per pagare le utenze elettriche dell'edificio, presentando ricevute di pagamento durante il giudizio di appello svolto in forma scritta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che i documenti prodotti in appello senza garantire il contraddittorio alla parte pubblica sono del tutto inutilizzabili. Inoltre, la prescrizione del reato inizia a decorrere soltanto dal momento della cessazione ufficiale dalla carica dell'amministratore. L'ex gestore deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito: annullato il doppio reato
L'Imputata è stata condannata nei gradi di merito per truffa, appropriazione indebita e indebito utilizzo di carte di credito a seguito di prelievi non autorizzati dal conto di un'anziana. La difesa ha ricorso in Cassazione invocando il consenso della persona offesa e chiedendo l'assorbimento dei reati. La Suprema Corte ha chiarito che l'eventuale consenso del titolare non elimina il reato di indebito utilizzo di carte di credito, in quanto la norma tutela anche la sicurezza del sistema dei pagamenti. Tuttavia, la Cassazione ha annullato la condanna per appropriazione indebita perché chi effettua prelievi illeciti ottiene solo la detenzione temporanea e non il possesso del denaro. Il fatto per questo reato non sussiste e la pena dovrà essere rideterminata.
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Imputazione coatta illegittima: la Cassazione annulla l’ordine
Un Giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di archiviazione per un reato di appropriazione indebita a carico di ignoti. Contestualmente, il giudice ha ordinato sia l'iscrizione del nome di un cittadino nel registro dei sospettati, sia la diretta imputazione coatta nei suoi confronti. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione denunciando l'illegittimità del provvedimento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può disporre l'imputazione coatta verso chi non ha mai assunto prima la qualità di indagato. Tale scelta limita i diritti di difesa e invade le competenze dell'accusa. La Cassazione ha annullato la decisione, disponendo la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero per le opportune indagini.
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Circonvenzione di incapace e sequestro annullato in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del sequestro cautelare per oltre un milione di euro disposto nei confronti di un'indagata. L'accusa principale riguardava il reato di Circonvenzione di incapace ai danni di una parente anziana, unita alle contestazioni di appropriazione indebita e autoriciclaggio. Il Tribunale del Riesame aveva revocato il vincolo: le ipotesi circonvenzionali erano prescritte, le appropriazioni indebite improcedibili per mancanza di querela e l'autoriciclaggio privo della motivazione sul pericolo di dispersione dei beni. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso contestando soltanto la riqualificazione dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione per carenza di interesse. Poiché l'accusa non ha contestato l'assenza di motivazione sul pericolo, l'eventuale vittoria sulla qualificazione del reato non avrebbe comunque consentito di ripristinare il sequestro. Il denaro rimane dunque sbloccato.
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Querela per appropriazione indebita: il socio può denunciare
Il Presidente e la tesoriera di un'associazione sportiva sono stati accusati di aver sottratto denaro dal patrimonio sociale mediante bonifici e prelievi privi di causale. Il Vicepresidente dell'associazione ha presentato una querela per appropriazione indebita. Il Tribunale di merito ha inizialmente annullato le perquisizioni, sostenendo che il singolo associato non avesse diritto di sporgere denuncia per reati ai danni dell'ente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica. I giudici supremi hanno stabilito che anche il singolo socio possiede un interesse economico e giuridico alla tutela del patrimonio comune. Quando il legale rappresentante è l'autore del reato, l'associato ha la piena facoltà di sporgere querela. Il procedimento dovrà essere riesaminato dal Tribunale.
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Rideterminazione della pena: la Cassazione frena i ricorsi
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo della sanzione inflitta per il reato di appropriazione indebita. La difesa lamentava la mancata osservanza dei principi stabiliti dalla Corte Costituzionale sul minimo edittale e dalla precedente sentenza di rinvio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha ribadito che la rideterminazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, purché adeguatamente motivata in base agli articoli 132 e 133 del codice penale. Di conseguenza, la quantificazione eseguita dai giudici di secondo grado non si può contestare in sede di legittimità se priva di illogicità o arbitrio. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Appropriazione indebita: la Cassazione respinge la difesa
Una dipendente aziendale ha subito una condanna ad un anno di reclusione per il reato di appropriazione indebita. La donna ha utilizzato indebitamente somme e rimborsi spettanti alla società datrice di lavoro. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, l'attendibilità dei testimoni e il mancato accoglimento della richiesta di riaprire l'istruttoria nel processo d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la Cassazione valuta soltanto la legittimità e la logicità della motivazione, senza poter riesaminare le prove o sostituire la propria valutazione a quella dei giudici di merito. La condannata deve quindi pagare le spese processuali, la sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende e le spese di difesa della parte civile.
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Impugnazione ordinanza di archiviazione: no al ricorso diretto
Un disponente di beni ha presentato querela contro l'amministratore del patrimonio per il reato di appropriazione indebita. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha disposto l'archiviazione, ritenendo il denunciante privo della legittimazione a sporgere querela. La persona offesa ha quindi proposto l'impugnazione ordinanza di archiviazione direttamente in Corte di Cassazione, sostenendo l'anomalia gravissima del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. I giudici hanno chiarito che le decisioni di archiviazione non si possono impugnare direttamente in Cassazione, ma devono essere contestate tramite reclamo al Tribunale monocratico. Inoltre, l'atto impugnato non presenta alcuna gravezza straordinaria o blocco del processo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: il ricorso bocciato costa 3000 euro
L'Imputato è stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di appropriazione indebita. L'uomo ha presentato ricorso in Corte di Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti compiuta dai giudici e richiedendo una nuova valutazione delle prove raccolte. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno ricordato che non rientra nei loro poteri rileggere i fatti o sostituire la propria valutazione a quella dei giudici di merito, purché la motivazione della sentenza risulti logica e priva di vizi giuridici. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Appropriazione indebita: trattenere l’incasso non è compensazione
Un collaboratore aziendale ha incassato somme dai clienti e le ha trattenute indebitamente per compensare presunti crediti vantati verso la società. L'uomo sosteneva di vantare compensi sulla base di un decreto ingiuntivo mai notificato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di appropriazione indebita. I giudici hanno chiarito che non è lecito auto-risarcirsi trattenendo l'incasso dei clienti se il proprio credito è contestato, non liquido e il contratto non prevede la compensazione automatica. Inoltre, la Corte ha riconosciuto la gravità del danno patrimoniale arrecato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del collaboratore al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Vendita con riserva di proprietà e sequestro del bene venduto
Un imprenditore individuale acquista un mezzo agricolo tramite una vendita con riserva di proprietà. L'accordo prevede il pagamento dilazionato del prezzo. Senza completare i pagamenti, l'imprenditore cede il bene a una società agricola di cui è rappresentante. Il giudice dispone il sequestro del bene ravvisando il reato di appropriazione indebita. La società ricorre sostenendo l'acquisto in buona fede e l'assenza della riserva di dominio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici confermano che l'imprenditore non ha mai acquistato la proprietà. Di conseguenza, la vendita con riserva di proprietà impedisce il trasferimento del bene a terzi e giustifica il vincolo cautelare.
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Appropriazione indebita: l’uso illecito della carta carburante
Un dipendente aziendale risponde del reato di appropriazione indebita per l'uso illecito delle schede carburante dell'azienda. Le immagini della videosorveglianza confermano i rifornimenti abusivi. Il lavoratore impugna la condanna in Cassazione chiedendo la rivisitazione delle prove, il riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile perché ripropone motivi già respinti in appello. I giudici escludono la tenuità del fatto per la condotta reiterata, i precedenti specifici e l'abuso del rapporto fiduciario. La sospensione della pena viene negata poiché il lavoratore ha commesso i fatti dopo una prima condanna sospesa. Il dipendente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Remissione di querela: l’estinzione del reato in Cassazione
L'Imputato, condannato per il reato di appropriazione indebita, ha presentato ricorso in Cassazione evidenziando la sopravvenuta remissione di querela. La Persona Offesa ha infatti ritirato la denuncia prima della scadenza dei termini per l'impugnazione, e L'Imputato ha regolarmente accettato tale scelta. La Corte di Cassazione ha ritenuto ammissibile il ricorso proposto al solo scopo di introdurre nel processo l'accordo estintivo. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto. Le spese del procedimento sono state poste a carico dell'Imputato come previsto dalla legge.
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Reato di peculato e stipendi duplicati: la Cassazione annulla
La dipendente di una società partecipata pubblica, incaricata della gestione dei rifiuti, si è appropriata di circa 71.000 euro duplicando i propri stipendi tramite pagamenti bancari online. I giudici di merito l'avevano condannata per reato di peculato ritenendo la natura pubblica dell'ente. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che la semplice gestione interna delle buste paga ha rilievo privatistico e non conferisce la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Il fatto costituisce appropriazione indebita, ormai estinta per prescrizione.
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