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Art. 133 Codice Penale — Sezione Sesta Penale

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628 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Auto già sequestrata ma denunciata rubata: è reato di calunnia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia nei confronti di un uomo che aveva denunciato il furto della propria auto pur sapendo che questa era stata fermata dai Carabinieri con a bordo un conoscente. L'imputato sosteneva l'insussistenza del reato poiché il veicolo era già sotto il controllo dei militari al momento della denuncia, configurando un reato impossibile. I giudici hanno invece ribadito che il reato di calunnia è un reato di pericolo: per la sua consumazione basta la falsa incolpazione idonea a far avviare indagini contro un innocente, a prescindere dal fatto che l'auto fosse già stata recuperata dalle forze dell'ordine.
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Reato di evasione: l’androne condominiale costa la condanna
L'Imputato, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, viene sorpreso nell'androne condominiale adiacente al parcheggio esterno del proprio palazzo. Accusato del reato di evasione, viene condannato in primo e secondo grado a un anno di reclusione. L'Imputato propone ricorso in Cassazione lamentando l'eccessività della pena, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, se le richieste di attenuanti o di non punibilità sono formulate in modo generico nell'atto di appello, il giudice non ha l'obbligo di motivare dettagliatamente il loro diniego. Di conseguenza, la condanna viene confermata e l'Imputato deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Confisca di beni: quando lo spaccio è certo ma manca il nesso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un uomo condannato per detenzione di 1,4 kg di marijuana. L'imputato contestava la gravità della pena e la confisca di beni (un monitor, un telefono e del denaro), ritenendo assente il legame tra questi oggetti e l'attività illecita. La Suprema Corte ha confermato la condanna e la pena, evidenziando la gravità del fatto, dimostrata anche da un sofisticato sistema di videosorveglianza. Tuttavia, ha accolto il ricorso limitatamente alla confisca di beni, poiché i giudici d'appello non avevano motivato la relazione tra tali oggetti e il reato. La sentenza è stata quindi annullata parzialmente, con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame su questo specifico punto.
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Interdizione dai pubblici uffici: stop a sanzioni automatiche
Due imputati hanno concordato in appello la pena per il reato di intralcio alla giustizia, ma il giudice ha confermato automaticamente l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione contestando la durata della sanzione accessoria. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene la sanzione sia applicabile anche per pene inferiori a tre anni, il giudice non può applicarla in modo automatico. La sentenza è stata annullata con rinvio per una nuova determinazione motivata della durata della sanzione.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condannata la fuga contromano
Il conducente di un ciclomotore, dopo non essersi fermato all'alt della polizia, fuggiva a forte velocità e contromano, mettendo a rischio gli agenti e gli utenti della strada. Condannato in appello per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la fuga non è una condotta neutra se attuata con modalità stradali pericolose che integrano la violenza richiesta dalla norma. Inoltre, la Corte d'appello non doveva riaprire l'istruttoria poiché la riforma della precedente assoluzione derivava da un mero errore di diritto del primo giudice e non da una diversa valutazione delle testimonianze.
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Esercizio abusivo della professione: smascherato il finto medico
Un amministratore di una società privata ha eseguito numerosi tamponi COVID-19 e prelievi sierologici su cittadini durante la pandemia, pur non essendo né medico né infermiere. L'uomo si faceva passare per medico per vanità e per promuovere la propria attività commerciale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di esercizio abusivo della professione. I giudici hanno chiarito che l'esecuzione di tamponi nasofaringei e prelievi è un atto sanitario riservato a personale abilitato, escludendo che la situazione emergenziale potesse giustificare l'operato dell'imputato come stato di necessità. L'appello è stato quindi rigettato, confermando la sanzione pecuniaria sostitutiva.
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Applicazione della recidiva: l’evasione costa cara al detenuto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione per il reato di evasione. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva specifica e reiterata, sostenendo che i giudici di merito avessero presunto la sua maggiore pericolosità sociale senza un reale accertamento. La Suprema Corte ha chiarito che l'applicazione della recidiva e la valutazione della pericolosità del reo costituiscono accertamenti di fatto riservati esclusivamente al giudice di merito. Poiché la decisione precedente era logicamente motivata, evidenziando come l'evasione fosse avvenuta nonostante i permessi lavorativi concessi, la Cassazione non può procedere a un nuovo esame. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: espulsione confermata per il reo
L'Imputato, condannato per reati di droga tramite patteggiamento, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'ordine di espulsione dall'Italia e la mancata pronuncia di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge e non permette di contestare la mancata applicazione delle cause di proscioglimento. Inoltre, la Corte ha confermato la legittimità dell'espulsione dello straniero: la pericolosità sociale è stata correttamente desunta dalla reiterazione dei reati, dalla violazione di precedenti misure cautelari e dalla mancanza di un lavoro stabile. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Peculato in ricevitoria: condanna certa ma la pena si riduce
Una concessionaria di una ricevitoria del lotto è stata condannata per il reato di peculato per non aver versato all'Erario oltre tredicimila euro di incassi. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale, ma ha accolto il ricorso della difesa su due punti cruciali. I giudici di appello hanno infatti sbagliato a negare le attenuanti generiche basandosi sul silenzio dell'imputata durante il processo, che costituisce un legittimo diritto di difesa. Inoltre, la sentenza impugnata ha omesso di sottrarre dalla somma da confiscare i duemila euro che la donna aveva già restituito spontaneamente dopo il reato. La Cassazione ha quindi annullato la decisione limitatamente alla pena e alla confisca, disponendo un nuovo calcolo favorevole alla ricorrente.
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Fondi migranti: Onlus e associazione a delinquere smascherate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per il reato di associazione a delinquere e truffa aggravata. Gli imputati avevano costituito diverse Onlus e cooperative fittizie al solo scopo di aggiudicarsi appalti pubblici indetti dalle prefetture per l'accoglienza dei migranti. Attraverso la presentazione di documenti incompleti, false fatturazioni e triangolazioni societarie, il gruppo drenava sistematicamente fondi pubblici per scopi personali. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale dei ricorrenti, evidenziando come la partecipazione al sodalizio criminoso fosse provata da intercettazioni telefoniche e flussi finanziari ingiustificati. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese processuali e delle spese di difesa a favore del Ministero dell'Interno.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: i complici valgono come testimoni
Tre cittadini sono stati condannati per resistenza a pubblico ufficiale, e una di loro anche per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione del beneficio della non menzione della condanna. La donna, inoltre, sosteneva che non vi fosse la prova della presenza di almeno due persone estranee al momento delle offese. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi. Ha chiarito che per l'oltraggio a pubblico ufficiale basta la presenza di altre persone non coinvolte nel reato, compresi i coimputati non accusati di quel reato specifico. Ha inoltre confermato il diniego della non menzione, poiché due imputati avevano già precedenti condanne e la donna mostrava una gravità della condotta incompatibile con il beneficio. I ricorrenti hanno perso la causa e devono pagare le spese processuali.
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Tentata concussione: se il controllo dei vigili diventa minaccia
Un funzionario della polizia locale, d'intesa con un consigliere comunale, ha cercato di costringere un imprenditore a rinunciare alla sua concessione per un posteggio commerciale, per cederlo ai parenti del politico. La pressione si è concretizzata in controlli amministrativi quotidiani e pretestuosi e in espliciti avvertimenti verbali. La vittima ha resistito, configurando così l'ipotesi di tentata concussione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del funzionario, confermando la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che la concussione può realizzarsi anche tramite minacce implicite o velate, senza necessità di una violenza esplicita, qualora la vittima sia posta di fronte all'alternativa tra subire un danno ingiusto o cedere alla richiesta del pubblico ufficiale, senza ricevere alcun vantaggio personale.
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Rissa e violenza: negata la particolare tenuità del fatto
L'Imputato è stato condannato per rissa aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sostenendo che i giudici avessero valutato erroneamente la sua condotta successiva e applicato norme incostituzionali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene la norma ostativa per la resistenza sia stata dichiarata incostituzionale, il diniego della particolare tenuità del fatto è giustificato dalla concreta gravità dell'azione. L'Imputato, infatti, ha mostrato un'elevata aggressività, tentando di colpire i rivali e aggredendo fisicamente le Forze dell'Ordine intervenute per sedare la rissa. Di conseguenza, l'offesa non può considerarsi di lieve entità.
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Particolare tenuità del fatto: negata con 19 dosi di droga
L'Imputato è stato condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, avendo addosso e a casa circa 25 grammi di hashish suddivisi in 19 dosi. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo di droga sequestrato e la sua suddivisione in numerose dosi escludono la particolare tenuità del fatto, evidenziando una condotta non inoffensiva. Inoltre, la presenza di un precedente penale giustifica il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Efficacia drogante: condanna anche sotto la soglia minima
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a carico di un soggetto trovato in possesso di marijuana e hashish. L'Imputato sosteneva che il basso livello di principio attivo della marijuana, pari allo 0,38% e inferiore alla soglia ministeriale, escludesse il reato e dimostrasse l'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che per la punibilita rileva l'effettiva efficacia drogante della sostanza, capace di produrre effetti psicotropi anche in dosi inferiori alla media singola. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la pena e condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo che non si può impugnare
Gli Imputati avevano concordato l'applicazione della pena con il Giudice per le indagini preliminari per reati di droga ed estorsione. Successivamente, hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la carenza di motivazione sul proscioglimento e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la sentenza di patteggiamento richiede una motivazione semplificata, limitata alla verifica della correttezza del fatto, della qualificazione giuridica e dell'assenza di cause di proscioglimento immediato. Inoltre, contro la sentenza di patteggiamento non è possibile contestare la misura della pena per motivi di discrezionalità, ma solo l'illegalità della stessa. Di conseguenza, gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: obbligatoria la verifica del giudice
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di patteggiamento con cui il Giudice per le indagini preliminari ha condannato Il Cittadino Straniero a quattro anni di reclusione per reati di droga, omettendo però di disporre l'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per i reati in materia di stupefacenti l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione è obbligatoria, a condizione che il giudice accerti in concreto la pericolosità sociale del condannato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata decisione sulla misura di sicurezza, rinviando gli atti al giudice di merito per effettuare questa specifica valutazione.
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Tentata concussione: la trappola del tecnico e del funzionario
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata concussione nei confronti di un professionista privato che, in concorso con il responsabile dell'ufficio tecnico comunale, ha cercato di costringere un commerciante ad affidargli un incarico professionale da 10.000 euro per una sanatoria edilizia. I complici avevano minacciato il sequestro dei locali e la chiusura dell'attività commerciale in caso di rifiuto. La Suprema Corte ha ribadito che si tratta di tentata concussione e non di induzione indebita, poiché la vittima è stata posta di fronte all'alternativa di subire un danno ingiusto (la perdita della propria attività) o pagare l'utilità richiesta, subendo una grave limitazione della propria libertà di scelta. Il ricorso del professionista è stato rigettato.
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Truffa e particolare tenuità del fatto: la recidiva nega il beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa. L'imputato lamentava la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti per il danno di 350 euro. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa in presenza di un comportamento abituale, dimostrato da due precedenti condanne specifiche per lo stesso reato. Inoltre, un danno economico di 350 euro non può considerarsi di valore irrisorio. Infine, la spiccata propensione a delinquere dell'imputato giustifica il rifiuto di sostituire la pena detentiva con una sanzione pecuniaria. Di conseguenza, la condanna a sei mesi di reclusione è stata confermata con l'aggiunta delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: condannato anche chi spaccia al minuto
Quattro imputati sono stati condannati per partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso. I ricorrenti hanno contestato i loro ruoli di organizzatori, l'applicazione dell'aggravante e la stabilità della partecipazione di uno dei membri, attiva solo per tre settimane. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ruolo di organizzatore prescinde dallo spaccio al dettaglio e che la brevità della condotta non esclude il reato associativo se esiste una struttura collaudata. L'aggravante mafiosa è valida poiché il gruppo si riforniva in via esclusiva dal clan, versando parte dei proventi. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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