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Art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002 — Sezione Seconda Civile

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Altri anni per Art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002

Appalto privato: validità richiamo norme pubbliche
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di appalto privato per la ristrutturazione di una villa, in cui il contratto richiamava la normativa sui lavori pubblici. La società appaltatrice, non avendo formulato tempestivamente le proprie riserve secondo tali norme, ha perso il diritto a un maggior compenso. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il richiamo a normative esterne in un contratto negoziato tra le parti è legittimo e non necessita della specifica approvazione per iscritto prevista per le clausole vessatorie, a meno che non si dimostri che si tratti di un contratto standard predisposto da una sola parte per una serie indefinita di rapporti.
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Contratto preliminare cosa futura: quando è valido?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 10230/2025, ha confermato la validità di un contratto preliminare di cosa futura per un immobile da costruire. La Corte ha stabilito che, per l'esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c., non è necessaria l'identificazione catastale del bene nel preliminare, ma è sufficiente che l'oggetto sia determinabile tramite criteri inequivocabili (come ubicazione, dimensione e prezzo), anche se la scelta specifica dell'unità immobiliare è rimessa all'acquirente.
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Contratto d’appalto in famiglia: sì, anche senza impresa
La Corte di Cassazione ha stabilito che la costruzione di un immobile, commissionata da un familiare, va qualificata come contratto d'appalto e non come semplice aiuto, anche in assenza di un accordo scritto e di formale iscrizione dell'esecutore come impresa. La decisione si basa sull'entità dell'opera e sull'organizzazione dei lavori, riconoscendo il diritto dell'esecutore a un corrispettivo adeguato al valore dell'opera realizzata.
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Preliminare di vendita: le conseguenze della risoluzione
Un promissario acquirente ha ricevuto un immobile prima della vendita definitiva tramite un preliminare di vendita. A seguito della risoluzione dell'accordo, la Corte di Cassazione ha confermato che l'acquirente deve versare un'indennità per l'intero periodo di utilizzo, a partire dalla data della stipula del contratto. La Corte ha chiarito che il preliminare di vendita con consegna anticipata è un contratto misto e la sua risoluzione ha effetti retroattivi, imponendo la restituzione non solo dell'immobile ma anche dei benefici economici (frutti) derivanti dal suo godimento.
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Accettazione tacita eredità: il preliminare di vendita
Una società acquirente si rifiutava di concludere un acquisto immobiliare, sostenendo che i venditori, in qualità di eredi, non avessero formalmente accettato l'eredità. La Corte di Cassazione ha stabilito che la stipula stessa del contratto preliminare di vendita costituisce un'accettazione tacita eredità, rendendo i venditori legittimi proprietari e infondato il rifiuto dell'acquirente.
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Improcedibilità ricorso: quando è inammissibile?
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso presentato da un condominio contro una società immobiliare. La causa dell'inammissibilità è stata la mancata allegazione, da parte del ricorrente, della relazione di notificazione della sentenza impugnata, un adempimento procedurale obbligatorio. Tale omissione, rilevabile d'ufficio, ha impedito alla Corte di verificare la tempestività del ricorso, portando alla sua reiezione e alla condanna del condominio al pagamento delle spese legali.
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Cessazione materia del contendere: effetti e spese
Un privato cittadino ha presentato ricorso in Cassazione contro una decisione della Corte d'Appello che aveva respinto la sua richiesta di proprietà per usucapione a favore di un istituto di credito. Durante il processo, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. Di conseguenza, la Corte Suprema ha dichiarato la cessazione materia del contendere, annullando l'efficacia della sentenza impugnata e disponendo la compensazione integrale delle spese legali, come concordato dalle parti.
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Contratto preliminare: rifiuto del rogito legittimo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un promittente venditore, confermando che il rifiuto della promissaria acquirente di stipulare l'atto definitivo di compravendita era legittimo. La causa principale del mancato accordo è stata individuata nell'inadempimento del venditore, che non aveva fornito i certificati di agibilità e la documentazione attestante la regolarità urbanistica dell'immobile entro la data prevista per il rogito. La Corte ha stabilito che, di fronte a tale inadempienza, il rifiuto dell'acquirente è giustificato, rendendo irrilevanti altre circostanze, come la successiva regolarizzazione dei documenti o le presunte difficoltà dell'acquirente nell'ottenere un mutuo. Una volta avviata l'azione di risoluzione del contratto preliminare, la possibilità di un adempimento tardivo è preclusa.
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Onere della prova inadempimento: chi deve provare?
Un'azienda di servizi non viene pagata dal cliente che lamenta l'inadempimento. La Cassazione chiarisce l'onere della prova inadempimento: una volta che il cliente contesta specificamente il servizio, spetta al fornitore dimostrare di aver adempiuto correttamente. Il ricorso è stato rigettato.
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Risarcimento del danno: come si calcola nel preliminare
In caso di inadempimento di un contratto preliminare di vendita da parte del promittente venditore, che aliena l'immobile a terzi, il promissario acquirente ha diritto al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione chiarisce che tale risarcimento si calcola sulla differenza tra il valore commerciale del bene al momento dell'inadempimento e il prezzo pattuito, non sui mancati guadagni di un'eventuale successiva operazione immobiliare. Spetta all'acquirente fornire la prova di tale danno.
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Inadempimento e prove tardive: la Cassazione decide
Una società nel settore della cantieristica navale è stata condannata a saldare il prezzo di macchinari industriali, nonostante avesse lamentato difetti e ritardi. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, giudicando inammissibili i motivi di impugnazione, tra cui la contestazione sull'utilizzo di prove tardive, poiché non sollevati nel corretto grado di giudizio. La decisione sottolinea il rigore delle regole processuali e l'importanza di contestare tempestivamente ogni vizio del procedimento.
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Compenso valore indeterminabile: la regola dei 26mila
La Corte di Cassazione interviene sul tema del compenso valore indeterminabile, rigettando il ricorso del Ministero della Giustizia. Viene confermato che, per le cause di valore non determinabile, lo scaglione di riferimento parte da 26.000 euro. Il giudice può discostarsene solo in casi eccezionali e motivati, come una bassa complessità, esercitando una valutazione di merito non sindacabile in sede di legittimità. L'appellante è stato condannato per abuso del processo.
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Legittimazione attiva: onorari e gratuito patrocinio
Un cittadino, ammesso al patrocinio a spese dello Stato, ha impugnato un'ordinanza che liquidava i compensi al suo difensore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo un principio fondamentale: il cliente non ha la legittimazione attiva per contestare l'importo degli onorari, poiché tale diritto spetta esclusivamente all'avvocato. Il rapporto, in questi casi, si instaura direttamente tra il difensore e lo Stato, e l'interesse del cliente si limita alla concessione o revoca del beneficio.
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Compenso avvocato: quando la prova spetta al cliente
La Corte di Cassazione si è pronunciata su una controversia relativa al compenso di un avvocato. Una cliente si era opposta a un decreto ingiuntivo, sostenendo di aver già effettuato pagamenti parziali. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo principi chiave sull'onere della prova. In particolare, ha chiarito che spetta al cliente (debitore) dimostrare che i pagamenti effettuati tramite assegni, data la loro natura di titoli di credito astratti, si riferiscono specificamente al debito contestato. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibili i motivi di ricorso basati su questioni non sollevate nei precedenti gradi di giudizio, come il criterio di calcolo del valore della causa.
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Distanze legali: quando una strada privata le annulla
Un proprietario ha citato in giudizio il vicino per aver costruito un edificio senza rispettare le distanze legali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. Il motivo è la presenza, tra le due proprietà, di una strada privata ma gravata da servitù di uso pubblico. Secondo la Corte, l'effettiva destinazione della strada al transito pubblico è il fattore decisivo che fa venire meno l'obbligo di rispettare le distanze legali tra costruzioni, rendendo irrilevante la proprietà formale della via.
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Occupazione sine titulo: quando nasce il danno?
La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale in materia di occupazione sine titulo di immobili confiscati. Il diritto dello Stato a ricevere un'indennità non sorge automaticamente dalla confisca, ma solo dal momento in cui l'ente ha la concreta possibilità di utilizzare e mettere a frutto il bene. La semplice trascrizione del sequestro non è sufficiente a fondare la pretesa risarcitoria per il periodo precedente alla effettiva presa in consegna e valutazione dell'immobile.
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Azione revocatoria: quando un atto è a titolo gratuito
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del conferimento di un immobile da parte di una società debitrice a un'altra entità collegata. La Suprema Corte ha qualificato l'operazione come atto a titolo gratuito, suscettibile di azione revocatoria, poiché rendeva più incerta la riscossione del credito. Per questo tipo di atti, è sufficiente la semplice consapevolezza del debitore del pregiudizio arrecato al creditore, senza necessità di provare un'intenzione fraudolenta o la malafede del terzo beneficiario.
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Contratto preliminare: la Cassazione chiarisce i limiti
La Corte di Cassazione ha stabilito che chi acquista un box auto con un contratto preliminare, pur pagando l'intero prezzo e ricevendone la disponibilità, non ne diventa proprietario per usucapione. La Corte ha chiarito che tale rapporto configura una detenzione e non un possesso utile all'usucapione, a meno di un atto formale di interversione. Inoltre, è stato ribadito che il vincolo di destinazione a parcheggio non rende il bene impignorabile, limitandosi a garantire un diritto reale d'uso agli aventi diritto.
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Improcedibilità ricorso: notifica e onere della prova
La richiesta di gratuito patrocinio di un cittadino straniero è stata respinta per dubbi sulla sua identità. Il successivo appello alla Corte di Cassazione è stato dichiarato inammissibile a causa della mancata prova della tempestiva notifica del ricorso alle controparti, un vizio procedurale fatale che ha comportato l'improcedibilità del ricorso stesso e sanzioni per il ricorrente.
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Spoglio del possesso: basta la colpa per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spoglio del possesso a carico di un soggetto che aveva autorizzato la sostituzione della serratura di una cantina. Secondo la Corte, per configurare l'illecito non è necessario il dolo specifico (l'intenzione di privare altri del bene), ma è sufficiente la colpa, ovvero la consapevolezza di agire contro la volontà, anche presunta, del possessore. Nel caso di specie, il precedente possessore, non avendo alcun titolo per detenere l'immobile, ha agito con negligenza autorizzando la rottura di un lucchetto apposto dal nuovo legittimo proprietario, commettendo così spoglio del possesso.
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