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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Patteggiamento in appello: nessun obbligo di proscioglimento
Un imputato per ricettazione ha concordato la pena in secondo grado tramite il patteggiamento in appello. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la Corte territoriale avrebbe dovuto valutare preliminarmente l'eventuale proscioglimento dell'assistito. I Supremi Giudici hanno rigettato il ricorso dichiarandolo manifestamente infondato e inammissibile. Quando le parti trovano un accordo sulla pena e rinunciano ai motivi di merito, il giudice non è tenuto a motivare l'assenza di cause di proscioglimento o nullità processuali. L'imputato perde la causa e subisce la condanna alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento tra accordo e sanzione
Un'imputata concorda con il pubblico ministero l'applicazione della pena per il reato di tentata rapina tramite patteggiamento davanti al Giudice per le indagini preliminari. Successivamente, la difesa propone ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione di cause di non punibilità o proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La legge stabilisce limiti rigorosi all'impugnazione della sentenza concordata. Il ricorso contro il patteggiamento non può contestare il mancato proscioglimento. Di conseguenza, l'imputata perde il giudizio e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: limiti del ricorso e sanzione
La Corte di Appello ha ridotto la pena a un imputato accusato di ricettazione e possesso di documenti falsi a seguito di un concordato in appello stipulato tra difesa e Procura. Nonostante l'accordo sui motivi e sulla misura della condanna, l'imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una carenza di motivazione sulla propria colpevolezza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Chi sottoscrive un accordo sulla pena rinuncia a contestare la valutazione delle prove e la sussistenza della responsabilità penale, salvo casi eccezionali legati alla validità del consenso o a pene illegali. I giudici hanno condannato il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: i limiti legali
Un imputato ha concordato l'applicazione della pena per i reati di rapina aggravata e ricettazione. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso alla Suprema Corte lamentando la mancata motivazione sul proscioglimento immediato e la prescrizione del reato di ricettazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il tema del patteggiamento e ricorso per cassazione è regolato da limiti rigorosi che impediscono di contestare il merito dell'accordo, salvo vizi specifici ed eccezionali legati al consenso, alla qualificazione del reato o all'illegalità della pena. L'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata truffa aggravata: il contratto falso costa la condanna
Un cittadino ha presentato una richiesta di finanziamenti pubblici allegando un contratto falso disconosciuto dall'altra parte. I giudici di merito hanno accertato la tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la propria buona fede, invocando la desistenza volontaria per aver poi rettificato la pratica e chiedendo la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. La rettifica tardiva costituisce al massimo un recesso attivo, poiché l'azione truffaldina iniziale era già idonea a ottenere indebitamente i fondi. L'inammissibilità dell'impugnazione impedisce inoltre di rilevare la prescrizione maturata dopo l'appello, confermando la colpevolezza e disponendo il pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione personale: la condanna resta
Un imputato, condannato con patteggiamento per il reato di ricettazione continuata, ha presentato autonomamente impugnazione davanti alla Corte Suprema. L'uomo lamentava la violazione dell'obbligo di immediata declaratoria di cause di non punibilità e una motivazione inadeguata del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile senza entrare nel merito. La legge prescrive infatti che il ricorso per cassazione personale non è consentito all'imputato, ma richiede obbligatoriamente la sottoscrizione di un avvocato iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. I giudici hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per colpa procedurale.
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Sentenza di patteggiamento: accordo accettato e ricorso respinto
Due imputati concordano l'applicazione della pena con il rito speciale per reati contro il patrimonio. Successivamente, entrambi propongono ricorso per cassazione lamentando che il giudice non ha verificato la sussistenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili per violazione dei limiti di legge posti all'impugnazione. La legge impedisce infatti di contestare la sentenza di patteggiamento per omessa verifica del proscioglimento immediato, trattandosi di una scelta difensiva vincolante. I ricorrenti subiscono la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo blindato in Cassazione
L'Imputato concorda una pena con la Procura davanti al Tribunale per il reato di tentata rapina impropria. Il giudice applica la sanzione richiesta, bilanciando attenuanti e recidiva e concedendo lo sconto di pena previsto per il rito alternativo. Successivamente, la difesa propone ricorso per Cassazione contestando l'eccessiva entità della sanzione patteggiata. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. La legge vieta ripensamenti sulla misura della sanzione liberamente concordata tra le parti. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione e statuizioni civili: stop al risarcimento tardivo
L'Imputato affronta un processo per una presunta truffa commessa nel 2009 ai danni della Parte Civile. Il Tribunale di primo grado emette condanna penale e risarcimento danni nel 2018. La Corte di Appello dichiara estinto il reato per decorso del tempo, ma mantiene valide le condanne risarcitorie. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Imputato e annulla ogni decisione senza rinvio. I giudici supremi accertano che il tempo massimo per punire il fatto era già trascorso prima della sentenza iniziale. In questo contesto, il principio su prescrizione e statuizioni civili impedisce ai giudici di confermare i risarcimenti se il reato era già estinto all'origine. La Suprema Corte cancella la condanna penale e revoca interamente ogni risarcimento.
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Concordato in appello: nessun ricorso sui motivi rinunciati
L'Imputato, accusato del reato di tentata rapina impropria, ha stipulato un concordato in appello ottenendo la rideterminazione della pena a un anno e quattro mesi di reclusione e duecentottanta euro di multa. Nonostante l'accordo, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione sui punti originari dell'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro una decisione concordata è ammesso solo per contestare la formazione del consenso, una pena illegale o una pronuncia difforme dall'intesa, ma non per riesaminare questioni rinunciate. L'Imputato è stato condannato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti
Un imputato ha concordato con la pubblica accusa l'applicazione della pena per molteplici reati. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha ratificato l'accordo. La difesa ha poi impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte lamentando un difetto di motivazione circa l'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti del ricorso per cassazione contro patteggiamento. La legge vieta di contestare la motivazione del giudice sulle condizioni di proscioglimento dopo aver sottoscritto l'accordo sulla pena. I giudici hanno dichiarato l'impugnazione inammissibile e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Accordo e impugnazione: ricorso per cassazione patteggiamento
Un imputato concordava con l'accusa l'applicazione della pena per tentata rapina e lesioni personali. Subito dopo la sentenza, la difesa proponeva un ricorso per cassazione patteggiamento lamentando la carenza di motivazione e la mancata assoluzione d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. La legge limita tassativamente i motivi di impugnazione delle sentenze concordate, vietando di contestare la motivazione o la mancata valutazione del proscioglimento. L'imputato subisce la conferma della condanna penale, il pagamento delle spese del procedimento e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello senza sospensione: no al ricorso
La Corte di Appello ha applicato a L'Imputato una pena concordata pari a un anno e quattro mesi di reclusione oltre a una multa. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che il giudice di secondo grado avesse commesso un errore omettendo di concedere la sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici supremi hanno evidenziato che, durante il concordato in appello, le parti non avevano inserito la richiesta di sospensione condizionale nell'accordo. Tale beneficio rientrava quindi tra le questioni a cui l'interessato aveva formalmente rinunciato per ottenere la riduzione sanzionatoria. Di conseguenza, il condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Concordato in appello: accordo sulla pena e ricorso vietato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un soggetto condannato per i reati di ricettazione e truffa. Durante il secondo grado di giudizio, la difesa e la procura avevano stipulato un concordato in appello per ridurre la sanzione. Nonostante l'accordo, il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'improcedibilità del reato di truffa per presunta assenza di querela e l'illegittimità della pena. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. L'adesione al concordato comporta la rinuncia contestuale a tutte le altre contestazioni difensive, creando una preclusione processuale insuperabile. La Suprema Corte ha confermato la condanna e sanzionato il ricorrente con tremila euro.
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Prescrizione del reato di ricettazione: condanna annullata
La Corte di Appello confermava la condanna nei confronti di un imputato per la ricettazione di due assegni, ritenendo l'ipotesi di particolare tenuità economica ma escludendo l'estinzione del reato a causa della recidiva contestata e dei periodi di sospensione processuale. La difesa ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, eccependo l'erroneo calcolo del tempo trascorso. I Supremi Giudici hanno accolto il ricorso, evidenziando che il primo giudice non aveva concretamente applicato la recidiva né effettuato un bilanciamento tra circostanze. Di conseguenza, la recidiva non poteva prolungare i termini temporali previsti dalla legge. Accertata la maturazione del termine massimo prima della pronuncia di secondo grado, la Suprema Corte ha dichiarato la prescrizione del reato di ricettazione e ha annullato la sentenza senza rinvio.
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Concordato in appello: nessun ricorso contro la pena patteggiata
L'Imputato, condannato in primo grado per rapina aggravata, concorda in secondo grado una pena ridotta a due anni e otto mesi di reclusione oltre a una multa. Dopo la sentenza, presenta ricorso per Cassazione lamentando la mancata concessione di una circostanza attenuante per lieve danno economico. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Chi sceglie il concordato in appello rinuncia espressamente ai motivi di impugnazione originari e limita la cognizione del giudice ai soli punti concordati. L'omesso riconoscimento di una circostanza attenuante non costituisce illegalità della sanzione e non consente un successivo ricorso di legittimità. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: pena ridotta ma ricorso inammissibile
La Corte di appello riduceva la pena inflitta a un imputato accusato di furti accogliendo un concordato in appello. La difesa presentava successivamente ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione del giudice sul proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Chi sceglie il concordato rinuncia automaticamente agli altri motivi di impugnazione. Il giudice di appello non deve giustificare il mancato proscioglimento. Il condannato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: stop al ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro una condanna di appello per ricettazione di lieve entità. Durante il giudizio di legittimità, il difensore ha depositato il certificato di morte del proprio assistito, avvenuta dopo la presentazione dell'impugnazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del reato per morte dell'imputato e ha annullato la sentenza senza rinvio. Tale evento estingue il rapporto processuale e impedisce qualsiasi valutazione nel merito dell'accusa. Inoltre, i giudici hanno liquidato i compensi spettanti al difensore per il patrocinio a spese dello Stato, limitatamente alle attività di studio e deposito del ricorso svolte prima del decesso.
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Prescrizione del reato e rinvio: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato propone ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento dell'estinzione dell'illecito per prescrizione del reato. La difesa sostiene che il differimento dell'udienza chiesto dal difensore non possa sospendere il decorso del tempo per oltre sessanta giorni e invoca lo scomputo dei rinvii per sciopero. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Il giudice di legittimità chiarisce che il limite di sessanta giorni non si applica quando il rinvio avviene su istanza difensiva non legata a legittimo impedimento. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di computare il tempo trascorso dopo la sentenza impugnata, confermando la piena validità della condanna.
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Concordato in appello: accordo sulla pena e limiti al ricorso
L'Imputata, condannata in primo grado per il delitto di rapina aggravata in concorso, ha stipulato con la Procura Generale un accordo sui motivi di impugnazione. La Corte territoriale ha accolto il concordato in appello, riducendo la sanzione a tre anni di reclusione e ottocento euro di multa grazie al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche prevalenti. Nonostante l'accordo liberamente raggiunto, la difesa ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un difetto di motivazione e la mancata valutazione di un immediato proscioglimento. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile e manifestamente infondato. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha punito l'impugnazione pretestuosa condannando la parte al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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