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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Invasione di terreni o edifici: condanna confermata ma pena ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due donne condannate per danneggiamento e invasione di terreni o edifici. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, dichiarando prescritto il reato di danneggiamento, considerato reato istantaneo e consumatosi nel 2007. Al contrario, il reato di invasione di terreni o edifici, avente natura di reato permanente, non è stato ritenuto prescritto poiché la difesa non ha dimostrato l'effettivo rilascio dell'immobile prima della sentenza di primo grado. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per il danneggiamento e ha rinviato alla Corte d'appello solo per rideterminare la pena per l'occupazione abusiva, confermando la responsabilità penale delle imputate per quest'ultimo reato.
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Reato di contrabbando: la prescrizione non salva le fideiussioni
Il legale rappresentante di un'azienda tessile è stato accusato di falso, evasione dell'IVA e reato di contrabbando per aver importato merci dall'Albania omettendo di dichiarare oltre venticinquemila pezzi. Nonostante la prescrizione dei reati dichiarata in appello, i giudici hanno confermato la confisca delle fideiussioni bancarie presentate in sostituzione della merce sequestrata e la condanna al risarcimento dei danni a favore dell'autorità doganale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa, stabilendo che la sostituzione della merce con garanzie fideiussorie non muta la natura obbligatoria della confisca doganale, la quale rimane valida anche in presenza di prescrizione se viene accertata la responsabilità dell'imputato.
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Insolvenza fraudolenta: condanna annullata per vizio di notifica
Un automobilista, accusato di insolvenza fraudolenta ai danni di una società autostradale, viene condannato nei primi due gradi di giudizio. Durante il processo d'appello, la Corte rinvia l'udienza ma omette di notificare la nuova data al difensore di fiducia dell'imputato, che viene sostituito da un difensore d'ufficio. L'imputato ricorre in Cassazione denunciando la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa. La Suprema Corte accoglie il ricorso rilevando l'effettiva nullità della notifica. Tuttavia, poiché il reato di insolvenza fraudolenta risulta commesso nel 2014, dichiara l'estinzione del reato per prescrizione, annullando la condanna penale senza rinvio. Per quanto riguarda il risarcimento dei danni alla parte civile, la Corte dispone il rinvio davanti al giudice civile competente in grado di appello.
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Esercizio arbitrario: recupero crediti violento senza estorsione
Un creditore, convinto di essere stato truffato, ha incaricato un complice di recuperare con la forza diecimila euro da un debitore. I giudici di merito hanno condannato entrambi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha però accolto parzialmente i ricorsi, annullando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici devono valutare se la condotta configuri invece il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Questo reato si distingue dall'estorsione per l'elemento soggettivo: il creditore deve agire nella ragionevole convinzione di esercitare un diritto legittimo, anche se con modalità violente. Il giudice del rinvio dovrà quindi accertare l'esistenza del credito e il ruolo disinteressato del complice.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso
Due imputati, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto e la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia a far valere qualsiasi vizio in sede di legittimità, ad eccezione dell'illegalità della pena stessa. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna dei ricorrenti anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Patteggiamento ed errore manifesto: quando il ricorso fallisce
Due soggetti, dopo aver concordato la pena con il Tribunale per il reato di ricettazione, hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando che il fatto doveva essere qualificato come furto aggravato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento ed errore manifesto, il ricorso per contestare la qualificazione giuridica del fatto è ammesso solo se l'errore del giudice è evidente, immediato e privo di margini di dubbio. Poiché nel caso specifico la qualificazione di ricettazione era corretta e non presentava anomalie macroscopiche, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: reato prescritto ma resta il risarcimento
Un dipendente postale, con la complicità di terzi, ha svuotato il libretto di risparmio di una cliente, configurando il reato di appropriazione indebita. Altri soggetti hanno poi ripulito il denaro acquistando auto di lusso e trasferendo somme, integrando il reato di riciclaggio. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio le condanne penali per il dipendente e il complice principale poiché i reati sono caduti in prescrizione. Tuttavia, il dipendente resta condannato al risarcimento dei danni in sede civile. I ricorsi dei complici che hanno riciclato il denaro sono stati dichiarati inammissibili, confermando le loro condanne penali e l'obbligo di risarcire le vittime.
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Prescrizione del reato: quando l’esclusione della recidiva cancella la condanna
L'Imputato era stato condannato per ricettazione di un furgone, furto aggravato e detenzione di stupefacenti. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata dichiarazione di estinzione per prescrizione del reato per il furto e la detenzione di droga, poiché il giudice di primo grado aveva escluso la recidiva senza però ricalcolare i termini di prescrizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su questo punto, rilevando che, esclusa la recidiva, i termini massimi di custodia erano decorsi prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per furto e droga per intervenuta prescrizione del reato, confermando invece la responsabilità per ricettazione e rideterminando la pena finale a due anni di reclusione e 516 euro di multa.
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Concorso di persone nel reato: sospetto non basta per condanna
L'Imputato era stato condannato per tentata estorsione in concorso con altri soggetti. Secondo l'accusa, i complici avevano minacciato la Vittima di pubblicare i suoi dati su siti pornografici per costringerla a ritirare una denuncia per truffa. I giudici di merito avevano ritenuto l'Imputato responsabile a titolo di concorso morale basandosi solo sulla vicinanza temporale tra la truffa e l'estorsione e sul suo interesse a trattenere il denaro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il concorso di persone nel reato richiede la prova di un reale contributo causale e non può basarsi su semplici automatismi. Poiché il reato è nel frattempo andato prescritto, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ripensamenti
Il caso riguarda un imputato condannato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte d'appello, accogliendo il concordato in appello, aveva ridotto la pena a due anni di reclusione e tremila euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione della sua giovane età e incensuratezza nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un concordato in appello, non è possibile contestare la misura della pena concordata tra le parti, a meno che non si tratti di una sanzione illegale. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si cancella
Un imputato ha concordato una pena per i reati di rapina e lesioni aggravate. Successivamente, ha presentato un ricorso contro patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione, lamentando che il giudice non avesse spiegato i motivi per cui non lo aveva prosciolto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma della giustizia, i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento sono limitati e tassativi. La mancata motivazione sul proscioglimento non rientra tra questi casi. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Due imputati, condannati per tentata rapina aggravata, concordano la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione contestando il mancato proscioglimento e il bilanciamento delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un accordo vincolante che preclude la possibilità di sollevare successive contestazioni in sede di legittimità, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione della prescrizione Covid: condanna definitiva
L'Imputato, condannato in appello a sei mesi di arresto per possesso ingiustificato di chiavi alterate o grimaldelli, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha sostenuto l'avvenuta estinzione del reato, contestando il calcolo del periodo di sospensione dovuto all'emergenza COVID-19. Secondo il ricorrente, la sospensione doveva limitarsi ai giorni successivi alla data dell'udienza rinviata, anziché coprire l'intero periodo emergenziale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sospensione della prescrizione opera automaticamente per l'intero periodo di sessantaquattro giorni previsto dalla legge emergenziale per tutte le udienze originariamente fissate in quell'arco temporale. Di conseguenza, la prescrizione non era maturata e la condanna è diventata definitiva, con obbligo di pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: il rinvio della difesa salva la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che fosse già maturata la prescrizione del reato prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha rigettato la tesi difensiva, ricalcolando i termini temporali. Considerando la pena edittale e un periodo di sospensione dovuto al rinvio dell'udienza richiesto dal difensore, il termine massimo di dieci anni scadeva successivamente alla decisione di secondo grado. Poiché tutti i motivi di ricorso sono stati giudicati manifestamente infondati e quindi inammissibili, la Cassazione non ha potuto rilevare l'eventuale prescrizione maturata dopo l'appello. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna dell'Imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: la querela ritirata azzera la condanna
L'Imputato era stato condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata dall'abuso di relazioni d'ufficio. Durante la pendenza del ricorso in Cassazione, la Persona Offesa ha formalizzato la remissione della querela, accettata dall'Imputato. La Suprema Corte ha rilevato che, per effetto del Decreto Legislativo numero 36 del 2018, il reato in questione è diventato procedibile solo a querela di parte, salvo la presenza di aggravanti ad effetto speciale, qui assenti. Di conseguenza, la Cassazione ha applicato la norma più favorevole e ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento legate alla remissione.
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Ricettazione di assegno circolare: la buona fede non regge
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per la ricettazione di assegno circolare del valore di 26.500 euro, provento di un furto in banca. L'Imputato sosteneva di aver ricevuto il titolo in buona fede da un ex dipendente come pagamento per delle attrezzature, fornendo però solo una fotocopia illeggibile del documento dell'acquirente. I giudici di merito hanno ritenuto inattendibile tale giustificazione. La Suprema Corte ha ribadito che la prova della malafede nella ricettazione di assegno circolare può desumersi dall'assenza di una spiegazione credibile sul possesso del bene. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza d'appello. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: quando il silenzio cancella l’accusa
Il Tribunale aveva dichiarato estinto per prescrizione il reato di ricettazione contestato all'Imputato. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il termine massimo non fosse ancora scaduto poiché andava aggiunto l'aumento di un quarto previsto per gli atti interruttivi, come il decreto di citazione a giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la prescrizione del reato si compie comunque se, dopo l'ultimo atto interruttivo, decorre interamente il termine ordinario di otto anni senza ulteriori atti, configurando la cosiddetta prescrizione intermedia. Di conseguenza, l'Imputato è stato definitivamente prosciolto.
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Attenuanti generiche ignorate: la Cassazione cancella la condanna
L'Imputato, condannato per appropriazione indebita aggravata, ricorre in Cassazione lamentando che la Corte d'appello non ha valutato la richiesta di riconoscimento delle attenuanti generiche formulata tramite memoria difensiva. La Suprema Corte accoglie il ricorso, ribadendo che, se sollecitato dalla difesa, il giudice d'appello ha l'obbligo di motivare l'eventuale diniego delle attenuanti generiche. Tuttavia, poiché il reato è stato commesso nel 2013, la Cassazione rileva l'avvenuta prescrizione del reato successiva alla sentenza d'appello. Di conseguenza, la Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata per estinzione del reato.
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Sentenza di proscioglimento: la Cassazione riapre il caso truffa
Il datore di lavoro tratteneva somme dallo stipendio di una dipendente per pagare i suoi creditori, ma ometteva i versamenti falsificando le buste paga per far apparire i pagamenti come eseguiti. Il Tribunale di Milano emetteva una sentenza di proscioglimento prima dell'apertura del dibattimento, ritenendo il fatto privo di rilevanza penale. La parte civile e il Procuratore Generale impugnavano la decisione. La Corte di Cassazione, applicando il principio sancito dalle Sezioni Unite, ha stabilito che la sentenza di proscioglimento pronunciata dopo la costituzione delle parti, ma prima dell'apertura del dibattimento, è pienamente appellabile e non riconducibile al proscioglimento predibattimentale inappellabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha convertito i ricorsi in appelli, trasmettendo gli atti alla Corte di Appello di Milano per il giudizio di secondo grado.
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Usura con metodo mafioso: la Cassazione blinda le condanne
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di usura con metodo mafioso. Il caso riguarda un gruppo criminale che prestava denaro a tassi strozzini, riscuotendo i pagamenti con gravi minacce, tra cui l'esibizione di armi da fuoco per evocare la forza intimidatrice dei clan. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del metodo mafioso ha natura oggettiva e si applica anche se l'autore non appartiene a un'associazione mafiosa formale. Inoltre, la Corte ha ribadito che l'usura è un reato a consumazione prolungata: ogni pagamento di interessi sposta in avanti il tempo del reato. La Cassazione ha dichiarato inammissibili quasi tutti i ricorsi, confermando le condanne e le confische dei beni, tranne per un imputato deceduto e per un altro la cui pena per la continuazione deve essere ricalcolata.
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