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Lieve Entità — Anno 2023

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438 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Detenzione di sostanze stupefacenti: stanza privata e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti (eroina). La polizia aveva rinvenuto oltre 360 grammi di droga nella camera da letto dell'imputato, all'interno di un appartamento condiviso. La difesa sosteneva che la droga appartenesse al coinquilino e chiedeva la riqualificazione del fatto in lieve entità, lamentando l'assenza di una perizia chimica sul principio attivo. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice non ha l'obbligo di disporre una perizia se la colpevolezza emerge da altre prove. Inoltre, l'ingente quantitativo e la condotta professionale escludono la lieve entità. L'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: dosi minime, pene alte
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al narcotraffico e spaccio di stupefacenti a Trinitapoli. Gli imputati chiedevano la riqualificazione dei fatti come ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che la gestione sistematica di una piazza di spaccio, caratterizzata da turni continui, contabilità organizzata, stabilità del gruppo e disponibilità di armi, esclude l'applicazione della lieve entità, anche in presenza di singole cessioni modeste. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese processuali.
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Pronta disponibilità del coltello: condanna inevitabile
Il caso riguarda un uomo condannato nei precedenti gradi di giudizio per porto abusivo di un'arma da taglio. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la pronta disponibilità del coltello e la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che stabilire la pronta disponibilità del coltello e valutare la gravità dell'episodio sono questioni di fatto, di competenza esclusiva dei giudici di merito. La Cassazione, infatti, valuta solo la corretta applicazione della legge e non può riesaminare le prove. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto abusivo di armi: la difesa personale non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il porto abusivo di armi, nello specifico un coltello. L'imputato si era giustificato sostenendo di portare l'arma con sé per difesa personale, temendo un'aggressione. I giudici hanno chiarito che il timore generico di subire un'aggressione non costituisce un giustificato motivo per circolare armati. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la concessione dell'attenuante della lieve entità e della non punibilità per particolare tenuità del fatto, a causa delle dimensioni del coltello e dei numerosi precedenti penali del ricorrente, che dimostrano uno scarso autocontrollo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: quando la scorta è spaccio
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, dopo essere stato trovato in possesso di oltre 220 grammi di marijuana e hashish, equivalenti a più di 500 dosi singole, e di due bilancini di precisione. La difesa ha sostenuto l'uso personale e ha richiesto la riqualificazione del fatto come di lieve entità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'elevato dato ponderale della droga sequestrata esclude l'uso personale, poiché i cannabinoidi perdono efficacia nel tempo, rendendo irragionevole l'accumulo di scorte. Inoltre, la quantità di dosi ricavabili costituisce un elemento assorbente che impedisce il riconoscimento della lieve entità, dimostrando una condotta professionale e sistematica.
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Uso personale di stupefacenti: quando poche dosi costano la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. L'uomo era stato trovato in possesso di due dosi di crack e contanti in una nota piazza di spaccio, dopo essere stato filmato il giorno precedente mentre vendeva droga. La difesa sosteneva l'uso personale di stupefacenti, ma i giudici hanno confermato la condanna penale. La Corte ha chiarito che la destinazione a terzi si desume da elementi concreti come il confezionamento, il tentativo di fuga e i precedenti specifici. Di conseguenza, sono stati negati sia la particolare tenuità del fatto sia il beneficio della sospensione condizionale della pena, confermando la sanzione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Lieve entità negata: il doppio fondo nella bottiglia costa caro
L'Imputato è stato condannato per detenzione di stupefacenti (marijuana, hashish e cocaina) occultati in contenitori con doppio fondo, insieme a un bilancino di precisione. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità, sostenendo l'uso personale e la mancanza di prove sulla vendita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la diversità delle sostanze, il numero elevato di dosi (274), l'ingegnoso sistema di occultamento e la presenza di strumenti di confezionamento dimostrano un'attività di spaccio strutturata. Tali elementi escludono categoricamente la lieve entità del fatto, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e particolare tenuità del fatto: no allo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio di cocaina suddivisa in 18 dosi. I giudici hanno confermato l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Corte ha chiarito che la lieve entità dello spaccio non comporta automaticamente la particolare tenuità del fatto, poiché i due istituti valutano elementi diversi: il primo si concentra su mezzi, modalità e quantità della droga, mentre il secondo richiede un'analisi globale della condotta, del pericolo e della non abitualità. L'Imputato, trovato con bilancino e denaro in una nota zona di spaccio, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Terapia o spaccio? No alla lieve entità del fatto per il metadone
Un uomo, in cura presso il SerT, è stato condannato per spaccio di metadone ed eroina. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità del fatto, sostenendo che la cessione fosse occasionale e amichevole e che il metadone fosse detenuto legalmente per uso terapeutico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'imputato cedeva abitualmente metadone, utilizzando anche le scorte terapeutiche fornite dal servizio sanitario, come confermato da chat WhatsApp e dal rinvenimento di flaconi non giustificati. La ripetitività delle cessioni e il valore economico escludono l'applicazione della lieve entità del fatto. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Uso personale o spaccio: negata la lieve entità per 1388 dosi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto trovato in possesso di 125 grammi di hashish, con un principio attivo del 28% idoneo a produrre ben 1388 dosi. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale, evidenziando la propria tossicodipendenza e la mancanza di strumenti per il confezionamento. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, valorizzando il luogo dell'arresto (una nota piazza di spaccio) e l'incompatibilità economica tra l'acquisto dello stupefacente e il basso reddito percepito. La Suprema Corte ha escluso l'applicazione della circostanza attenuante della lieve entità, ribadendo che l'elevato numero di dosi ricavabili e il contesto dell'azione escludono la minima offensività del fatto, confermando così la rilevanza penale della condotta.
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Lieve entità nel reato di spaccio: condannato chi lancia la droga
Il caso riguarda due soggetti fermati dalle forze dell'ordine a bordo di un'auto con circa 47 grammi di cocaina e 13 grammi di hashish. Durante l'inseguimento, il passeggero ha lanciato la droga dal finestrino. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei due imputati, escludendo l'applicazione della lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno respinto la tesi del passeggero, il quale sosteneva di essere un mero spettatore o di aver commesso solo un favoreggiamento. La Suprema Corte ha chiarito che il lancio dello stupefacente dimostra la diretta disponibilità della sostanza. Inoltre, la quantità di droga e i precedenti penali di uno dei soggetti impediscono di considerare il fatto di minore gravità. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione ai fini di spaccio: la scorta esclude l’uso personale
Il Ricorrente è stato condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto quattordici confezioni di hashish, pari a oltre venti grammi, da cui erano ricavabili ben duecentosettantasette dosi singole. Insieme alla droga, il soggetto custodiva centoventotto bustine di plastica vuote, un bilancino di precisione e denaro in contanti di piccolo taglio arrotolato. La difesa ha sostenuto l'uso personale o, in alternativa, la lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato che la quantità di dosi, l'elevato principio attivo, la presenza di strumenti per il confezionamento e i precedenti penali specifici dell'imputato escludono sia l'uso personale sia la qualificazione del fatto come lieve.
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Spaccio di cocaina purissima: no alla lieve entità dello spaccio
L'Imputata è stata condannata a quattro anni di reclusione e 30.000 euro di multa per la detenzione di oltre 103 grammi di cocaina purissima, idonea a confezionare ben 579 dosi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo che la donna avesse agito come corriere occasionale e valorizzando l'esito negativo della perquisizione domiciliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la lieve entità dello spaccio richiede una valutazione globale di tutti gli elementi del caso. Nel caso specifico, l'elevata quantità e l'altissima percentuale di principio attivo (87%) escludono l'occasionalità della condotta, dimostrando un inserimento stabile in circuiti criminali. La condanna è quindi definitiva.
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Spaccio di lieve entità: no ai benefici se c’è stabilità
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia in carcere per L'Indagato, trovato in possesso di hashish, marijuana e cocaina nella propria abitazione mentre era già agli arresti domiciliari per reati analoghi. La difesa ha richiesto la riqualificazione del fatto come spaccio di lieve entità, contestando la valutazione delle modalità dell'azione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può applicare lo spaccio di lieve entità se il soggetto agisce in modo stabile e non occasionale, coordinandosi con terzi e violando la misura cautelare in corso. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: 200 dosi escludono lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di hashish e marijuana, suddivisi in quattro confezioni per un totale di circa 200 dosi, nascoste tra casa e auto. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo l'assenza di strumenti di confezionamento e la natura rudimentale dell'attività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che il numero elevato di dosi (conteggiabili a centinaia e non a decine) e le modalità di occultamento in luoghi diversi indicano una chiara attività di spaccio organizzata e non occasionale. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cocaina in casa: esclusa la lieve entità dello spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata a quattro anni di reclusione per la detenzione di 90 grammi di cocaina purissima. La difesa richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, evidenziando l'assenza di materiale da taglio. I giudici hanno invece confermato la gravità del fatto, poiché dal quantitativo sequestrato erano ricavabili ben 456 dosi medie giornaliere, elemento che esclude la minima offensività della condotta. La Suprema Corte ha inoltre ritenuto corretto il bilanciamento tra la recidiva e le attenuanti generiche operato dai giudici di merito, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. Per il primo ricorrente, la Corte ha rilevato che la mancata concessione delle attenuanti generiche era ingiustificata, essendo egli incensurato. Di conseguenza, accogliendo il ricorso, ha dichiarato l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione del reato. Per il secondo ricorrente, i giudici hanno annullato la sentenza con rinvio limitatamente a un capo d'accusa, per valutare se il fatto potesse essere riqualificato come spaccio di lieve entità, dato che a un coimputato era stata riconosciuta tale attenuante. Infine, il ricorso del terzo imputato è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi sulla prescrizione e sulla recidiva erano infondati, confermando la sua condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali.
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Lieve entità spaccio: la Cassazione nega sconti e infligge una multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione e cessione di cocaina. Nonostante il fatto fosse già stato qualificato come lieve entità spaccio, l'imputato contestava la severità della pena e il mancato riconoscimento dell'attenuante della speciale tenuità del danno. I giudici hanno stabilito che la reiterazione dei reati, la tipologia di droga e i precedenti penali impediscono un'ulteriore riduzione della pena. Inoltre, la richiesta dell'attenuante è stata avanzata per la prima volta in Cassazione, risultando tardiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: no al ricorso ripetitivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza della lieve entità nel reato di spaccio e la quantificazione della pena. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano una mera riproduzione delle censure già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna originaria e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Introduzione di droga in carcere: tacco imbottito e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per introduzione di droga in carcere. L'imputato aveva tentato di introdurre due diversi tipi di sostanze stupefacenti all'interno della struttura penitenziaria, nascondendole nei tacchi delle proprie scarpe. La difesa ha contestato il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, sottolineando la gravità della condotta e l'adeguatezza della pena inflitta, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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