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Lieve Entità — Anno 2023

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438 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Spaccio di lieve entità: no se c’è contabilità e organizzazione
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti, essendo stato trovato in possesso di 37 dosi di cocaina, 160 di hashish e 20 di marijuana, oltre a un registro contabile e strumenti per eludere le indagini. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione richiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, specialmente in presenza di un'attività di spaccio strutturata, continuativa e supportata da una gestione contabile organizzata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: i precedenti pesano sulla pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la quantificazione della pena, stabilita in un anno e sei mesi di reclusione e 2.700 euro di multa, poi ridotta a otto mesi e 800 euro grazie alle attenuanti generiche e al rito abbreviato. I giudici hanno confermato la correttezza del calcolo della pena, evidenziando la gravità della condotta e la personalità del soggetto. Quest'ultimo, infatti, aveva già beneficiato in passato della non punibilità per particolare tenuità del fatto per un reato analogo. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cessione di sostanze stupefacenti: fermata la vendita ai minori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per cessione di sostanze stupefacenti. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato nel fatto di lieve entità e la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità. I giudici hanno respinto le richieste evidenziando la gravità della condotta, caratterizzata dalla vendita di droga a minorenni e da quantitativi significativi. Inoltre, la presenza di precedenti penali specifici e la mancata formulazione della richiesta di lavoro sostitutivo nei precedenti gradi di giudizio hanno precluso ogni beneficio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: quando la droga in casa costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di droga. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sostenendo la mancanza di prove sulla destinazione della sostanza. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che il quantitativo rilevante, il confezionamento in dosi, l'alto principio attivo e il materiale da imballaggio escludono la lieve entità dello spaccio. Inoltre, i numerosi precedenti penali del soggetto giustificano il riconoscimento della recidiva e il diniego di un trattamento sanzionatorio più favorevole. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale contro spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Nel primo caso, l'imputato possedeva circa 66 grammi di hashish (pari a 279 dosi) e una somma di denaro ingiustificata. Nel secondo caso, l'altro imputato deteneva circa 5 grammi di cocaina già frazionata e materiale per il confezionamento. Entrambi erano privi di un lavoro stabile. I giudici hanno confermato l'esclusione dell'uso personale e il diniego delle attenuanti generiche e della sospensione della pena, valorizzando la quantità della droga, le modalità di confezionamento e l'assenza di un'occupazione lecita. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a scuse bizzarre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato giustificava il possesso della droga con motivi di salute e la presenza di un bilancino con esigenze dietetiche. I giudici hanno ritenuto tali giustificazioni inidonee a fronteggiare gli indizi di colpevolezza, quali il confezionamento della sostanza, le modalità di occultamento e il possesso di 2.850 euro in contanti. È stata inoltre negata l'applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché la pena inflitta superava nettamente il minimo edittale, dimostrando la gravità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: il no del giudice non lo rende incompatibile
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di ingenti quantitativi di droga (eroina e cocaina). Il fulcro della decisione riguarda la richiesta di concordato in appello. La difesa sosteneva che il giudice che rifiuta il concordato in appello diventi incompatibile a giudicare il merito del processo. La Suprema Corte ha respinto questa tesi, stabilendo che non vi è alcuna incompatibilità poiché la valutazione avviene nella stessa fase processuale e sugli stessi atti. Inoltre, la Corte ha confermato l'esclusione della lieve entità del fatto, data l'enorme quantità di stupefacenti sequestrata (oltre 32 kg), e la legittimità dell'aggravante per il ruolo di coordinamento di uno dei soggetti. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati e dichiarati inammissibili, con condanna alle spese.
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Circostanze attenuanti generiche negate a chi confessa per forza
L'Imputato, condannato per spaccio di stupefacenti di lieve entità, ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno chiarito che la confessione resa solo perché sorpresi in flagranza non dimostra un sincero pentimento, ma ha scopo utilitaristico. Di conseguenza, l'assenza di elementi positivi nella condotta dell'autore esclude la concessione delle circostanze attenuanti generiche, la cui applicazione richiede una valutazione di merito non automatica. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Pena severa per lieve entità: stop alla dosimetria della pena
Una donna veniva condannata per detenzione di cocaina. La Corte d'Appello riqualificava il fatto come reato di lieve entità, ma determinava la pena base in tre anni di reclusione, ridotta a due anni per il rito abbreviato. L'imputata ricorreva in Cassazione lamentando la mancata giustificazione di tale sanzione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso sul punto della dosimetria della pena. I giudici hanno chiarito che, se la pena base supera la media edittale (calcolata aggiungendo al minimo la metà dello scarto tra minimo e massimo), il giudice ha l'obbligo di fornire una motivazione dettagliata sullo scostamento. La sentenza è stata annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio con rinvio ad altra Corte d'Appello.
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Custodia cautelare in carcere: quando lo spaccio è associazione
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che i singoli episodi di fornitura non dimostrassero la sua stabile partecipazione al gruppo criminale e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la stabilità dei rapporti di fornitura, l'ingente volume d'affari e il ruolo di garante dell'approvvigionamento provano l'inserimento organico nel sodalizio. Inoltre, per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata in mancanza di elementi contrari. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: niente sconti senza prove
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti, nello specifico cocaina. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione chiedendo la riqualificazione del reato nell'ipotesi più lieve, prevista per i fatti di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che il ricorrente non ha contestato in modo specifico le motivazioni della Corte d'Appello, la quale aveva già escluso la lieve entità basandosi sulla quantità e sulla qualità della droga sequestrata. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Spaccio blindato: perché non è lieve entità dello spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati contro la custodia cautelare. I giudici hanno escluso la qualificazione del reato come lieve entità dello spaccio a causa della complessa organizzazione della loro attività. Le forze dell'ordine avevano infatti scoperto una vera e propria centrale dello spaccio protetta da porte blindate in ferro, un sistema di videosorveglianza con tredici telecamere, monitor interni, bilancini di precisione e un'agenda con la contabilità dei clienti. La Suprema Corte ha stabilito che la presenza di una struttura così sofisticata e impenetrabile è incompatibile con il concetto di piccolo spaccio, anche se le dosi sequestrate al momento dell'arresto erano di modesta entità. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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No alla lieve entità nel reato di spaccio per 350g di eroina
Durante una perquisizione domiciliare, L'Imputata ha tentato di disfarsi di un calzino contenente 350 grammi di eroina gettandolo dalla finestra. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto anche bilancini di precisione, coltelli sporchi di droga e ingenti somme di denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata, escludendo la configurabilità del reato di favoreggiamento e negando la derubricazione del fatto in lieve entità nel reato di spaccio. I giudici hanno evidenziato che l'elevata quantità di stupefacente sequestrato, idoneo a produrre circa 462 dosi, e la disponibilità di strumenti per il confezionamento dimostrano un'attività di spaccio professionale e redditizia, incompatibile con la minima offensività richiesta dalla legge. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata l’attenuante per la cocaina
L'Imputato è stato condannato per la detenzione illecita di 63 grammi di cocaina (pari a 138 dosi) e per plurime cessioni di droga. Ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Lieve entità nel reato di spaccio non può essere riconosciuta se la valutazione complessiva degli elementi concreti (quantità di droga, possesso di ingenti somme di denaro, modalità di detenzione e professionalità dell'attività) dimostra una spiccata capacità di diffusione sul mercato. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lieve entità sostanze stupefacenti: no allo sconto con 700 dosi
L'Imputato ha proposto ricorso contro la condanna per detenzione illecita di stupefacenti, richiedendo il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità sostanze stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'elevato numero di dosi ricavabili (oltre 700), le modalità di detenzione e la pluralità di cessioni in breve tempo escludono la minima offensività del fatto. Di conseguenza, l'applicazione della fattispecie attenuata è stata legittimamente negata, confermando la gravità della condotta e la personalità negativa del soggetto. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no a sconti tardivi
Un uomo è stato condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti, nello specifico oltre 52 grammi di cocaina equivalenti a 287 dosi. L'imputato ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione della circostanza attenuante della lieve entità e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la questione della lieve entità non può essere sollevata per la prima volta in Cassazione se non era stata oggetto dei motivi di appello. Inoltre, l'elevata quantità di droga e l'alto principio attivo escludono in radice la minima offensività del fatto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: spaccio reale, uso escluso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per la detenzione di sostanze stupefacenti, in particolare hashish e cocaina. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità per l'hashish e il riconoscimento dell'uso personale per la cocaina, oltre alla sospensione condizionale della pena. I giudici hanno respinto tutte le richieste. La quantità rilevante di hashish e le modalità di conservazione indicano un'attività di spaccio professionale. Inoltre, l'assenza di prove sul consumo personale di cocaina e i numerosi precedenti penali dell'uomo escludono qualsiasi beneficio di legge. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata a chi ha 325 dosi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato richiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità nel reato di spaccio, producendo una consulenza tecnica di parte per attestare la propria tossicodipendenza. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo l'attenuante a causa di elementi oggettivi insuperabili: il possesso di un quantitativo equivalente a 325 dosi singole di cocaina, la disponibilità di materiale per il confezionamento e la commissione del fatto mentre si trovava in regime di detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha ribadito che la consulenza di parte non può superare la valutazione complessiva del giudice sulla gravità del fatto. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
Due imputati hanno proposto un ricorso contro patteggiamento per contestare la mancata qualificazione del reato di detenzione di stupefacenti come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è ammesso solo per motivi tassativi, come l'espressione della volontà o l'illegalità della pena. La richiesta di rivalutare i fatti per ottenere l'attenuante della lieve entità non rientra tra questi casi, poiché richiede un esame di merito precluso alla Cassazione. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della pena su richiesta: stop ai ricorsi di merito
Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione di stupefacenti che ha proposto ricorso contro la sentenza di applicazione della pena su richiesta. Il ricorrente lamentava la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità, richiedendo una rivalutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di applicazione della pena su richiesta, il ricorso per cassazione è limitato a motivi specifici e non può essere utilizzato per richiedere una nuova valutazione dei fatti o del merito della condotta, a meno che non vi sia un errore manifesto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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