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Lieve Entità — Anno 2023

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438 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Lieve entità dello spaccio: quando la continuità costa cara
L'Imputato era stato condannato per plurime cessioni di eroina e marijuana commesse tra il 2017 e il 2018. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento del Lieve entità dello spaccio e contestando il calcolo della pena pecuniaria. La Suprema Corte ha confermato l'esclusione della Lieve entità dello spaccio a causa della continuità dell'attività illecita e della capacità dell'Imputato di rifornire i clienti a chiamata. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente al calcolo della multa: i giudici di merito avevano applicato in modo errato lo sconto per il rito abbreviato. La Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza sul punto, rideterminando la sanzione pecuniaria in 50.000 euro invece dei 60.000 euro precedentemente stabiliti.
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Limiti ricorso patteggiamento: no a sconti dopo l’accordo
L'Imputato ha concordato una pena per reati di droga. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione evidenzia i rigidi limiti ricorso patteggiamento introdotti dalla legge: l'impugnazione è ammessa solo per vizi della volontà, difetto di correlazione, errore di qualificazione giuridica o illegalità della pena. Nel caso specifico, avendo l'imputato concordato liberamente la pena per il reato ordinario, non può contestare la mancata concessione dell'attenuante in sede di legittimità. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: i limiti invalicabili
Un imputato ha concordato una pena per reati di droga con il Pubblico Ministero. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento è limitata dalla legge a casi tassativi, come l'illegalità della pena o vizi della volontà, tra cui non rientra la valutazione sulla gravità del fatto se la motivazione del giudice di merito è adeguata. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Droga e ritiro della patente: la sanzione non è automatica
L'Imputato è stato condannato per traffico di sostanze stupefacenti, avendo acquistato e rivenduto circa duecento grammi di cocaina. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e l'applicazione della sanzione accessoria del ritiro della patente. La Suprema Corte ha rigettato il primo motivo, confermando la gravità del reato basata sulla quantità e sull'abitualità dello spaccio. Ha invece accolto il ricorso sul ritiro della patente, stabilendo che tale misura ha natura facoltativa e richiede una specifica e dettagliata motivazione da parte del giudice, del tutto assente nel caso in esame. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla sanzione del ritiro della patente con rinvio alla Corte d'appello.
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Lieve entità nel reato di spaccio: condannato il corriere
Un uomo, fermato mentre trasportava oltre mezzo chilo di cocaina pura nascosta nello schienale dell'auto, ha impugnato la condanna chiedendo il riconoscimento della lieve entità nel reato di spaccio e le attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il ruolo confessato di corriere, l'ingegnoso sistema di occultamento e l'elevato valore economico della droga escludono qualsiasi ipotesi di minore gravità. Inoltre, i precedenti penali del soggetto impediscono la concessione di sconti di pena. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Spaccio di stupefacenti: il kit di confezionamento fa condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di spaccio di stupefacenti. L'imputato sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e chiedeva la riqualificazione del fatto in ipotesi di lieve entità. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando che il rinvenimento di numerosi strumenti tipici per il confezionamento, tra cui bilancini di precisione, pellicole, nastri isolanti e centinaia di involucri vuoti con tracce di cocaina, dimostra un'intensa attività di preparazione incompatibile con il solo consumo personale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende per via del ricorso manifestamente infondato.
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Spaccio di stupefacenti: la contabilità esclude la lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per spaccio di stupefacenti. L'uomo chiedeva la riqualificazione del reato nell'ipotesi attenuata di lieve entità, l'esclusione della recidiva e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso. La Cassazione ha confermato la gravità del fatto a causa del rilevante dato ponderale, della detenzione di droghe di tipo diverso e del ritrovamento di un registro contabile dei crediti dei clienti, elementi che dimostrano un'attività illecita professionale e non occasionale. L'imputato, che ha commesso il reato mentre era in detenzione domiciliare, è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: quando i precedenti aumentano la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la determinazione della pena base, ritenendola eccessiva rispetto alla scarsa offensività del fatto. I giudici hanno invece confermato la correttezza della decisione precedente, che aveva fissato la pena a nove mesi di reclusione (poco sopra il minimo edittale). Questa scelta è giustificata dalla natura della sostanza (cocaina) e dai numerosi precedenti penali specifici accumulati dall'uomo tra il 2017 e il 2021. La Cassazione ha ribadito che la capacità a delinquere e la gravità del comportamento legittimano un aumento della sanzione rispetto al minimo di legge. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: la Cassazione smaschera lo spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di droga a fini di spaccio. L'imputato sosteneva l'uso personale di stupefacenti e chiedeva la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno invece confermato l'attività di spaccio basandosi su indizi precisi: il possesso di diverse tipologie di droghe in casa, un coltello sporco di sostanza stupefacente, la somma di 200 euro in contanti e la presenza di molteplici nascondigli per occultare la merce. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la tesi della difesa, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Lieve entità nel reato di spaccio: negata se c’è professionalità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che chiedeva la riqualificazione del reato di spaccio nella fattispecie attenuata della "lieve entità nel reato di spaccio". I giudici hanno rilevato l'assoluta genericità dei motivi di ricorso, privi di specifiche censure alla sentenza d'appello. Nel merito, la Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione precedente, che aveva escluso la "lieve entità nel reato di spaccio" a causa di un'organizzazione criminale strutturata, del possesso di droghe di diversa natura, della durata prolungata dell'attività illecita e della frequenza degli scambi con profitti elevati. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: no se c’è un’organizzazione
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di stupefacenti che ha richiesto la concessione della circostanza attenuante della lieve entità dello spaccio. L'imputato era stato trovato in possesso di 17 dosi di hashish e 5 di marijuana. Tuttavia, l'attività di spaccio avveniva attraverso una stabile organizzazione dotata di vedette e ricetrasmittenti per eludere i controlli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la presenza di un'organizzazione strutturata, unita al quantitativo non trascurabile di dosi, esclude la configurabilità del fatto di lieve entità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: condannata la piazza organizzata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di droga e spaccio a Pagani. Gli imputati contestavano la mancata riqualificazione dei reati nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, sperando nella prescrizione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando l'esistenza di una vera e propria piazza di spaccio professionale e organizzata, incompatibile con la minore gravità. Inoltre, ha ritenuto validi gli indizi della cosiddetta "droga parlata" emersi dalle intercettazioni telefoniche, dove le sostanze venivano indicate con termini criptici come "vino" o "pizze". Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla cassa delle ammende.
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Spaccio e domiciliari: quando manca l’interesse all’impugnazione
Il Tribunale del Riesame sostituiva la custodia in carcere con gli arresti domiciliari per un indagato accusato di spaccio di stupefacenti, negando però la qualificazione del fatto come di lieve entità. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando tale mancato riconoscimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse all'impugnazione. Infatti, la misura degli arresti domiciliari è applicabile anche per l'ipotesi attenuata di lieve entità. Di conseguenza, la diversa qualificazione giuridica richiesta non avrebbe apportato alcuna utilità concreta o pratica sulla misura cautelare in atto. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di droga: no allo sconto con i bilancini
Il Tribunale del Riesame ha applicato gli arresti domiciliari a un indagato trovato in possesso di oltre 360 grammi di marijuana e strumenti per il confezionamento. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, chiedendo la riqualificazione del fatto nella più mite fattispecie della lieve entità nel reato di droga e contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, data la sua collaborazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la lieve entità nel reato di droga richiede una valutazione globale e non può essere concessa in presenza di un quantitativo significativo e di un'organizzazione professionale (bilancini, buste). Inoltre, il pericolo di recidiva è concreto, poiché l'indagato ha commesso il fatto mentre era già sottoposto all'obbligo di firma per reati analoghi.
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Droga in borsa ma negato il diritto di partecipazione all’udienza
Il Tribunale del Riesame aveva confermato gli arresti domiciliari per una donna, accusata in concorso con il marito di detenzione di stupefacenti. La donna aveva chiesto tempestivamente di partecipare all'udienza di riesame, ma il Tribunale non l'aveva autorizzata a presentarsi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa autorizzazione viola il diritto di partecipazione all'udienza, determinando una nullità assoluta e insanabile del provvedimento. Inoltre, i giudici di legittimità hanno accolto il motivo relativo al mancato riconoscimento della lieve entità del reato, poiché i giudici di merito si erano basati solo sul dato quantitativo della droga senza valutare il contesto complessivo e l'incensuratezza della donna. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Spaccio di lieve entità: troppe dosi e droghe diverse dicono no
L'Imputato veniva trovato in possesso di cocaina, marijuana e hashish, quest'ultimo sufficiente per oltre quattromila dosi, oltre a materiale da taglio. Sebbene il primo giudice avesse qualificato il fatto come spaccio di lieve entità, la Corte d'Appello riformava la decisione escludendo tale attenuante a causa dell'elevato numero di dosi e della diversità delle droghe. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per concedere lo spaccio di lieve entità occorre una valutazione globale di tutti gli elementi, e che la presenza di droghe diverse e in quantità rilevanti impedisce di considerare il fatto di minore gravità. L'Imputato è stato condannato a tre anni di reclusione, a una multa di 14.000 euro e al pagamento delle spese processuali.
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Spaccio o consumo di gruppo di stupefacenti? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di eroina e cocaina. Uno dei ricorrenti sosteneva che la cessione di droga configurasse un semplice consumo di gruppo di stupefacenti, escludendo la rilevanza penale. La Suprema Corte ha chiarito che tale fattispecie richiede requisiti rigidissimi, qui assenti, confermando l'attività di spaccio. Un secondo ricorrente contestava il concorso nel reato e il mancato riconoscimento della lieve entità, ma i giudici hanno confermato la gravità del fatto basandosi sull'uso dell'auto per nascondere la droga e sulla pluralità di sostanze. Infine, la richiesta di sospensione condizionale della pena avanzata dal terzo ricorrente è stata respinta perché non presentata nei precedenti gradi di giudizio. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: condanna valida anche senza traduzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti. L'Imputato, di nazionalità straniera, aveva contestato la mancata traduzione degli atti e chiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso: la conoscenza dell'italiano è stata ampiamente dimostrata dalla sua condotta processuale e dalla residenza pluriennale in Italia. Inoltre, l'abitualità delle cessioni di cocaina, protrattesi per due anni con cadenza bisettimanale, e l'esistenza di un canale stabile di approvvigionamento escludono la lieve entità del reato, anche in assenza di continui sequestri di droga. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Concorso nel reato di spaccio: la vedetta non si salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio insieme al compagno. La polizia aveva sorpreso la donna mentre controllava la strada dalla finestra e faceva segno a un acquirente di entrare nell'appartamento, dove sono stati poi rinvenuti oltre trenta grammi di cocaina ad alta purezza. La difesa sosteneva si trattasse di una semplice connivenza non punibile, dovuta alla convivenza. I giudici hanno invece stabilito che il comportamento attivo della donna (palo e coordinamento degli ingressi) configura un pieno concorso nel reato di spaccio. Inoltre, l'elevata purezza della droga e il numero di dosi ricavabili hanno escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, rendendo il ricorso inammissibile e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Spaccio di lieve entità: il peso reale vince sulle dosi pronte
L'Imputato è stato condannato per detenzione di eroina e cocaina. La Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata qualificazione del fatto come spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello aveva negato l'attenuante basandosi solo sulla suddivisione in dosi e sulla diversità delle droghe. La Suprema Corte ha ritenuto illogica tale decisione, evidenziando che il peso effettivo della cocaina non bastava nemmeno per una singola dose. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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