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Lieve Entità — Anno 2023

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438 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Lieve Entità

Provvedimenti

Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna anche senza perizia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. L'imputato sosteneva di essere un semplice consumatore e contestava l'efficacia del solo narcotest per dimostrare la capacità drogante della sostanza. La Suprema Corte ha chiarito che, nei casi di spaccio di lieve entità, il narcotest è sufficiente per accertare la natura della droga, senza bisogno di analisi quantitative sul principio attivo. Inoltre, il possesso di diverse droghe e di ingenti somme di denaro smentisce la tesi del consumo personale. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: no se hai 200 dosi di cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di circa 200 dosi di cocaina, suddivise in 72 involucri nascosti nell'auto. L'imputato chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, rilevando che la presenza di bilancini di precisione, denaro in contanti e le modalità di occultamento indicano un'attività di spaccio ben organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante per il profitto minimo è stata dichiarata inammissibile poiché presentata per la prima volta in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: lo sconto di pena blocca il ricorso
Il caso riguarda un uomo condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. In secondo grado, la difesa e l'accusa raggiungono un accordo sulla pena tramite il concordato in appello, con contestuale rinuncia ai motivi di impugnazione. Successivamente, l'imputato propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata qualificazione del fatto come reato di lieve entità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare in sede di legittimità la qualificazione giuridica del fatto, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità dello spaccio: quando il bilancino nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (cocaina, hashish e marijuana). L'imputato richiedeva la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio e l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno confermato che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche un solo elemento (come la presenza di diverse droghe, bilancino di precisione, denaro contante e occultamento nel veicolo) indichi un'attività organizzata e non occasionale. Inoltre, la richiesta di attenuante è stata ritenuta inammissibile poiché presentata per la prima volta in Cassazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: quando lo spaccio diventa associazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Sicilia. Gli imputati gestivano una vera e propria rete commerciale con divisione dei ruoli, cassa comune e disponibilità di armi. I ricorrenti contestavano la loro partecipazione stabile al gruppo e chiedevano la riqualificazione del reato in associazione di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il continuo approvvigionamento di droga dimostra l'adesione al programma criminoso, superando il semplice rapporto di compravendita. Inoltre, la rilevante capacità di rifornimento del gruppo esclude l'ipotesi della lieve entità, rendendo irrilevante la brevità del periodo di osservazione delle forze dell'ordine. Di conseguenza, i ricorrenti perdono il ricorso e sono condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per lo spaccio
Il Tribunale di Roma confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di spaccio di stupefacenti. La difesa ricorreva in Cassazione, sostenendo la lieve entità del fatto per il modesto quantitativo di droga (circa 24 grammi di eroina e 2 grammi di hashish) e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del fatto deve essere globale: la presenza di bilancini, contanti ingiustificati, materiale da taglio e precedenti penali dimostrano un'attività professionale incompatibile con la lieve entità. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è inevitabile se il domicilio proposto per gli arresti è inadeguato e condiviso con un coindagato, rendendo inefficace anche il braccialetto elettronico contro il rischio di reiterazione del reato.
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Lieve entità del fatto: niente sconti con 157 bustine di droga
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti (ketamina e shaboo). Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la lieve entità del fatto può essere riconosciuta solo in presenza di una minima offensività penale della condotta. Nel caso specifico, la presenza di 157 bustine di droga, l'elevato principio attivo delle sostanze, l'abitualità della condotta e i contatti con esponenti della criminalità organizzata escludono categoricamente l'applicazione dell'attenuante. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio organizzato: no alle circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio continuato di sostanze stupefacenti. L'Imputato lamentava il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'attività di spaccio era stabile, organizzata e non occasionale, con il reclutamento di collaboratori all'estero e la disponibilità di ingenti quantitativi di droga. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato ritenuto legittimo poiché l'imputato non ha mostrato elementi positivi di condotta, limitandosi a una confessione parziale volta a proteggere i complici. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: no a sconti sulla droga
L'Imputato ha concordato una pena per reati di importazione e spaccio di eroina. Successivamente, ha proposto ricorso contestando la gravità del fatto, ritenendo che dovesse essere qualificato come di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento e ricorso per cassazione, l'erronea qualificazione giuridica può essere contestata solo in presenza di un errore manifesto ed evidente a prima vista. Nel caso specifico, l'importazione di oltre tre chili di droga esclude qualsiasi ipotesi di lieve entità. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la condanna regge contro i ricorsi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di spaccio di lieve entità. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine avevano rinvenuto diverse tipologie di droga (cocaina, eroina e hashish), un bilancino di precisione e materiale per il confezionamento. La difesa contestava la misurazione delle sostanze e l'attendibilità del narcotest, richiedendo una rivalutazione dei fatti. La Suprema Corte ha stabilito che il ricorso è inammissibile perché si limita a contestazioni generiche senza confrontarsi con le prove concrete evidenziate dai giudici di merito. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Lieve entità dello spaccio: 389 dosi escludono lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. La difesa lamentava la mancata qualificazione del reato come fatto di lieve entità e l'omessa valutazione dell'uso personale. Gli inquirenti avevano tuttavia rinvenuto strumenti di confezionamento, bilancini, denaro contante e una quantità di droga equivalente a 389 dosi. La Suprema Corte ha chiarito che la lieve entità dello spaccio deve essere esclusa quando anche uno solo degli indici di legge (come l'elevato dato ponderale) indica una significativa offensività della condotta. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: console e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione e duemila euro di multa per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto la droga nascosta all'interno di una console di gioco, insieme a materiale per il taglio e il confezionamento. L'imputato contestava la motivazione della sentenza d'appello e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici di merito hanno motivato adeguatamente la decisione, evidenziando la gravità della condotta e la personalità del soggetto, già gravato da precedenti specifici. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Aggravamento della misura cautelare: dal sonno profondo al carcere
Il Tribunale del riesame ha confermato la sostituzione degli arresti domiciliari con la custodia in carcere per un uomo che non aveva risposto al controllo della polizia giudiziaria. Gli agenti avevano suonato ripetutamente il campanello, perfettamente funzionante, e bussato alla porta senza ricevere risposta, rintracciando il soggetto solo in un secondo momento. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse addormentato profondamente a causa di farmaci, invocando la lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo la giustificazione del sonno del tutto implausibile. La Corte ha confermato l'aggravamento della misura cautelare in carcere, escludendo la lieve entità della violazione, poiché la condotta integra gli estremi del reato di evasione e dimostra l'inadeguatezza del regime domiciliare.
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Spaccio di stupefacenti: pochi grammi ma condanna pesante
Tre soggetti sono stati condannati per spaccio di stupefacenti in concorso. Il Primo Spacciatore ha richiesto la riqualificazione del reato in fatto di lieve entità, evidenziando il possesso di soli 4,20 grammi di marijuana durante un controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'attenuante della lieve entità non può essere concessa se l'attività si inserisce in un contesto criminale strutturato, caratterizzato da contatti stabili con fornitori, gestione di intermediari e ingenti volumi d'affari. Di conseguenza, le condanne precedenti sono state confermate e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di stupefacenti: il patto sulla pena blocca la Cassazione
Diversi soggetti, condannati per spaccio di stupefacenti, hanno proposto ricorso in Cassazione. Alcuni imputati avevano concordato la pena in appello (concordato in appello), ma hanno comunque tentato di contestare la sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, ribadendo che l'accordo sulla pena preclude successive contestazioni, salvo casi eccezionali di illegalità della sanzione. Per gli altri ricorrenti, la Corte ha respinto le richieste di riconoscimento della lieve entità del fatto e delle attenuanti generiche. I giudici hanno evidenziato la stabilità dell'attività criminosa e l'assenza di elementi positivi di ravvedimento, confermando integralmente le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Spaccio di lieve entità: giovane età e incensuratezza non bastano
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento dello spaccio di lieve entità e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del reato spetta ai giudici di merito. Nel caso specifico, la quantità di droga sequestrata, la suddivisione in dosi e il potenziale profitto escludono lo spaccio di lieve entità. Inoltre, la giovane età e l'incensuratezza non bastano a concedere automaticamente uno sconto di pena. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Coltelli e particolare tenuità del fatto: condanna inevitabile
Il Ricorrente è stato condannato per il porto ingiustificato di due coltelli, di cui uno con punta acuminata. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e l'attenuante della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa in presenza di precedenti penali specifici per reati in materia di armi, i quali dimostrano l'abitualità della condotta. Inoltre, la sospensione condizionale della pena, pur potendo estinguere il reato, non cancella gli effetti penali della condanna ai fini della valutazione della condotta del reo. Infine, per l'attenuante della lieve entità, non basta valutare le dimensioni dell'arma, ma occorre considerare anche la personalità del soggetto e il contesto del porto abusivo.
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Attività di spaccio continuativa: niente sconti per necessità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato invocava lo stato di necessità, sostenendo di essere stato costretto a spacciare dai propri connazionali. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando che un'attività di spaccio continuativa esclude sia lo stato di necessità sia la qualificazione del fatto come di lieve entità. Inoltre, la Corte ha negato l'ulteriore riduzione di pena prevista dalla riforma Cartabia per chi rinuncia all'impugnazione, poiché l'imputato aveva attivamente proposto appello e ricorso. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità dello spaccio: quando scatta comunque il carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto nella lieve entità dello spaccio, evidenziando la modica quantità delle singole cessioni. I giudici hanno invece confermato la gravità della condotta, evidenziando l'esistenza di una piazza di spaccio strutturata con turni, vedette e nascondigli per la droga. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Lieve entità stupefacenti: 127 dosi escludono lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per detenzione a fini di spaccio di 36 grammi di marijuana, equivalenti a 127 dosi singole. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della lieve entità stupefacenti e vizi procedurali sulla notifica delle conclusioni del Procuratore Generale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il processo si è svolto in forma orale, escludendo le regole del rito cartolare. Inoltre, i giudici hanno stabilito che l'elevato numero di dosi ricavabili costituisce una scorta per la vendita sufficiente a escludere la lieve entità stupefacenti, rendendo irrilevante l'assenza di altri elementi negativi.
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