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Arbitrato

21 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Metodo alternativo di risoluzione delle controversie affidato a soggetti privati scelti dalle parti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Clausola compromissoria nulla: la Cassazione riafferma il giudice ordinario
Un gruppo di soci ha citato in giudizio una socia per mancato pagamento di spese e per chiederne l'esclusione. La socia ha invocato una clausola compromissoria nello statuto, che prevedeva l'arbitrato. Il Tribunale di primo grado ha rimesso la causa agli arbitri. La Corte di Cassazione ha invece dichiarato nulla la clausola compromissoria, poiché conferiva ai soci il potere di nominare gli arbitri, violando il principio di imparzialità. La controversia deve quindi essere decisa dal giudice ordinario, riaffermando la competenza del Tribunale.
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Compenso degli arbitri: si paga sull’appalto, non sul risarcito
Tre professionisti, nominati arbitri in una lite tra due società per un appalto, hanno chiesto la liquidazione del proprio compenso. La Società Committente ha contestato il valore della causa, sostenendo che si dovesse fare riferimento alle somme effettivamente liquidate e non al valore totale del contratto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della Società Committente, confermando che il valore della controversia per determinare il compenso degli arbitri si calcola sull'intero valore del contratto quando entrambe le parti ne chiedono la risoluzione. Di conseguenza, la Società Committente perde la causa e deve pagare i compensi stabiliti oltre alle spese di giudizio.
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Compenso degli arbitri: paga l’azienda ma il dipendente rimborsa
Un Arbitro, nominato da un Lavoratore in un collegio arbitrale per impugnare una sanzione disciplinare contro l'Azienda, ha richiesto il pagamento delle proprie competenze. L'Azienda ha chiamato in causa il Lavoratore per essere tenuta indenne. La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sul compenso degli arbitri. Ha stabilito che la controversia sulle sanzioni disciplinari ha valore indeterminabile. Tuttavia, ha accolto il ricorso dell'Azienda riducendo l'importo dovuto: all'arbitro spetta solo il compenso per la decisione e non le tariffe per l'assistenza legale, estranee al suo ruolo. L'Azienda deve pagare il compenso ridotto all'Arbitro, ma il Lavoratore deve rimborsarle il 50% di tale somma in via di regresso, poiché l'obbligo di pagamento grava su entrambe le parti in solido.
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Arbitrato e costituzione di parte civile: scontro sui bilanci
L'Acquirente di una società ha avviato un arbitrato contro I Venditori per discrepanze nei bilanci, chiedendo la riduzione del prezzo. Successivamente, si è costituita parte civile nel processo penale contro alcuni amministratori per gli stessi fatti. Un venditore ha eccepito l'estinzione dell'arbitrato, sostenendo il trasferimento dell'azione civile in sede penale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in tema di arbitrato e costituzione di parte civile, non opera il trasferimento automatico dell'azione ex art. 75 c.p.p. Il rapporto tra arbitrato e processo penale è regolato dalle stesse norme del rapporto tra arbitrato e processo civile (art. 819-ter c.p.c.). Di conseguenza, l'arbitrato prosegue autonomamente e non si estingue né si sospende. L'Acquirente vince la causa e il venditore ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Clausola compromissoria: l’accordo tacito batte il vizio formale
Un'impresa appaltatrice e una società concessionaria stipulano nel 1988 un contratto di appalto contenente una clausola compromissoria che rinviava al Capitolato Generale del 1962 per un arbitrato a cinque membri. A seguito di riforme legislative, le parti concordano tacitamente la nomina del presidente di un collegio a tre membri. Sorta la controversia, gli arbitri condannano la committente al risarcimento. La Corte d'Appello annulla il lodo, ritenendo nulla la clausola per il venir meno del modello a cinque membri. La Cassazione cassa la decisione: l'accordo delle parti sulla nomina del collegio a tre membri costituisce una valida modifica contrattuale. La committente, avendo accettato la nuova composizione senza eccezioni tempestive, non può denunciarne la nullità.
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Divieto di patto leonino: salvo il socio che si oppone agli abusi
Una consorziata ha contestato la firma di un accordo svantaggioso con un committente estero, siglato dal presidente del consorzio senza autorizzazione. Un primo lodo arbitrale ha escluso la consorziata dissenziente dalle perdite di tale accordo. Successivamente, la consorziata ha chiesto di essere tenuta indenne dall'altra consorziata, la cui controllata esprimeva il presidente. La Cassazione ha rigettato il ricorso di quest'ultima, confermando l'obbligo di manleva. La Corte ha stabilito che l'esonero dalle perdite derivante dall'annullamento di un atto non autorizzato non viola il "Divieto di patto leonino", poiché non deriva da un accordo societario volto ad alterare la partecipazione al rischio, ma dalla gestione illecita di un organo direttivo.
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Contrattualistica e arbitrato: no a scadenze a sorpresa
Due collaboratori chiedono a un'azienda il pagamento dell'indennità di fine mandato tramite arbitrato. L'azienda si difende chiedendo la restituzione di utili indebiti, ma l'arbitro dichiara inammissibili i suoi documenti contabili per il mancato rispetto di scadenze non preventivamente indicate come tassative. La Corte d'Appello conferma il lodo, ma la Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte stabilisce che la corretta gestione della contrattualistica nell'arbitrato impedisce all'arbitro di applicare decadenze e sanzioni procedurali severe se queste non sono state preventivamente e chiaramente comunicate alle parti. L'azienda vince il ricorso e la causa viene rinviata per un nuovo esame.
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Clausola compromissoria: decide l’arbitro e non il giudice
Un medico legale assiste un paziente in una causa di malasanità, concordando un compenso basato su una percentuale del risarcimento. Il contratto contiene una clausola compromissoria che affida le controversie al Consiglio dell'Ordine dei Medici. Al termine dell'incarico sorge un contrasto sul pagamento dei compensi. Il paziente sostiene che la lite spetti all'Ordine, mentre il medico si rivolge al giudice ordinario. La Corte d'Appello dà ragione al medico, limitando la clausola ai soli casi di interruzione anticipata del rapporto. La Cassazione ribalta la decisione: la clausola compromissoria ha una portata generale e copre ogni lite sulle prestazioni svolte, anche se sorte dopo la fine del mandato. Di conseguenza, la competenza spetta al collegio arbitrale dell'Ordine dei Medici.
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Prescrizione presuntiva: l’arbitro vince e ottiene il compenso
Un arbitro ha richiesto il pagamento del proprio compenso professionale per aver presieduto un collegio arbitrale. Il debitore si è opposto, eccependo la prescrizione presuntiva di tre anni prevista per i professionisti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del debitore, stabilendo che la prescrizione presuntiva non si applica ai compensi degli arbitri. Questo perché l'incarico arbitrale e la liquidazione del relativo compenso richiedono formalità scritte e procedure complesse, mentre la presunzione di avvenuto pagamento si applica solo ai rapporti informali che di solito si saldano subito e senza rilascio di quietanza. Di conseguenza, l'arbitro ha diritto a ricevere il proprio compenso anche dopo il decorso dei tre anni.
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Clausola compromissoria valida: i privati perdono contro la PA
Alcuni proprietari terrieri hanno contestato l'inerzia di una Provincia e di due Comuni nell'attuare un accordo preliminare per la realizzazione di un centro termale. Il Consiglio di Stato ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo a causa della presenza di una clausola compromissoria nell'accordo. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso dei privati. La Suprema Corte ha stabilito che le attività contestate (deposito, pubblicazione e convocazione) hanno natura meramente esecutiva e strumentale, non implicando l'esercizio di poteri autoritativi pubblici. Di conseguenza, le posizioni giuridiche dei privati consistono in diritti soggettivi disponibili, rendendo pienamente valida ed efficace la clausola compromissoria per deferire la controversia ad arbitri privati.
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Clausola compromissoria: se è facoltativa il lodo è nullo
Un'azienda appaltatrice e un Comune stipulano un contratto di appalto contenente una clausola che prevede la possibilità di deferire le controversie ad arbitri. Successivamente, sorge una lite e l'azienda avvia un arbitrato. Il Comune impugna la decisione degli arbitri, sostenendo che la clausola non fosse obbligatoria ma solo facoltativa. La Corte d'Appello dichiara nullo il lodo arbitrale. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, stabilendo che il mero riferimento a una norma che prevede l'arbitrato come semplice facoltà non configura una valida clausola compromissoria. Per escludere la giurisdizione del giudice ordinario serve infatti una volontà chiara, univoca e scritta delle parti. Il ricorso dell'azienda viene rigettato.
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Clausola compromissoria nulla: socia perde la causa e paga
Una socia amministratrice ne citava in giudizio un'altra, sua cugina e socia al 50%, per aver prelevato dalle casse sociali una somma superiore al dovuto. La socia convenuta si difendeva sostenendo che la questione dovesse essere decisa da arbitri, come previsto dallo statuto. La Cassazione ha però confermato la decisione dei giudici precedenti, dichiarando la clausola compromissoria nulla. Il motivo è che la clausola non affidava la nomina di tutti gli arbitri a un soggetto esterno alla società, un requisito inderogabile previsto dalla legge per garantire l'imparzialità. Di conseguenza, la causa è stata correttamente gestita dal tribunale ordinario e la socia convenuta ha perso il ricorso.
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Nomina terzo arbitro: il ruolo del Tribunale
Il Tribunale di Venezia è intervenuto per la nomina terzo arbitro in una controversia tra un professionista e una struttura sanitaria. Dopo una prima designazione, è stata necessaria una sostituzione per ragioni di opportunità, garantendo l'imparzialità del collegio arbitrale secondo l'art. 810 c.p.c.
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Clausola Compromissoria: Arbitri battono Tribunale nel contratto
Due incaricati alla vendita citano in giudizio un'azienda per recesso ingiustificato dal contratto. L'azienda si oppone invocando una clausola compromissoria che prevede la competenza di un collegio arbitrale. I venditori sostengono l'invalidità della clausola per un presunto conflitto con altre regole aziendali che indicavano il Tribunale di Roma. La Corte di Cassazione dà ragione all'azienda, stabilendo che la clausola compromissoria, specificamente firmata, prevale sulle altre disposizioni generiche. Viene inoltre negata la qualifica di consumatori ai venditori, in quanto professionisti. La competenza a decidere la controversia è quindi degli arbitri e non del tribunale ordinario.
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Clausola arbitrale: ‘Saranno’ non è opzione ma obbligo per la Corte
Un'azienda subappaltatrice ha chiesto un pagamento al committente, il quale si è opposto invocando la presenza di una clausola arbitrale nel contratto. Tale clausola prevedeva che le liti 'saranno devolute' ad arbitri. Il subappaltatore sosteneva che l'uso del futuro rendesse la scelta dell'arbitrato facoltativa. La Corte di Cassazione ha respinto questa interpretazione, stabilendo che il verbo al futuro indicativo esprime un obbligo, non una mera possibilità. Per essere facoltativa, la clausola arbitrale deve indicarlo in modo esplicito. Di conseguenza, la Corte ha confermato che la competenza a decidere la lite spetta agli arbitri e non al tribunale, dando ragione al committente.
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Clausola compromissoria facoltativa: Tribunale batte Arbitrato
Un'impresa edile chiede il pagamento di lavori a un Condominio, che si oppone sostenendo la competenza di un collegio arbitrale in base al contratto. La Corte di Cassazione analizza il testo dell'accordo e stabilisce che la clausola era una 'clausola compromissoria facoltativa'. L'arbitrato era quindi una semplice possibilità e non un obbligo. Di conseguenza, la scelta dell'impresa di rivolgersi al Tribunale ordinario è legittima. La causa deve proseguire davanti al giudice statale, confermando la sua competenza a decidere sulla richiesta di pagamento.
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Trasferimento d’azienda e affitto: le tutele
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del licenziamento di un lavoratore impiegato in un ramo d'azienda oggetto di molteplici passaggi di gestione. Il caso riguardava un trasferimento d'azienda derivante dalla cessazione di un affitto e dal contestuale subentro di un nuovo affittuario. Secondo i giudici, l'art. 2112 c.c. si applica anche in caso di retrocessione al proprietario, a patto che l'entità economica conservi la sua identità. Tuttavia, la Corte ha negato il ripristino del rapporto di lavoro poiché l'attività era rimasta ferma per oltre un anno dopo il secondo passaggio, interrompendo di fatto la continuità necessaria per il mantenimento automatico del posto di lavoro.
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Lodo arbitrale: termini di impugnazione inderogabili
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'impugnazione di un lodo arbitrale relativo a lavori pubblici poiché presentata oltre il termine di 180 giorni. La ricorrente sosteneva che dovesse applicarsi il termine annuale previsto dal codice di procedura civile, in virtù di una specifica clausola contrattuale. La Suprema Corte ha invece stabilito che le norme sui termini di impugnazione del lodo arbitrale hanno natura processuale e di ordine pubblico, risultando pertanto inderogabili dalla volontà negoziale delle parti.
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Lodo arbitrale: validità come titolo esecutivo
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso relativo a un'opposizione all'esecuzione basata su un lodo arbitrale. Il nucleo della controversia riguardava la qualificazione dell'arbitrato come rituale o irrituale. Mentre il ricorrente sosteneva la natura irrituale del lodo (e quindi la sua inidoneità a fungere da titolo esecutivo), i giudici di merito avevano accertato la natura rituale basandosi sull'atto di deferimento e sull'apposizione dell'exequatur. La Suprema Corte ha ribadito che tale valutazione interpretativa spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità.
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Responsabilità della CCIAA: i termini di comunicazione
Una società ha citato in giudizio la Camera di Commercio (CCIAA) per danni, sostenendo di aver ricevuto in ritardo la comunicazione di una rinuncia a un arbitrato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che non sussiste la responsabilità della CCIAA. I giudici hanno chiarito che il termine per la comunicazione decorre dalla data di protocollazione dell'atto, non dalla sua ricezione, e che la valutazione della tempestività può basarsi sul criterio dei "giorni lavorativi", ritenendo congruo un termine di sette giorni nel caso specifico.
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