Come si calcola il compenso degli arbitri in una lite di appalto
Quando sorge una controversia commerciale, le parti possono scegliere di non andare in tribunale ma di affidarsi a un collegio arbitrale. Tuttavia, la determinazione del compenso degli arbitri può diventare essa stessa motivo di scontro legale. Una recente decisione della Corte di Cassazione fa chiarezza su come calcolare questo compenso quando la lite riguarda la risoluzione (lo scioglimento) di un contratto di appalto. La Suprema Corte ha stabilito che, se entrambe le parti chiedono la risoluzione del contratto per inadempimento reciproco, il valore della causa deve essere parametrato all’intero valore del contratto originario, e non solo alle singole somme richieste a titolo di risarcimento o pagamento residuo.
Il caso: la contestazione sul valore della causa
La vicenda nasce da un arbitrato tra un’impresa edile e la Società Committente per lavori di ristrutturazione di un albergo. Il contratto di appalto aveva un valore iniziale di oltre 1,8 milioni di euro. Al termine del procedimento, i tre arbitri (tutti avvocati) hanno emesso il lodo (la decisione finale) e hanno chiesto al Tribunale la liquidazione delle loro competenze professionali.
Il Tribunale ha inizialmente liquidato una somma ridotta, applicando uno scaglione tariffario basato su un valore di causa inferiore. Gli arbitri hanno quindi proposto reclamo davanti alla Corte di Appello, la quale ha ribaltato la decisione. I giudici di secondo grado hanno riconosciuto la correttezza del calcolo degli arbitri, che avevano parametrato le loro tariffe sul valore complessivo dell’appalto (oltre 1,8 milioni di euro), raddoppiando inoltre il compenso del consulente tecnico d’ufficio per via della complessità delle indagini svolte.
La Società Committente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando che il valore della causa fosse stato gonfiato. Secondo la società, gli arbitri avrebbero dovuto considerare solo il “decisum” (cioè la somma effettivamente liquidata nel lodo) o comunque le singole pretese economiche ridotte nel corso del giudizio, anziché l’intero valore del contratto di appalto.
Le motivazioni della sentenza sul compenso degli arbitri
La Corte di Cassazione ha respinto tutti i motivi di ricorso presentati dalla Società Committente. I giudici di legittimità hanno chiarito che, ai fini della liquidazione del compenso degli arbitri, si applicano le regole del codice di procedura civile per la determinazione del valore della causa.
In particolare, l’articolo 12 del codice di procedura civile stabilisce che il valore delle cause relative all’esistenza, alla validità o alla risoluzione di un rapporto contrattuale si determina in base alla parte del rapporto che è in contestazione. Tuttavia, la giurisprudenza prevede una deroga fondamentale: quando il giudice o gli arbitri sono chiamati a decidere con efficacia di giudicato (decisione definitiva) sulla risoluzione dell’intero contratto, è l’intero valore del contratto a dover essere preso come riferimento.
Nel caso specifico, sia l’impresa edile sia la Società Committente avevano chiesto la risoluzione del contratto di appalto per colpa della controparte. Poiché era in discussione la vita stessa dell’intero rapporto contrattuale da 1,8 milioni di euro, gli arbitri hanno correttamente applicato lo scaglione tariffario massimo previsto dal decreto ministeriale per la liquidazione delle loro spettanze. La Cassazione ha inoltre confermato che le valutazioni sulla complessità della causa e sul raddoppio delle spese del consulente tecnico sono decisioni di merito, ampiamente motivate dalla Corte di Appello, e non possono essere ridiscusse nel giudizio di legittimità.
Le conclusioni sul compenso degli arbitri
La sentenza della Corte di Cassazione riafferma un principio di grande importanza per la gestione dei procedimenti arbitrali. Chi decide di avviare un arbitrato chiedendo la risoluzione di un contratto deve essere consapevole che il compenso degli arbitri sarà proporzionato all’intero valore dell’accordo economico, indipendentemente dalle somme effettivamente recuperate o liquidate alla fine del giudizio.
Con questa pronuncia, la Società Committente perde definitivamente la causa. La Suprema Corte ha confermato la liquidazione dei compensi degli arbitri per circa 40.000 euro ciascuno, oltre al rimborso delle spese forfettarie del 15% e al raddoppio del compenso del consulente tecnico d’ufficio. La società ricorrente è stata inoltre condannata a pagare le spese del giudizio di Cassazione, liquidate in 7.000 euro, e al versamento di un ulteriore contributo unificato.
Come si calcola il valore di una causa arbitrale per stabilire le tariffe dei professionisti?
Il valore si determina secondo le regole del codice di procedura civile. Se la lite riguarda la risoluzione dell’intero contratto, si fa riferimento al valore complessivo dell’accordo e non solo alle somme effettivamente liquidate nel lodo.
Cosa succede se entrambe le parti chiedono la risoluzione del contratto nell’arbitrato?
In questo caso, essendo in discussione l’intero rapporto contrattuale, il compenso degli arbitri deve essere calcolato prendendo come parametro l’intero valore originario del contratto stesso.
È possibile contestare in Cassazione la complessità di una consulenza tecnica decisa nei gradi precedenti?
No, la valutazione sulla complessità delle indagini e sul conseguente raddoppio del compenso del consulente tecnico è una decisione di merito che non può essere ridiscussa davanti alla Corte di Cassazione se correttamente motivata.