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Clausola compromissoria: se è facoltativa il lodo è nullo

Un’azienda appaltatrice e un Comune stipulano un contratto di appalto contenente una clausola che prevede la possibilità di deferire le controversie ad arbitri. Successivamente, sorge una lite e l’azienda avvia un arbitrato. Il Comune impugna la decisione degli arbitri, sostenendo che la clausola non fosse obbligatoria ma solo facoltativa. La Corte d’Appello dichiara nullo il lodo arbitrale. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, stabilendo che il mero riferimento a una norma che prevede l’arbitrato come semplice facoltà non configura una valida clausola compromissoria. Per escludere la giurisdizione del giudice ordinario serve infatti una volontà chiara, univoca e scritta delle parti. Il ricorso dell’azienda viene rigettato.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 19497 Anno 2023
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Pubblicato il 17 giugno 2026 in Giurisprudenza Civile

La validità della clausola compromissoria nei contratti pubblici

Quando si firma un contratto pubblico, le parti possono inserire una clausola compromissoria per evitare le lungaggini del tribunale ordinario. Questa clausola permette di affidare le future liti a un collegio di arbitri privati. Tuttavia, la formulazione del testo deve essere estremamente precisa. Se la clausola si limita a prevedere una semplice possibilità di ricorrere all’arbitrato, senza un obbligo chiaro, la giurisdizione del giudice dello Stato rimane l’unica via percorribile. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito questo importante principio, analizzando il caso di un appalto tra un’azienda privata e un Comune.

Il caso concreto e la contestazione del Comune

Un’azienda e un Comune firmano un contratto di appalto per la realizzazione di opere pubbliche. All’interno dell’accordo, l’articolo sedici stabilisce che le controversie derivanti dall’esecuzione del contratto possono essere deferite ad arbitri. La clausola richiama espressamente una vecchia norma di legge che regolava l’arbitrato nei lavori pubblici. Quando sorge una controversia, l’azienda decide di avviare la procedura arbitrale e ottiene una decisione favorevole. Il Comune decide di impugnare questa decisione davanti alla Corte d’Appello. L’ente pubblico sostiene che la clausola contrattuale non obbligasse le parti a rivolgersi agli arbitri. La Corte d’Appello accoglie il ricorso del Comune e dichiara nullo il verdetto degli arbitri. L’azienda decide quindi di presentare ricorso in Cassazione per difendere la validità della decisione arbitrale.

Quando il rinvio alla legge non basta per l’arbitrato

La Cassazione analizza la struttura dell’accordo e il richiamo normativo inserito nel contratto. Le parti avevano inserito un rinvio all’articolo trentadue della legge Merloni. Questa norma prevedeva l’arbitrato come una mera facoltà e non come un obbligo automatico. I giudici di legittimità spiegano che il rinvio a una norma di legge inserisce quella stessa norma nel contratto. Di conseguenza, i limiti e l’estensione dell’accordo dipendono dal testo della legge richiamata. Poiché la legge citata parlava di una semplice possibilità, anche la clausola contrattuale mantiene lo stesso carattere facoltativo. Per escludere il giudice ordinario occorre un patto scritto che esprima in modo certo l’intenzione di entrambe le parti di rinunciare alla giustizia dello Stato.

Le motivazioni della decisione sulla clausola compromissoria

I giudici della Suprema Corte respingono tutti i motivi di ricorso presentati dall’azienda. La decisione si fonda sul fatto che la parola “possono”, utilizzata nel testo contrattuale, indica una semplice opzione. Il mero richiamo alla disciplina legislativa non è sufficiente per dimostrare la nascita di un vincolo obbligatorio. La clausola compromissoria richiede infatti una forma scritta solenne e una volontà univoca di derogare alla giurisdizione ordinaria. Nel caso specifico, l’intestazione della clausola usava il termine generico “Controversie” e non “Clausola compromissoria”. Questo dettaglio conferma che le parti non volevano creare un obbligo assoluto, ma solo descrivere una procedura eventuale. L’interpretazione letterale del contratto esclude quindi che l’arbitrato fosse l’unica via percorribile per risolvere le liti.

Le conclusioni sul caso della clausola compromissoria

La Corte di Cassazione rigetta definitivamente il ricorso dell’azienda e conferma la nullità dei lodi arbitrali. L’azienda perde la causa e deve rimborsare al Comune tutte le spese del giudizio di legittimità, quantificate in settemila euro oltre agli accessori di legge. Questa pronuncia lancia un messaggio chiaro a tutte le imprese che lavorano con la pubblica amministrazione. La redazione dei contratti richiede la massima attenzione tecnica. Se si desidera sottrarre le liti al giudice ordinario, bisogna utilizzare formule contrattuali chiare, imperative e prive di ambiguità. Un semplice riferimento facoltativo a norme esterne rischia di rendere nullo l’intero procedimento arbitrale, con un grave spreco di tempo e denaro per l’impresa.

Cosa succede se la clausola per l’arbitrato usa il verbo potere invece di dovere?
Se la clausola stabilisce che le controversie possono essere decise da arbitri, l’arbitrato rimane facoltativo e non impedisce di rivolgersi al giudice ordinario.

È valido l’arbitrato se la clausola contrattuale fa un rinvio generico a una legge abrogata?
Il rinvio a una norma di legge recepisce il contenuto della stessa al momento della firma, ma se la norma prevedeva l’arbitrato come opzione, la clausola non diventa obbligatoria.

Quali requisiti deve avere una clausola compromissoria per essere vincolante?
Deve essere redatta per iscritto in modo chiaro e deve esprimere l’univoca volontà delle parti di escludere la giurisdizione del tribunale ordinario.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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