Il caso del compenso degli arbitri nelle controversie di lavoro
La determinazione del compenso degli arbitri rappresenta un tema centrale quando si utilizzano strumenti alternativi alla giustizia ordinaria per risolvere le liti di lavoro. La vicenda nasce dall’impugnazione di una sanzione disciplinare. Un Lavoratore ha promosso un arbitrato contro l’Azienda datrice di lavoro e ha nominato un professionista come proprio arbitro di parte. Al termine della procedura, il professionista ha richiesto il pagamento delle proprie spettanze professionali direttamente all’Azienda. Quest’ultima ha resistito in giudizio e ha chiamato in causa lo stesso Lavoratore per essere garantita in caso di condanna. La sentenza offre importanti chiarimenti pratici per chiunque si trovi ad affrontare una procedura arbitrale.
La natura solidale del debito e il diritto di regresso
La legge stabilisce che le parti che partecipano a un arbitrato sono obbligate in solido a pagare gli arbitri. Questo significa che l’arbitro ha il diritto di chiedere l’intero pagamento a una qualsiasi delle parti coinvolte, indipendentemente da chi lo abbia nominato o da chi abbia vinto la causa. Nel caso specifico, il professionista ha scelto di agire contro l’Azienda per ottenere l’intero importo delle sue competenze.
L’Azienda non può rifiutarsi di pagare l’arbitro eccependo che l’incarico è stato conferito dal dipendente. Tuttavia, la solidarietà passiva tutela il debitore che paga l’intero. La legge concede infatti all’Azienda il diritto di regresso nei confronti del Lavoratore. Nei rapporti interni tra le parti, in mancanza di un accordo diverso o di una specifica decisione degli arbitri nel lodo, le quote di debito si presumono uguali. Di conseguenza, l’Azienda che paga l’arbitro ha il diritto di chiedere al Lavoratore il rimborso della metà della somma versata.
La differenza tra assistere una parte e decidere la lite
Un punto cruciale della decisione riguarda la distinzione tra l’attività di difesa e quella di decisione. Il Tribunale, nei gradi precedenti, aveva calcolato il compenso applicando le tariffe forensi per le attività stragiudiziali. Oltre alla quota per la partecipazione al collegio, aveva riconosciuto all’arbitro somme aggiuntive per lo studio della pratica e la gestione del fascicolo.
La Cassazione ha corretto questo errore metodologico. Gli arbitri non svolgono un’attività di assistenza legale a favore di un cliente. Il loro ruolo è quello di giudici privati chiamati a decidere una controversia in modo neutrale. Anche se l’arbitro è un avvocato, non si possono applicare in modo automatico e cumulativo le tariffe destinate ai difensori. All’arbitro spetta unicamente l’onorario fisso previsto per i componenti del collegio arbitrale, senza alcuna maggiorazione per attività tipiche del mandato difensivo.
Le motivazioni della sentenza sul compenso degli arbitri
La Suprema Corte ha basato la sua decisione su precise motivazioni giuridiche riguardanti il compenso degli arbitri. In primo luogo, i giudici hanno confermato che le controversie sull’impugnazione di sanzioni disciplinari hanno un valore indeterminabile. Tali sanzioni incidono sullo status del lavoratore e sulla sua carriera, superando il mero aspetto economico della punizione.
In secondo luogo, la Corte ha chiarito che l’arbitro può agire con un ordinario processo di cognizione per ottenere il pagamento, senza dover per forza seguire la procedura speciale di liquidazione. Infine, i giudici hanno censurato la decisione di secondo grado che aveva riconosciuto voci di compenso estranee alla funzione arbitrale. L’arbitro decide la lite e non assiste la parte, quindi non può pretendere i compensi per lo studio della pratica o per la tenuta dell’archivio, che spettano solo agli avvocati difensori.
Le conclusioni sul compenso degli arbitri
La decisione della Cassazione ha modificato parzialmente la sentenza precedente, stabilendo un risultato pratico definitivo. La Corte ha accolto il ricorso dell’Azienda limitatamente alla quantificazione del compenso degli arbitri, riducendo la somma originaria di oltre millecinquecento euro a soli novecentosessantanove euro. Questa cifra rappresenta l’onorario corretto per un arbitrato di valore indeterminabile calcolato sui minimi tariffari dell’epoca.
L’Azienda è stata condannata a pagare questa minor somma all’arbitro. Allo stesso tempo, i giudici hanno condannato il Lavoratore a rimborsare all’Azienda la metà di tale importo, pari a circa quattrocentottantaquattro euro, in virtù del principio di regresso tra coobbligati solidali. Ciascuna parte deve quindi farsi carico della propria quota interna del costo dell’arbitrato.
Chi deve pagare il compenso dell’arbitro nominato in una vertenza di lavoro?
Entrambe le parti sono obbligate in solido a pagare l’arbitro. Questo significa che l’arbitro può chiedere l’intero pagamento anche a una sola delle parti, indipendentemente da chi lo ha nominato.
La parte che paga l’intero compenso all’arbitro può recuperare una quota dall’altra parte?
Sì, la parte che ha pagato l’intero importo può esercitare l’azione di regresso per ottenere il rimborso della metà della somma dall’altra parte, salvo diversi accordi.
All’arbitro spettano anche i compensi per lo studio della pratica o l’assistenza legale?
No, all’arbitro spetta solo l’onorario fisso previsto per la decisione della controversia. Le tariffe per l’assistenza e lo studio della pratica spettano solo agli avvocati difensori delle parti.