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d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater

Retribuzione di posizione negata a precari regionali
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un gruppo di dipendenti a tempo determinato di un'amministrazione regionale che richiedevano il riconoscimento della retribuzione di posizione. I lavoratori, assunti con qualifiche tecniche, sostenevano di aver diritto al trattamento economico completo della terza fascia dirigenziale dopo una riorganizzazione normativa. La Corte ha stabilito che la norma sulla transizione a tale fascia aveva carattere transitorio ed era riservata solo al personale di ruolo già in possesso della qualifica dirigenziale, escludendo quindi i ricorrenti che non soddisfacevano tale requisito.
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Incarico dirigenziale medico: no automatismo
Un dirigente medico ha citato in giudizio la propria Azienda Sanitaria per ottenere un incarico di elevata professionalità, sostenendo di averne diritto dopo oltre cinque anni di servizio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che per l'attribuzione di un incarico dirigenziale medico non è sufficiente la sola anzianità di servizio. Sono invece necessari requisiti cumulativi: la disponibilità di posti, la copertura finanziaria e il superamento di specifiche procedure di selezione, come previsto dalla contrattazione collettiva.
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Inquadramento pubblico impiego: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico, ex funzionario giudiziario, ha contestato il suo nuovo inquadramento professionale derivante da un contratto collettivo, sostenendo che fosse nullo e costituisse un demansionamento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando la piena legittimità dell'operato della contrattazione collettiva. Secondo la Corte, la definizione dell'inquadramento pubblico impiego è una prerogativa delle parti sociali, sottratta al sindacato del giudice, e il passaggio a un nuovo sistema non viola i diritti acquisiti né costituisce automaticamente un demansionamento.
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Incarico dirigenza medica: la Cassazione chiarisce
Un gruppo di dirigenti medici ha citato in giudizio la propria azienda sanitaria per ottenere il riconoscimento di un incarico professionale di livello superiore, sostenendo che fosse dovuto dopo aver maturato una certa anzianità di servizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5028/2024, ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che per l'assegnazione di un incarico dirigenza medica di alta professionalità o di direzione di struttura semplice non è sufficiente la sola anzianità di servizio. È invece necessario che siano soddisfatte precise condizioni: l'esistenza di posti disponibili secondo l'atto aziendale, la relativa copertura finanziaria e il superamento delle procedure di selezione stabilite dalla contrattazione collettiva.
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Danno comunitario: sì anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4943/2024, ha stabilito un principio fondamentale a tutela dei lavoratori precari del settore pubblico. La Corte ha chiarito che il diritto al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva reiterazione di contratti a termine sussiste anche quando i rapporti di lavoro sono stati instaurati senza un contratto scritto. La mancanza della forma scritta, che di per sé costituisce un'illegittimità, non può annullare la tutela prevista dalla normativa europea contro l'abuso dei contratti a termine, ma anzi ne rafforza la necessità.
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Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
Una lavoratrice precaria, impiegata per anni da una pubblica amministrazione regionale tramite rapporti a termine non formalizzati per iscritto, ha richiesto il risarcimento per l'abusiva reiterazione dei contratti. La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha stabilito un principio cruciale: la tutela risarcitoria per il cosiddetto "danno comunitario" spetta al lavoratore anche in assenza di un contratto scritto. La nullità del contratto per vizio di forma, imputabile all'amministrazione, non può vanificare la protezione prevista dalla normativa europea contro l'abuso del lavoro precario. La Corte ha quindi cassato la decisione d'appello che negava il risarcimento, affermando che la mancanza di forma scritta costituisce un'illegittimità aggiuntiva che non esclude, ma anzi rafforza, la necessità di tutela.
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Termine lungo impugnazione: il ricorso tardivo è K.O.
Una ricercatrice si è rivolta alla Corte di Cassazione per un presunto ritardo nella sua assunzione che le avrebbe precluso la partecipazione a un concorso. Tuttavia, la Corte ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. La ragione risiede nel mancato rispetto del termine lungo per l'impugnazione, fissato a sei mesi dalla pubblicazione della sentenza d'appello. Poiché nelle cause di lavoro non si applica la sospensione feriale dei termini, il ricorso, presentato oltre la scadenza, non ha potuto essere esaminato nel merito, confermando l'importanza cruciale del rispetto delle scadenze processuali.
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Consulenza Tecnica: quando è inammissibile il ricorso
Una società cooperativa ha contestato un debito verso un ente previdenziale. Le corti di merito hanno basato la loro decisione su una Consulenza Tecnica d'Ufficio per quantificare il debito. Il ricorso della società in Cassazione è stato respinto perché i motivi di impugnazione erano generici e non rispettavano l'onere di specificità, non riuscendo a dimostrare concretamente i vizi della perizia.
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Decadenza lavoro agricolo: la Cassazione decide
Un lavoratore ha impugnato il disconoscimento del proprio lavoro da parte dell'ente previdenziale. Il tema centrale era il calcolo dei termini per l'appello a seguito di una modifica legislativa sulla decadenza lavoro agricolo. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per le decisioni emesse durante la sospensione della norma sulla decadenza, il termine di 120 giorni per ricorrere in giudizio ricomincia a decorrere da capo dalla data di ripristino della legge. Il ricorso del lavoratore, presentato oltre questa nuova scadenza, è stato dichiarato inammissibile.
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Obbligo assicurativo studi professionali: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4473/2024, ha confermato che non sussiste l'obbligo assicurativo INAIL per i componenti degli studi professionali associati. La Corte ha rigettato il ricorso di un ente previdenziale, specificando che la normativa attuale non estende tale obbligo alle associazioni professionali, le quali non sono assimilabili a società. Viene così consolidato un principio chiave per gli studi professionali, distinguendo nettamente la loro natura giuridica da quella societaria ai fini previdenziali.
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Retribuzione ferie: indennità variabili incluse
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società di trasporti, confermando che nella retribuzione ferie devono essere incluse anche le indennità variabili, come quelle per attività di scorta e riserva. La decisione si fonda sull'interpretazione della direttiva europea 2003/88/CE, che mira a garantire al lavoratore una retribuzione durante le ferie paragonabile a quella ordinaria, per non disincentivare il godimento del riposo. La Corte ha stabilito che qualsiasi importo pecuniario collegato all'esecuzione delle mansioni e allo status del lavoratore rientra in questa nozione onnicomprensiva di retribuzione.
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Orario di lavoro autista: la sosta non è lavoro
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4358/2024, ha stabilito che il tempo di sosta di un conducente di linea tra una corsa e l'altra non rientra nell'orario di lavoro autista se il lavoratore non ha obblighi di custodia del mezzo o di reperibilità. Di conseguenza, è stata respinta la richiesta di un dipendente part-time di trasformare il suo contratto in tempo pieno e di ottenere differenze retributive, poiché le ore di sosta non potevano essere computate come lavoro effettivo.
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Rettifica classificazione INAIL: quando è retroattiva
Una società del settore pubblicitario è stata oggetto di una rettifica classificazione INAIL con effetto retroattivo dopo aver assunto dei promoters senza darne comunicazione. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della retroattività, motivandola con la "denuncia incompleta" da parte dell'azienda. Inoltre, ha ribadito l'obbligo assicurativo per l'amministratore che svolgeva concrete mansioni esecutive.
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Trasformazione part-time: quando diventa full-time?
Un lavoratore di una società di handling aeroportuale, assunto con contratto part-time, si è visto riconoscere la trasformazione del rapporto in full-time. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4354/2024, ha confermato che lo svolgimento costante e continuativo di un orario di lavoro pari a quello a tempo pieno determina la trasformazione del contratto per fatti concludenti, a prescindere da un accordo scritto. La Corte ha stabilito che il comportamento delle parti prevale sulla forma contrattuale iniziale. È stato invece respinto il ricorso del lavoratore che contestava la decorrenza del superiore inquadramento, ritenendo legittime le clausole del CCNL che prevedono periodi di attestazione per la progressione di carriera.
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Discriminazione part-time e anzianità di servizio
Una lavoratrice part-time si vede negata una promozione a favore di un collega a tempo pieno a causa di un calcolo ridotto della sua anzianità di servizio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che la riduzione automatica dell'anzianità basata sull'orario di lavoro costituisce una discriminazione part-time diretta e, dato che il lavoro a tempo parziale è scelto prevalentemente da donne, anche una discriminazione indiretta di genere. L'onere di provare che più ore lavorate equivalgono a maggiore esperienza spetta al datore di lavoro.
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Coltivatore diretto: iscrizione e prova presuntiva
Un cittadino contesta la sua iscrizione d'ufficio come coltivatore diretto, sostenendo che la sua attività agricola fosse solo per consumo familiare. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che la qualifica si basa su criteri oggettivi e presuntivi, come l'estensione del terreno e la percezione di aiuti AGEA, che indicano un'attività imprenditoriale. La valutazione si concentra sul fabbisogno lavorativo del fondo, non sull'effettivo lavoro svolto dal singolo.
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Onere della prova: ritardo INPS e domanda mancante
Un pensionato ha citato in giudizio l'ente previdenziale per ottenere un risarcimento per il ritardo nella liquidazione della sua pensione, attribuito alla lenta gestione di una richiesta di contribuzione volontaria. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, sottolineando come il ricorrente non abbia adempiuto al proprio onere della prova, non avendo prodotto in giudizio la domanda originale. Senza tale documento, è risultato impossibile accertare la data di presentazione e quindi l'effettivo ritardo dell'ente.
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Retribuzione di anzianità: no dopo la riforma PA
Alcuni dipendenti pubblici, promossi a dirigenti, chiedevano l'adeguamento della retribuzione di anzianità secondo una vecchia legge regionale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che la riforma del pubblico impiego ha trasferito la disciplina della retribuzione alla contrattazione collettiva, superando le leggi precedenti. La data di decorrenza economica della promozione è il momento decisivo per individuare la normativa applicabile.
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Compenso incentivante: prova delle mansioni svolte
Un dipendente comunale ha richiesto un compenso incentivante per aver svolto mansioni relative a tre diverse figure professionali. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito che riconosceva l'incentivo solo per il ruolo le cui mansioni erano state specificamente provate. La sentenza sottolinea che la mancata contestazione da parte del datore di lavoro non è sufficiente se le prove non supportano pienamente le richieste del lavoratore, rigettando il ricorso per il compenso incentivante non dimostrato.
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Principio di terzietà: licenziamento pubblico nullo
La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento di un licenziamento disciplinare inflitto a una dipendente pubblica. La decisione si fonda sulla violazione del principio di terzietà, poiché il dirigente della struttura in cui operava la lavoratrice era la stessa persona a capo dell'Ufficio per i procedimenti disciplinari. Secondo la Corte, questa coincidenza di ruoli compromette l'imparzialità richiesta dalla legge, rendendo nullo il procedimento e la sanzione irrogata.
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