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Art. 646 Codice Penale — Anno 2022

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268 provvedimenti

Altri anni per Art. 646 Codice Penale

Appropriazione indebita: ricorso generico e condanna confermata
La Corte d'Appello confermava la condanna nei confronti dell'imputato per il delitto di appropriazione indebita. L'imputato decideva di impugnare tale pronuncia dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando un generico vizio di motivazione dei giudici territoriali. I Supremi Giudici hanno rigettato l'impugnazione definendola del tutto generica e priva degli elementi minimi previsti dal codice di rito. La Corte ha altresì rilevato che le doglianze sollevate miravano a richiedere una nuova valutazione dei fatti storici, operazione severamente vietata ai giudici di vertice. Per queste ragioni, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Revoca della sospensione condizionale per superamento limiti
L'Imputato ha concordato una pena di un anno di reclusione per appropriazione indebita, relativa a fatti del giugno 2019. In precedenza, l'individuo aveva riportato una condanna a un anno e undici mesi di reclusione, divenuta definitiva a novembre 2020 con concessione del beneficio sospensivo. Il giudice di primo grado ha disposto la revoca della sospensione condizionale perché la somma delle due pene supera il limite massimo di due anni. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando il calcolo temporale dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: per valutare l'anteriorità del reato si considera la data del passaggio in giudicato della prima sentenza e non il momento del fatto commesso.
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Illecita influenza sull’assemblea: la falsa delega costa 275mila €
Un amministratore societario ha utilizzato una delega falsa per attestare la presenza di un socio di minoranza a una riunione decisionale. Tramite questo inganno, l'amministratore ha approvato all'unanimità la riduzione della quota del socio assente da 350.000 a 75.000 euro, trattenendo indebitamente il controvalore di 275.000 euro spettante al socio estromesso. La Corte di Cassazione ha confermato la configurabilità dei reati di appropriazione indebita e illecita influenza sull'assemblea. Sebbene le sanzioni penali siano estinte per prescrizione, la Corte ha reso definitiva la condanna dell'amministratore al pagamento di una provvisionale di 275.000 euro e al risarcimento di tutti i danni causati al socio di minoranza.
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Opposizione alla richiesta di archiviazione: ricorso o reclamo
Il Giudice per le Indagini Preliminari ha disposto l'archiviazione di una querela per appropriazione indebita, dichiarando inammissibile l'atto presentato dalla persona offesa senza fissare alcuna udienza camerale. La vittima del reato ha quindi presentato ricorso diretto in Cassazione per denunciare la violazione del diritto di difesa e del contraddittorio. La Suprema Corte ha chiarito che, a seguito della riforma del 2017, la contestazione contro il decreto che dichiara inammissibile l'opposizione alla richiesta di archiviazione non si propone direttamente in Cassazione. I giudici di legittimità hanno applicato il principio di conservazione dell'impugnazione: hanno riqualificato il ricorso in reclamo e hanno trasmesso gli atti al Tribunale monocratico competente, garantendo così alla persona offesa la corretta sede di riesame.
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Truffa contrattuale: finta polizza costa 60.000 euro
Un finto intermediario finanziario ha convinto un cliente a investire 60.000 euro in una polizza assicurativa inesistente, impiegando moduli contrattuali falsi e operando senza mandato della compagnia assicurativa, la quale ha disconosciuto la polizza. L'agente infedele ha trattenuto la somma per sé, sostenendo poi in giudizio di aver commesso una semplice appropriazione indebita ai danni dell'agenzia mandante. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa contrattuale, stabilendo che la menzogna iniziale e l'uso di falsi contratti configurano una condotta truffaldina diretta verso il cliente ingannato. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e sanzione pecuniaria.
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Truffa e appropriazione indebita: ricorso inammissibile
I giudici di merito hanno condannato un soggetto per i reati di truffa e appropriazione indebita ai danni di due società di trasporto pubblico. L'imputato aveva clonato e commercializzato titoli di viaggio, incassando indebitamente i proventi ed eludendo i controlli aziendali. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione lamentando una scorretta valutazione delle prove e chiedendo l'annullamento sia della condanna penale sia del risarcimento civile. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. L'atto difensivo riproduceva pedissequamente i motivi d'appello senza contestare in modo puntuale le ragioni della sentenza impugnata e sollecitava un riesame dei fatti non consentito in sede di legittimità. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali, la sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende e le spese legali alle parti civili.
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Peculato del direttore postale: confermato il sequestro dei beni
Il Direttore dell'Ufficio Postale ha sottratto oltre trentaquattromila euro dalla cassa principale e dallo sportello automatico dell'ufficio da lui gestito. Il Giudice ha disposto il sequestro preventivo dei beni dell'indagato per il reato di peculato. La difesa ha sostenuto che il prelievo di denaro destinato al bancomat costituisce una semplice attività bancaria privata, configurabile solo come appropriazione indebita non punibile per mancanza di querela valida. La Corte di Cassazione ha confermato la configurazione del reato di peculato del direttore postale. I giudici hanno chiarito che il responsabile della filiale riveste la qualifica di pubblico ufficiale nella gestione e nella custodia della cassa generale dell'ufficio.
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Appropriazione indebita o donazione: la Cassazione annulla
Un uomo subisce una condanna per il delitto di appropriazione indebita per aver trattenuto la somma di centoventimila euro affidatagli dalla prozia anziana. L'imputato presenta ricorso in Cassazione. La difesa eccepisce la tardività della querela, evidenziando l'invio di una prima diffida raccomandata non considerata dai giudici di merito. Inoltre, il ricorrente sostiene che il passaggio del denaro costituisse una donazione indiretta, come confermato dalla deposizione ignorata di un funzionario bancario. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso. I giudici rilevano vizi nell'esame degli atti documentali relativi alla diffida e nella mancata valutazione della testimonianza bancaria sull'effettiva intenzione liberale della vittima. Gli ermellini annullano la condanna e rinviano il processo alla Corte d'appello per una nuova valutazione completa dei fatti.
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Appropriazione indebita con carta aziendale e confisca
Un dipendente utilizzava ripetutamente lo strumento di pagamento della società per scopi personali del tutto estranei alle finalità aziendali. In seguito al patteggiamento della pena per il reato di appropriazione indebita con carta aziendale, il giudice disponeva la confisca delle somme sottratte, qualificandole come profitto diretto del reato. L'imputato proponeva ricorso per cassazione contestando la motivazione della misura patrimoniale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la legittimità della confisca fondata sulla serialità delle condotte illecite e sul legame diretto tra il reato e le somme distratte. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita dell’auto aziendale e sequestro
Un collaboratore aziendale ha rifiutato di restituire un veicolo di proprietà della società dopo la rottura definitiva dei rapporti professionali. A seguito della querela presentata dalla società proprietaria, il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo del mezzo per il reato di appropriazione indebita dell'auto aziendale. L'indagato ha contestato il provvedimento, sostenendo la natura meramente civilistica del contrasto societario e l'assenza di condotte illecite. Il Tribunale del riesame ha confermato il blocco del veicolo e la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'indagato. I giudici hanno chiarito che trattenere il veicolo senza titolo, al di fuori della vigilanza della proprietà, realizza un'interversione del possesso penalmente rilevante.
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Causa di non punibilità: stop al sequestro tra parenti
Un uomo denunciava la nuora per il reato di appropriazione indebita relativo a un prezioso orologio di lusso, concesso in precedenza in comodato al proprio figlio. Il Pubblico Ministero disponeva il sequestro del bene, ma il Tribunale del Riesame annullava la misura per via dei vincoli familiari esistenti tra le parti. L'accusa ricorreva in Cassazione sostenendo la piena legittimità delle indagini e del vincolo reale. La Corte Suprema ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile: la presenza di una specifica causa di non punibilità esclude la configurabilità del reato e preclude sin dall'inizio l'avvio delle indagini preliminari e l'adozione di sequestri.
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Insolvenza fraudolenta: condanna confermata per ricorso generico
Un imputato ha subito la condanna definitiva per i reati continuati di insolvenza fraudolenta e appropriazione indebita. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione lamentando una presunta carenza di motivazione nella quantificazione della pena inflitta dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso completamente inammissibile. I motivi presentati dalla difesa erano infatti vaghi, generici e non si confrontavano con le ragioni puntuali della sentenza impugnata. I giudici territoriali avevano ampiamente giustificato la sanzione richiamando l'intenso dolo, la scaltrezza dell'azione, la recidiva specifica, l'entità del danno e la totale assenza di pentimento. L'imputato dovrà scontare la pena confermata e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita e ricettazione: ricorso respinto
La vicenda riguarda la condanna penale di un soggetto per i reati di appropriazione indebita e ricettazione, unificati sotto il vincolo della continuazione. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la motivazione dei giudici di merito in merito alla propria responsabilità penale e al calcolo della pena inflitta. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. L'atto di impugnazione si limitava a riproporre le medesime censure già analizzate e correttamente respinte dalla Corte di Appello. Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna dell'imputato, disponendo anche a suo carico il pagamento delle spese processuali e il versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: motivi generici
La Corte d'appello confermava la condanna nei confronti di un'imputata per i reati di appropriazione indebita continuata e ricettazione. La donna impugnava la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando genericamente un difetto di motivazione e chiedendo l'eliminazione dell'aumento di pena per la recidiva. La Suprema Corte ha rilevato la totale genericità delle critiche difensive, le quali non indicavano in modo puntuale le lacune logiche del provvedimento d'appello né spiegavano il legame tra le prove e le censure avanzate. I giudici hanno chiarito che le lamentele astratte determinano l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando la ricorrente alle spese processuali e a una sanzione di tremila euro.
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Appropriazione indebita: l’assoluzione supera la prescrizione
Un uomo subisce un processo per appropriazione indebita di un assegno ai danni del fratello defunto. Il Tribunale condanna l'imputato e riconosce il risarcimento dei danni ai familiari costituiti come parte civile. La Corte di Appello ribalta il verdetto: assolve l'imputato con formula dubitativa per insussistenza del fatto e cancella i risarcimenti. I familiari della vittima ricorrono in Cassazione, sostenendo che il reato fosse già prescritto prima della sentenza di appello e contestando l'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la legittimità dell'assoluzione: la presenza della parte civile imponeva la valutazione della responsabilità ai fini del danno, prevalendo sulla prescrizione. I ricorrenti subiscono la condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita di auto in leasing: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per appropriazione indebita di auto in leasing a carico dell'utilizzatore del veicolo. Il contraente non aveva restituito l'automobile alla società locatrice alla scadenza contrattuale, sostenendo di aver ceduto il contratto a un terzo soggetto. La Suprema Corte ha chiarito che tale cessione non era mai stata accettata né autorizzata dalla società proprietaria del mezzo. Di conseguenza, il mancato rientro della vettura e il suo trasferimento a terzi manifestano pienamente la volontà criminosa. I giudici hanno inoltre respinto l'eccezione di tardività della querela, presentata regolarmente entro tre mesi dalla formale richiesta di restituzione rimasta senza esito.
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Appropriazione indebita: la prescrizione cancella la pena penale
L'Imputato rispondeva del delitto di appropriazione indebita per fatti commessi fino a maggio 2013. In appello i giudici escludevano la recidiva reiterata ma mantenevano una condanna ridotta e i risarcimenti civili. L'Imputato ricorreva per Cassazione lamentando l'omessa valutazione della riparazione del danno e vizi processuali legati al mutamento della procedibilità a querela introdotta nel 2018. La Suprema Corte ha giudicato non inammissibile il ricorso difensivo, constatando che il giudice di merito avrebbe dovuto esaminare la causa estintiva per riparazione economica. Poiché l'impugnazione era valida, il tempo processuale è continuato a decorrere regolarmente fino a superare i termini di legge. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato la condanna penale per estinzione del reato a seguito di intervenuta prescrizione, confermando tuttavia la responsabilità per i risarcimenti civili.
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Appropriazione indebita del commercialista: la condanna
Un commercialista ha trattenuto somme di denaro ricevute dai clienti per il pagamento di tributi e la costituzione di una società. L'accusa ha contestato il reato di appropriazione indebita aggravata dalla relazione professionale. Il professionista ha sostenuto di aver trattenuto il denaro a titolo di garanzia per onorari non pagati e ha eccepito la tardività della querela a seguito della riforma sulla procedibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il professionista non ha dimostrato l'esistenza di un credito certo ed esigibile. Inoltre, il mutamento della legge sulla querela prevede un regime transitorio che salvaguarda la volontà punitiva delle vittime, confermata anche dalla loro costituzione di parte civile nel processo penale.
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Messa alla prova negata al professionista che truffa i clienti
Un professionista, autorizzato a operare sui conti dei clienti, si è appropriato indebitamente del loro denaro e ha falsificato firme per incassare assegni non autorizzati. Condannato in appello per truffa e appropriazione indebita, l'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando il diniego della messa alla prova. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la messa alla prova può essere negata se il programma di trattamento è inadeguato, ad esempio per l'esiguità delle ore di lavoro di pubblica utilità e la totale assenza di risarcimento per le vittime. La condanna penale e l'obbligo di risarcire la banca, costituitasi parte civile, sono stati quindi confermati in via definitiva.
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Appropriazione indebita a scuola: condanna per la segretaria
Una segretaria di una scuola materna, dotata di delega sui conti correnti dell'istituto, si è appropriata di oltre 160.000 euro per spese personali, mascherando i prelievi con causali fittizie. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna per il reato di appropriazione indebita continuata e aggravata. I giudici hanno chiarito che il reato si consuma istantaneamente al compimento del primo atto di dominio sul denaro altrui. Inoltre, la Suprema Corte ha stabilito che il termine di tre mesi per presentare la querela decorre solo dal momento in cui la persona offesa acquisisce una piena e documentata conoscenza dell'illecito, e non da semplici sospetti. Di conseguenza, il ricorso dell'imputata è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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