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Art. 624 Codice Penale — Anno 2023

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2653 provvedimenti

Altri anni per Art. 624 Codice Penale

Furto in abitazione: la Cassazione nega il riesame dei fatti
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che confermava la sua condanna per il reato di furto in abitazione aggravato, commesso in concorso con altri soggetti. La difesa ha contestato la mancata assoluzione, ha richiesto la riqualificazione del reato in furto semplice e l'esclusione delle circostanze aggravanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni sollevate riguardavano valutazioni di fatto, non esaminabili in sede di legittimità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha condannato Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: ricorso generico costa caro
L'Imputato è stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di tentato furto aggravato. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena e lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi di impugnazione erano generici e privi di un'analisi critica reale della decisione d'appello. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato: la Cassazione conferma la pena e multa il reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di furto aggravato. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio applicato dalla Corte d'Appello, lamentando il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche e una motivazione ritenuta apparente sulla misura della pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di specifiche ragioni di fatto e di diritto. La Cassazione ha ribadito che la determinazione della pena spetta al giudice di merito e non può essere sindacata in sede di legittimità se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale di Roma che applicava la pena concordata per furto. Il ricorrente lamentava la mancata qualificazione del fatto come semplice tentativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento, ricordando che, in base all'articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale, l'impugnazione di tale sentenza è limitata a motivi tassativi. Tra questi non rientra il vizio di motivazione sul mancato riconoscimento del tentativo. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: inammissibilità del ricorso per cassazione sui fatti
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per furto aggravato. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, lamentando una presunta illogicità della motivazione sulla propria responsabilità. La Suprema Corte ha chiarito che le contestazioni basate su semplici valutazioni di fatto non possono essere esaminate in sede di legittimità, confermando la condanna del ricorrente anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato consumato: quando il ricorso è inammissibile
I Coimputati sono stati condannati per furto aggravato in concorso. Hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come tentativo e non come furto aggravato consumato, contestando anche l'entità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno rilevato che i motivi erano generici e riproduttivi di censure già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi con la sentenza d'appello. Inoltre, la determinazione della pena era adeguatamente motivata e non sindacabile. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: la Cassazione nega lo sconto di pena
Due soggetti sono stati condannati per il reato di furto aggravato in concorso. I condannati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche e la determinazione della pena, ritenuta troppo lontana dai minimi di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici di legittimità hanno evidenziato che la Corte d'Appello ha motivato in modo logico e coerente sia il bilanciamento delle circostanze sia la quantificazione della sanzione. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso
L'Imputata, condannata in primo grado per furto aggravato, ha concordato una riduzione di pena in appello rinunciando ai motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata assoluzione e contestando le aggravanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta una rinuncia ai motivi di gravame che preclude qualsiasi successiva contestazione sui fatti o sulla responsabilità penale, esonerando il giudice d'appello dall'obbligo di motivare sul mancato proscioglimento d'ufficio. L'Imputata perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: ricorso ripetitivo e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di furto aggravato continuato. L'imputato contestava la validità del proprio riconoscimento effettuato dagli agenti della polizia giudiziaria, lamentando una motivazione illogica da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha tuttavia rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le medesime contestazioni già ampiamente analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con la condanna dell'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto con destrezza: la Cassazione nega sconti ai ladri
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per furto con destrezza in concorso. I ricorrenti contestavano l'applicazione dell'aggravante della destrezza, ma la Suprema Corte ha ritenuto il motivo manifestamente infondato. La decisione si basa sulla corretta applicazione dei principi stabiliti dalle Sezioni Unite, che definiscono i confini di questa aggravante. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la condanna penale e hanno imposto ai ricorrenti il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Furto pluriaggravato: ricorso respinto e multa da tremila euro
Una cittadina, condannata nei precedenti gradi di giudizio per il reato di furto pluriaggravato, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. La ricorrente ha contestato la valutazione delle prove effettuata dai giudici di merito e ha richiesto una riduzione della pena al minimo edittale, oltre all'applicazione prevalente delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno evidenziato che le contestazioni sollevate riguardavano esclusivamente questioni di fatto, non esaminabili in Cassazione, e si limitavano a riprodurre le medesime difese già respinte in appello. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: vetrina intatta ma l’accusa regge
Il caso riguarda un uomo accusato di due episodi di tentato furto aggravato: uno ai danni di una gioielleria e uno presso una tabaccheria. Per il primo episodio, la difesa sosteneva si trattasse solo di danneggiamento, ma la Cassazione ha confermato l'accusa poiché l'uso di strumenti per sfondare la vetrina dimostrava l'intenzione di rubare. Per il secondo episodio, la vittima ha dichiarato di non voler sporgere querela. Trattandosi di un reato procedibile solo su querela di parte, la Corte ha annullato senza rinvio la misura cautelare per questo capo d'accusa, ordinando l'immediata liberazione dell'indagato per questo specifico fatto. L'uomo resta comunque sottoposto a misura cautelare per il tentato furto alla gioielleria.
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Pena illegale nel patteggiamento: errore nel calcolo, pena valida
Il Tribunale di merito ha ratificato il patteggiamento per due soggetti accusati di furto aggravato in un supermercato. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l'applicazione dell'attenuante del danno lieve e un errore nel bilanciamento delle circostanze. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento, il ricorso è limitato a casi specifici, tra cui la pena illegale. Nel caso di specie, l'errore nel calcolo intermedio delle attenuanti e aggravanti rende la sanzione illegittima ma non integra l'ipotesi di pena illegale nel patteggiamento, poiché la sanzione finale applicata rientra comunque nei limiti edittali previsti dalla legge. Di conseguenza, l'accordo sulla pena resta valido e il ricorso della Procura viene respinto.
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Furto di energia elettrica: l’allacciamento abusivo e l’arresto
Il caso riguarda un uomo arrestato per furto di energia elettrica tramite un allacciamento abusivo alla rete esterna. Il Giudice per le indagini preliminari non aveva convalidato l'arresto, ritenendo che il reato non fosse aggravato dall'esposizione alla pubblica fede poiché l'energia era destinata a un'abitazione privata. Di conseguenza, mancando la querela, l'azione penale non era procedibile. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che l'aggravante sussiste sempre quando l'energia viene sottratta direttamente dalla rete di distribuzione, indipendentemente dall'uso privato o pubblico finale. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio l'ordinanza, dichiarando legittimo l'arresto.
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Concordato in appello: l’accordo che blocca i ricorsi successivi
Il caso riguarda un tentativo di furto aggravato commesso da due soggetti all'interno di un ostello della gioventù. In secondo grado, la difesa e il Procuratore Generale hanno raggiunto un accordo tramite il concordato in appello, concordando una riduzione della pena e rinunciando agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza delle aggravanti e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'adesione al concordato in appello comporta la rinuncia a contestare elementi autonomi come le aggravanti o a richiedere benefici esclusi dall'accordo originario. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Omessa notifica al difensore di fiducia: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato, accusato di furto aggravato di armi all'interno di un'armeria, viene condannato nei primi due gradi di giudizio. Propone ricorso per Cassazione lamentando l'omessa notifica al difensore di fiducia del decreto di citazione a giudizio, notificato invece per errore al difensore d'ufficio. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che l'omessa notifica al difensore di fiducia tempestivamente nominato determina una nullità assoluta e insanabile, non sanata dalla presenza di un sostituto d'ufficio. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio sia la sentenza d'appello sia quella di primo grado, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale per un nuovo inizio del processo.
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Oltre ogni ragionevole dubbio: il GPS non basta per condannare
Due imputati erano stati condannati per tre episodi di furto aggravato sulla base della localizzazione GPS della loro auto nei pressi dei luoghi dei delitti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei difensori, annullando la condanna. I giudici di legittimità hanno stabilito che la sola presenza del veicolo nella zona dei furti non basta a dimostrare la colpevolezza. Per superare il principio dell'oltre ogni ragionevole dubbio, la pubblica accusa deve fornire un percorso logico rigoroso che colleghi gli indizi alla condotta dei soggetti, escludendo spiegazioni alternative plausibili. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame dei fatti.
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Furto di energia elettrica: condanna annullata senza querela
L'Imputata era stata condannata per il reato di furto di energia elettrica, realizzato tramite un allaccio abusivo al contatore della società elettrica situato nella propria abitazione. La Cassazione ha accolto il ricorso, escludendo l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede poiché il contatore era nella diretta disponibilità dell'utente. A seguito della Riforma Cartabia, il furto non aggravato è diventato procedibile solo a querela di parte. Poiché questa regola più favorevole si applica anche ai fatti passati e la società elettrica non ha presentato alcuna querela nei termini, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per difetto di procedibilità.
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Furto aggravato: telecamere e prove battono i ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da quattro soggetti condannati per molteplici episodi di furto aggravato. Gli imputati avevano sottratto diverse autovetture per utilizzarle come ariete e compiere spaccate ai danni di bar e tabaccherie. La difesa contestava l'identificazione dei colpevoli, ritenendo insufficienti le immagini delle telecamere di sorveglianza e i controlli stradali effettuati dalle forze dell'ordine. I giudici di legittimità hanno invece confermato la validità dell'impianto probatorio già validato nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza ribadisce che la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove spettano esclusivamente ai giudici di merito, precludendo alla Cassazione ogni rivalutazione delle circostanze concrete. Di conseguenza, le condanne sono diventate definitive e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e risarcire la parte civile.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: quando non è furto
Un cittadino, accusato di furto aggravato per essersi riallacciato abusivamente alla rete idrica dopo l'interruzione della fornitura, ha impugnato la condanna. La difesa ha sostenuto che la condotta costituisse un esercizio arbitrario delle proprie ragioni, motivato dalla necessità di garantire l'acqua a un familiare anziano e dimostrato dal successivo pagamento del dovuto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di appello dovranno ora rivalutare la corretta qualificazione del reato, l'applicazione dell'attenuante per il risarcimento del danno e verificare la presenza della querela, necessaria per la procedibilità del reato dopo la Riforma Cartabia.
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