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Furto aggravato consumato: quando il ricorso è inammissibile

I Coimputati sono stati condannati per furto aggravato in concorso. Hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come tentativo e non come furto aggravato consumato, contestando anche l’entità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno rilevato che i motivi erano generici e riproduttivi di censure già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi con la sentenza d’appello. Inoltre, la determinazione della pena era adeguatamente motivata e non sindacabile. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 28052 Anno 2023
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Pubblicato il 16 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso del furto aggravato consumato e il ricorso in Cassazione

I Coimputati sono stati condannati per il reato di furto aggravato in concorso. Essi hanno proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come tentativo e non come furto aggravato consumato. La distinzione tra queste due fattispecie è fondamentale, poiché il tentativo comporta una riduzione della pena molto consistente. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito.

La distinzione tra tentativo e reato consumato

Il codice penale punisce chi si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto. Quando il colpevole usa violenza sulle cose o si avvale di un mezzo fraudolento, si configura l’aggravante. Ma quando si può parlare di furto aggravato consumato e quando, invece, si tratta solo di un tentativo?

Il tentativo si configura quando l’agente compie atti idonei, diretti in modo inequivoco a commettere un delitto, ma l’azione non si compie o l’evento non si verifica. Nel caso del furto, se il soggetto viene interrotto prima di aver acquisito la piena e autonoma disponibilità della refurtiva, si rientra nell’ambito del tentativo. Al contrario, se l’agente riesce a impossessarsi del bene, anche solo per un breve lasso di tempo, uscendo dalla sfera di vigilanza della vittima, il reato si considera pienamente consumato.

I Coimputati sostenevano che la loro condotta non avesse superato la soglia del tentativo. La difesa ha quindi contestato la decisione della Corte di Appello, ritenendo che vi fosse stata un’erronea applicazione della legge penale.

L’inammissibilità del ricorso per genericità dei motivi

La Corte di Cassazione ha esaminato i motivi di ricorso presentati dal difensore dei Coimputati. Il primo motivo riguardava proprio la mancata qualificazione del fatto come reato tentato. Gli ermellini hanno rilevato che questa censura era del tutto generica.

Nel giudizio di legittimità, non è sufficiente riproporre le stesse identiche lamentele già sollevate in appello e ampiamente respinte dai giudici di merito. Il ricorso deve confrontarsi in modo specifico e puntuale con le motivazioni della sentenza impugnata, confutando i passaggi logici del giudice di secondo grado. Poiché la difesa si è limitata a enunciare delle tesi senza supportarle con argomentazioni giuridiche idonee a scardinare la decisione precedente, il motivo è stato dichiarato inammissibile.

Le motivazioni della Cassazione sul furto aggravato consumato

Nelle motivazioni della sentenza, la Suprema Corte ha chiarito che la qualificazione del fatto come furto aggravato consumato era sorretta da un percorso logico-giuridico ineccepibile da parte dei giudici di merito. La Corte di Appello aveva infatti ampiamente analizzato le modalità dell’azione, accertando che i Coimputati avevano effettivamente conseguito il possesso della refurtiva, superando la fase del mero tentativo.

Inoltre, per quanto riguarda il trattamento sanzionatorio e la quantificazione della pena, la Cassazione ha ribadito un principio fondamentale: la determinazione della pena spetta al giudice di merito. Questa decisione sfugge al sindacato di legittimità della Cassazione se è supportata da una motivazione logica, coerente ed esente da vizi. Nel caso specifico, la pena era stata calcolata in modo corretto e proporzionato, tenendo conto di tutte le circostanze del reato e della gravità della condotta.

Le conclusioni della Suprema Corte sulla condanna

In conclusione, la Corte di Cassazione ha rigettato fermamente le pretese dei ricorrenti. La dichiarazione di inammissibilità del ricorso comporta conseguenze severe per i Coimputati. Oltre alla conferma definitiva della condanna per furto aggravato consumato, i soggetti sono stati condannati al pagamento delle spese del procedimento.

In aggiunta, la legge prevede che, in caso di ricorso inammissibile, la parte sia condannata al pagamento di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende. Nel caso in esame, la Suprema Corte ha quantificato questa somma in tremila euro per ciascun ricorrente. Questa decisione sottolinea l’importanza di adire la giustizia di legittimità solo in presenza di effettivi vizi di legge, scoraggiando ricorsi meramente dilatori o privi di reale fondamento giuridico.

Qual è la differenza tra furto consumato e furto tentato?
Il furto si considera consumato quando il colpevole acquisisce l’autonoma disponibilità della refurtiva, sottraendola al controllo del proprietario. Si tratta invece di tentativo se l’azione viene interrotta prima che il soggetto riesca a impossessarsi del bene.

Perché la Cassazione può dichiarare inammissibile un ricorso?
Un ricorso viene dichiarato inammissibile se si limita a ripetere le stesse contestazioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza criticare in modo specifico e dettagliato le motivazioni della sentenza impugnata.

Cosa succede se il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
La condanna diventa definitiva e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria che solitamente varia da mille a seimila euro in favore della Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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