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Art. 624 Codice Penale — Anno 2023

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2653 provvedimenti

Altri anni per Art. 624 Codice Penale

Particolare tenuità del fatto: negata se il furto è ripetuto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per tentato furto aggravato di capi d'abbigliamento. L'imputata chiedeva il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di merito avevano negato il beneficio a causa del valore non esiguo della merce (circa 240 euro) e della condotta ripetitiva della donna, che era entrata e uscita più volte dai negozi per sottrarre i beni. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione sulla particolare tenuità del fatto spetta al giudice di merito e, se motivata logicamente, non è sindacabile. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha precluso anche l'applicazione delle nuove norme sulla procedibilità a querela, comportando la condanna della ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per Cassazione: no a motivi nuovi dopo l’appello
L'Imputato, condannato per furto pluriaggravato dopo una iniziale contestazione di ricettazione, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del reato e la prescrizione dello stesso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per Cassazione poiché l'imputato non aveva sollevato la questione della riqualificazione durante il giudizio di appello, limitandosi a contestare la pena. Di conseguenza, non è possibile proporre per la prima volta in sede di legittimità motivi non dedotti precedentemente. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di camper in sosta: c’è esposizione alla pubblica fede
L'Imputato è stato condannato per il furto di un camper parcheggiato sulla pubblica via. Egli ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della circostanza aggravante dell'esposizione alla pubblica fede e lamentando una disparità di trattamento rispetto a un complice giudicato separatamente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che un veicolo parcheggiato in strada è per sua natura esposto alla pubblica fede, poiché lasciato incustodito per necessità o consuetudine, confidando nel rispetto altrui. Di conseguenza, l'applicazione dell'aggravante è corretta e l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto consumato: il furto in spiaggia è reato anche se presi subito
Un uomo si aggirava tra gli ombrelloni di uno stabilimento balneare e ha rubato un telefono cellulare da un tavolino. Il gestore dello stabilimento lo ha visto, inseguito e bloccato, permettendo alle forze dell'ordine di restituire il telefono alla vittima. L'imputato ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse di furto tentato e non consumato, poiché era stato fermato subito sul posto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che si configura il reato di furto consumato quando il colpevole ottiene, anche solo per breve tempo, la piena e autonoma disponibilità della refurtiva. Il gestore della spiaggia non aveva un dovere istituzionale di vigilanza, quindi il suo intervento di cortesia non ha impedito la consumazione del reato.
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Desistenza volontaria: no al ricorso se non proposta in appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per tentato furto aggravato. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della desistenza volontaria e l'eccessività della pena. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non può essere invocata per la prima volta in Cassazione se non è stata proposta in appello. Inoltre, la determinazione della pena spetta al giudice di merito, il quale ha ampi poteri discrezionali. Nel caso specifico, la sanzione, fissata vicino al minimo edittale, è stata ritenuta congrua e motivata dal disvalore del fatto, rendendo irrilevante la confessione tardiva resa solo dopo l'arrivo delle forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in banca: negate le circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per tentato furto aggravato ai danni di una banca. L'uomo contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'entità della pena. I giudici hanno chiarito che il diniego delle circostanze attenuanti generiche è legittimo se motivato anche solo da un elemento rilevante, come la pianificazione del reato e la reiterazione della condotta. Inoltre, la determinazione della pena spetta alla discrezionalità del giudice di merito. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di scarso valore ma l’applicazione della recidiva resta
L'Imputato è stato condannato per furto aggravato commesso in concorso, con violenza sulle cose e su beni esposti al pubblico. La difesa ha proposto ricorso contestando l'applicazione della recidiva, sostenendo che i precedenti penali fossero datati e la refurtiva di scarso valore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una valutazione concreta della pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, i numerosi precedenti per reati di droga e contro il patrimonio, uniti alla gravità del furto commesso con violenza, giustificano pienamente l'aumento di pena. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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No a circostanze attenuanti generiche se il ladro è recidivo
Due imputati, condannati in appello per furto in abitazione e furto aggravato, hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la legittimità della decisione dei giudici di merito. La Cassazione ha chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, il giudice non deve analizzare tutti i dettagli, ma può basarsi anche su un solo elemento ritenuto decisivo. Nel caso specifico, i giudici hanno correttamente valorizzato i precedenti penali dei ricorrenti, la gravità della condotta, il ruolo primario nel reato e la totale assenza di condotte riparatorie o di reale collaborazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Stato di necessità: perché la fame non sempre scusa il furto
L'Imputata è stata condannata per tentato furto di generi alimentari e prodotti per la persona all'interno di due supermercati. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità dovuto alla fame e alla povertà estrema, chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto o del furto lieve per bisogno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'indigenza non giustifica lo stato di necessità, poiché il pericolo di fame non era immediato né inevitabile, potendo la persona rivolgersi ai servizi di assistenza sociale. Inoltre, l'abitualità dei reati commessi in precedenza esclude sia la tenuità del fatto sia la particolare attenuante del bisogno urgente. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e viene condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Furto di notte e minorata difesa: la Cassazione condanna il pescatore
Il caso riguarda Il Pescatore, condannato per il furto aggravato di vongole da un allevamento marino. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del reato e l'applicazione della circostanza aggravante della minorata difesa per aver agito di notte. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'oscurità notturna ha agevolato il furto, ostacolando l'individuazione della barca e del colpevole, integrando così la minorata difesa. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso preclude l'applicazione delle nuove norme sulla procedibilità a querela introdotte dalla Riforma Cartabia. Di conseguenza, Il Pescatore perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Inammissibilità del ricorso: il furto non si salva con la querela
Un uomo, condannato per furto aggravato di un autocarro, evasione dai domiciliari e false generalità, ha proposto ricorso per Cassazione. La difesa ha invocato le novità della riforma Cartabia, che ha subordinato la punibilità del furto alla querela della vittima. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché i motivi erano generici e ripetitivi. I giudici hanno chiarito che, di fronte a un ricorso inammissibile, non si applica il meccanismo di salvaguardia che impone di avvisare la persona offesa per l'eventuale presentazione della querela. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: reati ripetuti contro sconti di pena
Gli Imputati sono stati condannati per furto e utilizzo indebito di carte di credito. La Corte d'Appello ha confermato la pena, applicando un aumento per la recidiva. Gli Imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva, ritenendola ingiustificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una verifica concreta della pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, la presenza di numerosi precedenti per reati contro il patrimonio dal 1996, la revoca di precedenti benefici e l'abilità dimostrata nei furti giustificano pienamente l'aumento di pena. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Furto di energia elettrica: ricorso inutile e multa da 3000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di furto di energia elettrica, commesso per cinque anni consecutivi tramite allaccio abusivo. L'imputato contestava la mancanza di prove e difetti di motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e ripetitivi di quanto già ampiamente esaminato nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i giudici hanno chiarito che la recente riforma sulla procedibilità a querela di parte per questo reato non trova applicazione se il ricorso in Cassazione è originariamente inammissibile. Di conseguenza, il ricorrente perde il giudizio e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Furto in gioielleria: la remissione della querela cancella la pena
L'Imputata era stata condannata per il furto di un rotolo di collane d'oro in una gioielleria, commesso distraendo il negoziante con richieste di informazioni. Successivamente, la riforma Cartabia ha modificato il regime di procedibilità per questo tipo di reato, trasformandolo da perseguibile d'ufficio a perseguibile solo dietro querela della vittima. Poiché la vittima ha presentato la remissione della querela e l'Imputata non si è opposta, la Corte di Cassazione ha applicato la legge più favorevole. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato.
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Furto in privata dimora: la cabina del lido è come una casa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione. L'imputato aveva rubato all'interno della cabina di uno stabilimento balneare, sostenendo che questa non potesse considerarsi una privata dimora. La Suprema Corte ha chiarito che la cabina, essendo dotata di arredi, elettrodomestici e brandina, e venendo chiusa a chiave dal gestore per uso personale, rientra nella nozione di privata dimora. Di conseguenza, si configura il reato di furto in privata dimora. La Corte ha inoltre respinto l'eccezione sulla mancata traduzione degli atti, poiché l'imputato aveva precedentemente dichiarato di comprendere la lingua italiana. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto tentato o consumato: la sorveglianza fa la differenza
Un uomo è stato condannato per furto aggravato dopo aver rimosso le placche antitaccheggio da alcune confezioni di lamette in un supermercato, venendo fermato oltre le casse. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, stabilendo che se l'azione del soggetto è costantemente monitorata dal personale di sorveglianza o da telecamere, e l'intervento di blocco è immediato, il reato non è consumato ma si configura come furto tentato. Questo perché il soggetto non acquisisce mai l'effettiva e autonoma disponibilità della merce. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza d'appello, rinviando il caso per un nuovo esame che accerti la presenza di una vigilanza continuativa.
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Processo in assenza: nullo se la notifica è solo all’ufficio
Un uomo viene condannato per tentato furto, ma tutte le notifiche vengono inviate al difensore d'ufficio dove aveva eletto domicilio. La Cassazione accoglie il ricorso: la semplice elezione di domicilio d'ufficio non prova la conoscenza reale del procedimento. Di conseguenza, il processo in assenza è nullo. La Corte annulla le sentenze e rinvia al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Particolare tenuità del fatto: sì al tentato furto aggravato
L'Imputato è stato sorpreso mentre tentava di rubare cavi elettrici da una struttura pubblica. La Corte di Appello ha confermato la condanna, negando la causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto sul presupposto errato che la pena edittale superasse i limiti di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, chiarendo che per il tentativo di furto pluriaggravato la pena massima, ridotta per il tentativo, rientra nei limiti previsti dall'articolo 131-bis del codice penale. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente alla valutazione della particolare tenuità del fatto e alla mancata concessione della non menzione della condanna, mentre la responsabilità penale dell'imputato è stata definitivamente confermata.
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Utilizzo indebito di carte di pagamento: quando il video è valido
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento, commesso effettuando prelievi non autorizzati al bancomat. La difesa ha contestato la validità delle immagini di videosorveglianza acquisite dalla polizia senza un formale decreto di sequestro e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato le contestazioni sulle prove, confermando la legittimità dell'acquisizione spontanea dei video. Tuttavia, ha accolto il ricorso sulla recidiva, stabilendo che il giudice non può applicarla automaticamente basandosi solo sui precedenti penali, ma deve motivare la reale pericolosità sociale del soggetto. La sentenza è stata annullata limitatamente alla recidiva con rinvio alla Corte d'appello.
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Furto aggravato in ditta: la telecamera incastra il dipendente
Un collaboratore aziendale è stato condannato per furto aggravato dopo essere stato filmato da una telecamera nascosta mentre prelevava abusivamente denaro dalla cassaforte dell'ufficio del datore di lavoro. L'imputato sottraeva la chiave della cassaforte da un cassetto chiuso della scrivania dell'amministratore per impossessarsi di circa 5.000 euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa, confermando la piena legittimazione dell'ex amministratore a costituirsi parte civile in proprio, nonostante il successivo fallimento della società. I giudici hanno ritenuto inammissibili le contestazioni sui fatti, ampiamente provati dalle videoregistrazioni e dalla confessione stragiudiziale del lavoratore. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e di risarcimento.
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