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Art. 2948 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 2948 Codice Civile

Prescrizione Crediti di Lavoro: Lavoro instabile blocca i termini
La Corte di Cassazione affronta il tema della prescrizione crediti di lavoro. Alcuni dipendenti avevano chiesto il pagamento di differenze retributive legate all'anzianità maturata sin dal periodo di apprendistato. L'Azienda si era opposta sostenendo che parte di questi crediti fosse prescritta. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: dopo le riforme del 2012 (Legge Fornero), il rapporto di lavoro non è più assistito da un regime di piena stabilità. Di conseguenza, il lavoratore vive in uno stato di timore (metus) che gli impedisce di agire contro il datore. Per questo motivo, il termine di prescrizione di cinque anni per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto, ma solo dalla sua cessazione. La Corte ha però accolto parzialmente il ricorso dell'Azienda solo per due lavoratori, i cui crediti si erano già prescritti, in parte, prima dell'entrata in vigore della legge del 2012.
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Prescrizione Crediti di Lavoro: la Cassazione blocca i termini
La Corte di Cassazione affronta il tema della prescrizione crediti di lavoro dopo le riforme del 2012. Alcuni lavoratori avevano chiesto il riconoscimento dell'anzianità maturata in apprendistato. L'azienda si era opposta sostenendo che il diritto fosse prescritto. La Corte ha stabilito che, in assenza di un regime di stabilità forte che protegga il lavoratore dal timore del licenziamento, il termine di prescrizione per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma solo dalla sua cessazione. Di conseguenza, la richiesta dei lavoratori è stata considerata valida e l'azienda ha perso la causa su questo punto.
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Prescrizione crediti di lavoro: la causa sospende i termini
Un lavoratore chiede il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato e le relative differenze retributive. L'azienda si oppone sostenendo l'avvenuta prescrizione dei crediti di lavoro. La Corte di Cassazione, pur dichiarando estinto il processo per un accordo tra le parti, si sofferma su un principio fondamentale: l'azione legale per accertare il rapporto di lavoro sospende la prescrizione dei crediti che ne derivano. Il 'cronometro' della prescrizione si ferma al momento della notifica dell'atto introduttivo e riparte solo quando la sentenza che riconosce il diritto diventa definitiva. In questo modo, il diritto del lavoratore alle retribuzioni non viene pregiudicato dalla durata del processo.
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Qualificazione del rapporto di lavoro: no se manca il controllo
Un lavoratore con contratti di collaborazione presso una Pubblica Amministrazione ha chiesto in tribunale la qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato. La sua richiesta mirava a ottenere la conversione del contratto a tempo indeterminato e le relative differenze retributive. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che mancavano gli elementi essenziali della subordinazione: il lavoratore non era tenuto a rispettare un orario fisso, non era sottoposto a un controllo diretto e costante, né al potere disciplinare del datore di lavoro. Di conseguenza, il rapporto è stato confermato come collaborazione autonoma.
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Prescrizione Crediti di Lavoro: Richiesta TFR non salva lo stipendio
Gli eredi di un lavoratore hanno citato in giudizio un Ente Pubblico per ottenere differenze retributive, sostenendo che una richiesta per il TFR avesse interrotto la prescrizione per tutti i crediti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha stabilito che la prescrizione crediti di lavoro nel pubblico impiego decorre durante il rapporto e non dalla sua fine, data la stabilità del posto. Inoltre, una richiesta di pagamento specifica, come quella per il TFR, interrompe la prescrizione solo per quel singolo credito e non per tutte le altre spettanze. Di conseguenza, le altre pretese economiche sono state considerate prescritte e la richiesta degli eredi è stata definitivamente respinta.
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Prescrizione crediti da lavoro: i diritti non scadono mai?
Un gruppo di dipendenti ha citato in giudizio l'Azienda per ottenere il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante il periodo di apprendistato. I lavoratori chiedevano il ricalcolo degli scatti di anzianità e il pagamento degli arretrati. L'Azienda si è difesa sostenendo che il diritto fosse ormai scaduto per il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che la prescrizione crediti da lavoro non inizia a correre durante il rapporto di lavoro. Questo accade perché, a seguito delle riforme legislative del 2012 e 2015, il lavoratore non gode più di una protezione assoluta contro il licenziamento. Di conseguenza, il dipendente potrebbe temere ritorsioni se chiedesse i propri soldi mentre è ancora in servizio. I lavoratori hanno quindi vinto la causa, ottenendo il ricalcolo dei contributi e il pagamento delle somme dovute.
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Prescrizione crediti retributivi: quando scatta il termine?
Due dipendenti hanno agito contro L'Azienda per ottenere il riconoscimento dell'anzianità di servizio maturata durante il periodo di apprendistato. Tale riconoscimento era necessario per il calcolo degli aumenti periodici di stipendio. L'Azienda sosteneva che il diritto fosse ormai scaduto per via della prescrizione crediti retributivi, sostenendo che il tempo per agire fosse iniziato a decorrere durante il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha invece confermato che, a causa delle riforme legislative del 2012 e del 2015, il rapporto di lavoro non garantisce più una stabilità tale da eliminare il timore del dipendente di subire ritorsioni. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a correre solo dal momento in cui il rapporto di lavoro cessa definitivamente. La Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando il diritto dei lavoratori ai pagamenti arretrati.
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Prescrizione crediti retributivi: arretrati salvi fino a fine lavoro
Due lavoratori hanno ottenuto il riconoscimento del periodo di apprendistato ai fini degli aumenti di anzianità. L'azienda ha eccepito la prescrizione dei crediti retributivi, sostenendo che il termine per richiedere le somme fosse già scaduto durante il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, a causa della mancanza di stabilità reale nel rapporto di lavoro dopo le riforme del 2012 e 2015, la prescrizione inizia a decorrere solo dalla cessazione del contratto. I lavoratori hanno quindi diritto a ricevere tutti gli arretrati maturati, poiché il timore di ritorsioni impedisce il decorso del tempo mentre il rapporto è ancora attivo.
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Prescrizione crediti da lavoro: quando partono i termini?
Un dipendente ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio per il periodo svolto come apprendista, con il conseguente pagamento degli aumenti salariali arretrati. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il diritto al pagamento fosse ormai scaduto per il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha invece confermato che la prescrizione crediti da lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro se non esiste una tutela reale contro il licenziamento. Poiché le riforme del 2012 e 2015 hanno indebolito la stabilità del posto di lavoro, il dipendente agisce in una condizione di timore verso il datore. Di conseguenza, il termine per chiedere i soldi inizia a contare solo dal giorno in cui il rapporto di lavoro finisce. L'Azienda è stata condannata a pagare gli arretrati e le spese legali.
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Contributo di solidarietà pensione: Cassa condannata al rimborso
Un professionista in pensione ha fatto causa alla sua Cassa di Previdenza per riavere le somme trattenute dal suo assegno a titolo di 'contributo di solidarietà pensione'. L'ente aveva introdotto questo prelievo in autonomia per garantire la stabilità dei propri conti. La Corte di Cassazione ha dato ragione al pensionato, stabilendo che le Casse private non hanno il potere di imporre tasse o prelievi simili. Questo potere spetta solo allo Stato tramite una legge. Di conseguenza, il prelievo è illegittimo e le somme devono essere restituite. La Corte ha anche precisato che il pensionato ha dieci anni di tempo, e non cinque, per chiedere il rimborso.
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Contributo di solidarietà illegittimo: Cassa condannata al rimborso
La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto autonomamente da una Cassa di previdenza privata ai suoi pensionati. Questo tipo di prelievo, assimilabile a una prestazione patrimoniale, può essere introdotto solo da una legge dello Stato. La Corte ha quindi condannato la Cassa a restituire le somme indebitamente trattenute. Inoltre, ha chiarito che il diritto dei pensionati al rimborso si prescrive in dieci anni e non nel termine più breve di cinque. La decisione protegge i pensionati da prelievi non autorizzati per legge, riaffermando un principio costituzionale fondamentale.
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Contributo di solidarietà illegittimo: Cassa condannata a pagare
La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto autonomamente da una Cassa di previdenza privata sulla pensione di un suo iscritto. I giudici hanno chiarito che tale prelievo, avendo natura di prestazione patrimoniale imposta, rientra nella riserva di legge e può essere introdotto solo dal Legislatore statale, non da un regolamento interno della Cassa. Di conseguenza, la Cassa è stata condannata a restituire agli eredi del pensionato le somme indebitamente trattenute. La Corte ha inoltre precisato che il diritto alla restituzione si prescrive in dieci anni e non nel termine più breve di cinque.
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Contributo di solidarietà: Cassa Previdenza perde, vince il pensionato
Un professionista in pensione ha citato in giudizio la sua Cassa di Previdenza per avergli trattenuto un contributo di solidarietà sulla pensione. La Cassa sosteneva di agire per garantire l'equilibrio finanziario dell'ente. La Corte di Cassazione ha dato ragione al pensionato, stabilendo un principio fondamentale: le Casse di previdenza privatizzate non hanno il potere di imporre un contributo di solidarietà. Questo tipo di prelievo è una prestazione patrimoniale che solo lo Stato può istituire con una legge. Di conseguenza, la trattenuta è illegittima e le somme devono essere restituite. La Corte ha anche chiarito che il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni, non in cinque.
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Contributo di solidarietà illegittimo: la Cassa deve rimborsare
La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da una Cassa di previdenza privata ai suoi pensionati. I giudici hanno chiarito che tale prelievo, avendo natura di prestazione patrimoniale, può essere introdotto solo da una legge dello Stato e non da un atto autonomo dell'ente previdenziale. Le Casse private possono modificare i criteri di calcolo delle pensioni future per garantire l'equilibrio di bilancio, ma non possono imporre trattenute su trattamenti già liquidati. Di conseguenza, la Cassa è stata condannata a restituire le somme indebitamente prelevate. La Corte ha inoltre precisato che il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni, non in cinque.
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Contributo di solidarietà: stop ai prelievi illegittimi
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da una cassa di previdenza professionale sulle pensioni già in essere. I giudici hanno chiarito che gli enti previdenziali privatizzati non possiedono poteri impositivi riservati al legislatore, rendendo nulle le trattenute operate senza base normativa primaria. La sentenza stabilisce inoltre che il diritto alla restituzione di tali somme è soggetto alla prescrizione ordinaria decennale, poiché la contestazione riguarda la corretta determinazione del trattamento pensionistico complessivo e non semplici ratei già liquidi.
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Contributo di solidarietà: stop ai prelievi della Cassa
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da un ente previdenziale privatizzato sulle pensioni già in godimento. I giudici hanno stabilito che tali enti non possiedono un potere impositivo autonomo per ridurre trattamenti già determinati, poiché tale facoltà è riservata esclusivamente al legislatore. La sentenza chiarisce inoltre che il diritto alla restituzione delle somme trattenute indebitamente è soggetto alla prescrizione decennale ordinaria, in quanto attiene alla riliquidazione del trattamento pensionistico complessivo.
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Contributo di solidarietà: illegittimo il prelievo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da una cassa di previdenza professionale sui trattamenti pensionistici già determinati. I giudici hanno stabilito che gli enti previdenziali privatizzati non possono introdurre prelievi patrimoniali senza una specifica autorizzazione legislativa, poiché ciò violerebbe la riserva di legge prevista dalla Costituzione. Inoltre, è stato chiarito che il diritto al rimborso delle somme indebitamente trattenute è soggetto alla prescrizione ordinaria di dieci anni, in quanto l'obbligo di restituzione non ha natura periodica.
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Contributo di solidarietà: illegittimo il prelievo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da una cassa di previdenza privata ai propri pensionati. La decisione stabilisce che gli enti privatizzati non possono ridurre trattamenti pensionistici già determinati, poiché ciò violerebbe il principio del pro-rata e la riserva di legge prevista dall'Art. 23 della Costituzione. La Corte ha inoltre chiarito che il diritto al rimborso delle somme trattenute indebitamente è soggetto alla prescrizione decennale ordinaria, rigettando la tesi della prescrizione quinquennale.
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Contributo di solidarietà: stop ai prelievi illegittimi
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del contributo di solidarietà imposto da una cassa di previdenza privata ai propri iscritti già in pensione. I giudici hanno ribadito che gli enti previdenziali privatizzati non hanno il potere di imporre trattenute su trattamenti già determinati, poiché tale facoltà è riservata esclusivamente al legislatore ai sensi dell'articolo 23 della Costituzione. La sentenza chiarisce inoltre che il diritto al rimborso delle somme trattenute ingiustamente non è soggetto alla prescrizione breve quinquennale, bensì a quella ordinaria decennale, in quanto la restituzione dell'indebito non ha natura di prestazione periodica.
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Azienda condannata: stop alla prescrizione dei crediti da lavoro
Un Lavoratore, formalmente assunto da ditte esterne, guidava furgoni per una grande Azienda Committente. L'Azienda gestiva direttamente i suoi orari e gli dava ordini. Il giudice riconosce l'interposizione illecita e dichiara il Lavoratore dipendente diretto dell'Azienda. Tuttavia, la Corte d'Appello limita i pagamenti arretrati applicando la prescrizione di cinque anni durante il rapporto di lavoro. Il Lavoratore fa ricorso in Cassazione. La Suprema Corte gli dà ragione e stabilisce un principio fondamentale sulla prescrizione dei crediti da lavoro. Dopo le riforme del 2012 e 2015, il posto di lavoro non ha più una stabilità assoluta. Pertanto, il tempo per richiedere gli stipendi arretrati non scade mentre il lavoratore è ancora in servizio. Il conteggio dei cinque anni inizia solo alla fine del rapporto lavorativo. Il Lavoratore vince e l'Azienda dovrà ricalcolare e pagare tutti gli arretrati.
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