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Art. 2948 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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689 provvedimenti

Altri anni per Art. 2948 Codice Civile

Prescrizione dei crediti di lavoro: dipendenti battono l’azienda
Alcuni dipendenti hanno chiesto il pagamento della festività del 4 novembre per gli anni dal 2007 al 2012. L'Azienda si è opposta, invocando un vecchio accordo aziendale del 1985 con cui i lavoratori rinunciavano a tale compenso in cambio di una riduzione dell'orario. Tuttavia, i successivi contratti nazionali hanno concesso la riduzione dell'orario mantenendo la festività, facendo così venir meno lo scopo dell'accordo aziendale. L'Azienda ha eccepito anche la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro. Questo perché, dopo le riforme del 2012 che hanno ridotto la tutela reale contro i licenziamenti, il lavoratore si trova in una condizione di timore psicologico che gli impedisce di agire liberamente contro il datore di lavoro. I lavoratori hanno quindi vinto la causa.
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Conciliazione sindacale finta: l’azienda deve pagare 47mila euro
Un lavoratore ha svolto attività subordinata per un'azienda dal 2000 al 2010. Al termine del rapporto, le parti hanno firmato un verbale di conciliazione. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo tale accordo per mancanza di un'effettiva assistenza sindacale, accertando il rapporto subordinato e condannando l'azienda a pagare differenze retributive e TFR. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno confermato che la conciliazione sindacale è valida solo se il rappresentante sindacale fornisce un supporto reale e concreto al lavoratore durante la firma, e non una semplice firma su un modulo precompilato. Di conseguenza, l'azienda deve pagare oltre 47.000 euro al lavoratore.
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Mancato riposo settimanale: retribuzione o risarcimento?
Un autista ha fatto causa alla propria azienda chiedendo il pagamento delle indennità per il mancato riposo settimanale e per il lavoro notturno. I giudici di merito hanno respinto la richiesta ritenendo i crediti prescritti, in quanto considerati di natura retributiva (soggetti a prescrizione di cinque anni) e non risarcitoria. Il lavoratore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua domanda avesse natura risarcitoria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che spetta ai giudici di merito interpretare la natura della domanda. Di conseguenza, i crediti del lavoratore rimangono prescritti e l'azienda vince la causa.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: stop se il rapporto continua
Una lavoratrice ha richiesto il pagamento di differenze retributive per lavoro notturno e festivo. I giudici di appello hanno dichiarato prescritti i crediti anteriori a una certa data, ritenendo che il termine decorresse durante il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente, stabilendo che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre in costanza di rapporto. A causa della mancanza di una stabilità reale dopo le riforme del 2012 e del 2015, il lavoratore agisce sotto l'influenza del timore del licenziamento. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto di lavoro.
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Notifica cartella di pagamento al portiere: valida senza raccomandata
Un professionista ha proposto opposizione contro un'iscrizione ipotecaria e un'intimazione di pagamento per crediti previdenziali, contestando la validità della notifica cartella di pagamento. L'atto era stato consegnato al portiere dello stabile senza il successivo invio della raccomandata informativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per la notifica cartella di pagamento eseguita direttamente dal concessionario tramite il servizio postale ordinario non si applicano le formalità previste per gli ufficiali giudiziari. Di conseguenza, la consegna al portiere è pienamente valida anche senza l'invio della raccomandata di conferma, e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Responsabilità solidale negli appalti: tutele contro i ribassi
Un autista dipendente di una cooperativa sociale, impiegato in un appalto di raccolta rifiuti, ha chiesto l'applicazione del contratto collettivo nazionale dei servizi ambientali previsto dal bando di gara, anziché quello meno favorevole delle cooperative sociali. Il lavoratore ha invocato la responsabilità solidale negli appalti per ottenere le differenze retributive sia dalla cooperativa che dalla società committente. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi dei datori di lavoro, confermando che il bando di gara vincola all'applicazione del contratto di settore indicato. Inoltre, la Corte ha stabilito che la responsabilità solidale negli appalti opera anche per i committenti privati in appalti pubblici e che la prescrizione dei crediti di lavoro decorre solo dalla fine del rapporto.
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Contributo di solidarietà: la Cassazione blocca i tagli sulle pensioni
Un pensionato ha contestato il contributo di solidarietà applicato dalla Cassa di previdenza dei commercialisti sulla sua pensione, chiedendo la restituzione delle somme trattenute. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del pensionato, dichiarando illegittimo il prelievo. La Cassa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la necessità di una preventiva domanda amministrativa e la prescrizione quinquennale del diritto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che le casse previdenziali private non possono imporre autonomamente un contributo di solidarietà sulle pensioni già liquidate. Inoltre, ha confermato che il diritto al rimborso si prescrive in dieci anni e che non serve una richiesta amministrativa preventiva. La Cassa è stata anche condannata per aver rifiutato una proposta di definizione agevolata della causa.
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Ripetizione dell’indebito: dirigente perde contro il Comune
Un Dirigente pubblico ha chiesto al Comune il pagamento della retribuzione di risultato per incarichi aggiuntivi svolti negli anni 2011 e 2012. L'Ente Pubblico ha risposto chiedendo la restituzione delle indennità di posizione versate per un incarico temporaneo, ritenendole non dovute per il principio di onnicomprensività della retribuzione dirigenziale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Dirigente, confermando l'obbligo di restituzione. La Corte ha stabilito che l'azione di ripetizione dell'indebito promossa dalla Pubblica Amministrazione si prescrive nel termine ordinario di dieci anni, e non in quello quinquennale. Inoltre, il lavoratore non può evitare la restituzione invocando un generico affidamento, ma deve dimostrare specifiche difficoltà personali che rendano intollerabile il recupero delle somme.
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Mansioni superiori nel pubblico impiego: negata la promozione
Un dipendente pubblico ha richiesto le differenze retributive e l'inquadramento come dirigente per aver svolto di fatto funzioni direttive presso un ente regionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che le mansioni superiori nel pubblico impiego non danno diritto alla promozione automatica, ma solo alle differenze di stipendio. Inoltre, la prescrizione dei crediti di lavoro decorre anche durante il rapporto, poiché non esiste un timore di licenziamento verso lo Stato. Infine, la retribuzione di risultato spetta solo se sono stati assegnati e valutati gli obiettivi. Il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.
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Definizione agevolata: addio debiti e cause chiuse in Cassazione
Un Professionista ha impugnato le cartelle esattoriali relative ai contributi previdenziali richiesti dalla Cassa Previdenziale, eccependo la prescrizione dei crediti. Durante il giudizio di Cassazione, il Professionista ha aderito alla definizione agevolata per estinguere tutti i carichi pendenti. Avendo completato il piano dei pagamenti e manifestato la volontà di rinunciare alla causa, la Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo. Di conseguenza, il ricorso della Cassa Previdenziale è rimasto assorbito e le spese legali sono state interamente compensate tra le parti.
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Anzianità di servizio: il passato conta, anche per gli scatti retributivi
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'anzianità di servizio di un lavoratore deve includere tutti i periodi lavorati con contratti a tempo determinato, anche se successivi a un'assunzione a tempo indeterminato. Un Lavoratore aveva contestato la sua Azienda per non aver riconosciuto l'anzianità maturata con contratti precedenti, limitandola alla data di assunzione a tempo indeterminato. La Corte ha chiarito che l'anzianità è un "mero fatto giuridico" imprescrittibile e non può essere oggetto di rinuncia inconsapevole. Ha inoltre affermato che i periodi di lavoro part-time contribuiscono pienamente all'anzianità, sebbene l'importo degli scatti possa essere riproporzionato. L'Azienda deve quindi riconoscere l'intera anzianità e pagare gli scatti retributivi, salvo la prescrizione quinquennale per i crediti più datati.
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Indennità di coordinamento pensione: entra nel calcolo finale
Un ex dipendente di un ente previdenziale ha chiesto di includere nel calcolo della sua pensione l'indennità ricevuta per un incarico di coordinamento. L'ente si opponeva, sostenendo che l'incarico fosse provvisorio e l'indennità non fissa. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo un principio chiave sull'indennità di coordinamento pensione: se un compenso è pagato in modo regolare e costante per tutta la durata di una mansione, possiede i requisiti di 'fissità e continuità' necessari per rientrare nella base di calcolo pensionistica, anche se l'incarico è formalmente provvisorio. L'ente è stato condannato a ricalcolare la pensione e a pagare le differenze. Vince il lavoratore.
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Criteri scelta Cassa Integrazione: Azienda condannata per genericità
Un'azienda ha collocato un dipendente in Cassa Integrazione per un lungo periodo. Il lavoratore ha contestato la decisione, sostenendo che i criteri di scelta fossero generici e arbitrari. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, confermando l'illegittimità della sospensione e il diritto al risarcimento del danno. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sui Criteri scelta Cassa Integrazione: devono essere specifici e non discrezionali. Inoltre, chiarisce che il diritto al risarcimento si prescrive in dieci anni, non cinque, e che la semplice inerzia del lavoratore non equivale a una rinuncia ai propri diritti. L'azienda è stata condannata a risarcire il danno.
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Prescrizione crediti di lavoro pubblico: il tempo corre subito
Una lavoratrice ha lavorato per anni per un ente pubblico con contratti atipici, chiedendo poi il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato e le relative differenze di stipendio. L'ente ha eccepito la prescrizione di parte dei crediti. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla prescrizione crediti di lavoro pubblico: il termine di cinque anni per richiedere gli arretrati decorre durante lo svolgimento del rapporto e non dalla sua cessazione. Questo perché, a differenza del settore privato, nel pubblico impiego la stabilità del posto è garantita dalla legge e non sussiste un giustificato timore di ritorsioni che possa bloccare la decorrenza della prescrizione. L'ente pubblico ha quindi vinto sul punto, ottenendo un ricalcolo delle somme dovute.
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Finto Collaboratore in P.A.: Lavoro Subordinato ma con Prescrizione
Un lavoratore, assunto da un'Università pubblica con contratti di collaborazione dal 2008 al 2016, ottiene il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro subordinato. L'ente pubblico si oppone, sollevando la questione della prescrizione dei crediti retributivi. La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale: la prescrizione crediti di lavoro pubblico decorre durante lo svolgimento del rapporto e non dalla sua cessazione. A differenza del settore privato, nel pubblico impiego non si presume che il lavoratore abbia timore di ritorsioni (metus) nel far valere i propri diritti. Pertanto, l'Università vince sul punto della prescrizione, limitando l'importo dovuto al lavoratore, mentre il caso torna alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Prescrizione crediti tributari: Notifica valida, debito salvo
Un contribuente si oppone a un'intimazione di pagamento, sostenendo l'avvenuta prescrizione dei crediti tributari. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Corte ha ritenuto che le cartelle di pagamento originarie fossero state regolarmente notificate. Di conseguenza, il termine di prescrizione quinquennale non era decorso. La sentenza stabilisce che se la notifica degli atti precedenti è valida, il debito non si estingue e l'Agente della Riscossione può procedere legittimamente al recupero delle somme. Il contribuente ha perso la causa e deve pagare quanto richiesto.
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Prescrizione Crediti di Lavoro: Paura del Licenziamento Non Basta
Una lavoratrice ha citato in giudizio la sua ex azienda alberghiera per ottenere il pagamento di differenze retributive, ferie non godute e TFR. L'azienda si è difesa sostenendo che i diritti erano scaduti. La lavoratrice ha replicato che la paura del licenziamento ('metus') aveva sospeso i termini. La Corte di Cassazione ha dato torto alla dipendente, stabilendo che la semplice affermazione di un timore non è sufficiente a fermare la prescrizione crediti di lavoro. È necessario fornire prove concrete di una situazione di soggezione psicologica che impedisca di agire per tutelare i propri diritti. La lavoratrice, non avendo fornito tali prove, ha perso la causa.
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Lavoro Meno Stabile, Prescrizione Crediti Sospesa: Chi Vince?
La Corte di Cassazione affronta il tema della prescrizione crediti di lavoro per i rapporti sorti dopo la Riforma Fornero. Alcuni lavoratori avevano chiesto il pagamento di differenze retributive legate all'anzianità di servizio. L'Azienda sosteneva che il loro diritto fosse prescritto, essendo trascorsi più di cinque anni. La Corte ha stabilito che, a seguito delle riforme del 2012 e 2015, il rapporto di lavoro non gode più di una stabilità tale da proteggere il dipendente dal timore di ritorsioni. Di conseguenza, il termine di prescrizione di cinque anni per i crediti retributivi non decorre durante il rapporto, ma solo dalla sua cessazione. L'Azienda ha quindi perso la causa e ha dovuto pagare quanto dovuto ai lavoratori.
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Interpretazione del contratto: vince l’Azienda per una clausola ignorata
Un'Azienda chiede a un Lavoratore la restituzione di somme ritenute pagate per errore. Il Lavoratore si oppone, basandosi su un precedente accordo transattivo. La controversia riguarda la corretta interpretazione del contratto di conciliazione. La Corte di Cassazione ha stabilito che i giudici precedenti hanno sbagliato a valutare solo alcune clausole dell'accordo in modo isolato. Il principio affermato è che l'interpretazione del contratto deve essere complessiva, analizzando tutte le clausole nel loro insieme per comprenderne il senso reale. La sentenza favorevole al Lavoratore è stata quindi annullata e il caso dovrà essere riesaminato applicando questo corretto criterio interpretativo.
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Indennità per mancato riposo: retribuzione, non danno. Ricorso perso
Un autista ha citato in giudizio la sua azienda per ottenere un risarcimento per il lavoro usurante svolto a causa dei mancati riposi. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che la sua domanda non era di natura risarcitoria, ma retributiva. Questa distinzione è cruciale: le richieste retributive hanno un termine di prescrizione più breve. Poiché il lavoratore ha agito troppo tardi, il suo diritto a ricevere l'indennità per mancato riposo si era estinto per prescrizione. La qualificazione giuridica della domanda ha quindi determinato l'esito negativo della causa per il lavoratore.
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