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Art. 2948 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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689 provvedimenti

Altri anni per Art. 2948 Codice Civile

Contributo di solidarietà: la Cassa deve restituire i tagli
La Cassa di Previdenza dei Dottori Commercialisti ha applicato un contributo di solidarietà sulla pensione di un iscritto tra il 2009 e il 2016. Il professionista ha agito in giudizio per ottenere il rimborso integrale dei prelievi illegittimi. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità delle trattenute deliberate in autonomia dall'ente previdenziale. I giudici hanno chiarito che solo il Legislatore statale ha il potere di imporre prestazioni patrimoniali forzose. Inoltre, la Suprema Corte ha stabilito che l'azione di restituzione delle somme trattenute non segue la prescrizione breve di cinque anni, ma quella ordinaria di dieci anni. La Cassa previdenziale è stata condannata a restituire l'intero importo indebitamente prelevato, maggiorato degli interessi legali maturati a partire da ogni singola trattenuta.
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Contributo di solidarietà sulle pensioni: rimborso dopo 10 anni
Un ente previdenziale privatizzato ha operato trattenute illegittime sui ratei di reversibilità di un pensionato a titolo di contributo di solidarietà. La Cassa ha sostenuto la legittimità del prelievo per esigenze di bilancio e l'avvenuta prescrizione quinquennale del credito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando che gli enti previdenziali autonomi non possiedono il potere di imporre prelievi patrimoniali straordinari sui trattamenti già liquidati, facoltà riservata esclusivamente alla legge statale. I giudici hanno inoltre sancito che la richiesta di restituzione delle somme indebitamente prelevate tramite il contributo di solidarietà sulle pensioni soggiace alla prescrizione ordinaria decennale e non a quella breve di cinque anni, in quanto la somma trattenuta non era mai stata posta nell'effettiva disponibilità del pensionato.
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Cassa integrazione straordinaria: criteri vaghi e risarcimento
Un'azienda ha collocato un dipendente in cassa integrazione straordinaria per quasi dieci anni senza specificare criteri di scelta chiari e trasparenti. Il lavoratore ha impugnato la sospensione, chiedendo il risarcimento del danno economico subito. I giudici di merito hanno accertato la genericità dei parametri adottati dal datore di lavoro, condannando la società a corrispondere le differenze tra la retribuzione piena e l'indennità percepita. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi procedurali e contestando il calcolo del danno. La Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso datoriale. I giudici hanno confermato che la mancanza di regole oggettive e vincolanti per selezionare il personale da sospendere rende l'atto aziendale illegittimo e obbliga l'impresa a risarcire integralmente la retribuzione persa dal dipendente.
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Prescrizione contributi previdenziali: stop alle pretese INPS
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un'Azienda il rimborso delle somme erogate a un lavoratore per la mobilità lunga, comprensive di indennità e contribuzione figurativa. L'Azienda ha eccepito la prescrizione delle somme. La Corte d'Appello ha accolto l'eccezione, ritenendo applicabile il termine di cinque anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Previdenziale, confermando che il credito per il rimborso di tali oneri rientra nell'ampia categoria dei contributi previdenziali. Di conseguenza, si applica la prescrizione contributi previdenziali di cinque anni prevista dalla legge. L'Ente Previdenziale perde la causa ed è condannato a rimborsare all'Azienda le somme già versate e a pagare le spese processuali.
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Danno da usura psicofisica: riposo negato o semplice paga?
Il Lavoratore ha chiesto il risarcimento del danno da usura psicofisica per il mancato e ridotto godimento dei riposi settimanali contro L'Azienda. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo i crediti prescritti in cinque anni e non configurabile il danno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, dichiarando nulla la sentenza per apparenza di motivazione. I giudici di secondo grado non hanno spiegato perché il "minor riposo" avesse natura puramente retributiva (soggetta a prescrizione quinquennale) né perché fosse da escludere in radice il danno da usura psicofisica per le ore di riposo ridotte. La sentenza è stata cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello.
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Prescrizione dei crediti retributivi: no al decorso in servizio
Un lavoratore ha ottenuto il riconoscimento del periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità. L'azienda ha impugnato la decisione, eccependo anche la prescrizione dei crediti retributivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma solo dalla sua cessazione. Questo perché, dopo le riforme del 2012 e del 2015, il rapporto a tempo indeterminato non è più assistito da una tutela di stabilità reale contro i licenziamenti illegittimi. Di conseguenza, il lavoratore, frenato dal timore di perdere il posto, non è libero di rivendicare i propri diritti durante il rapporto. L'azienda perde la causa e deve versare un ulteriore contributo unificato.
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Prescrizione dei crediti retributivi: stop durante il rapporto
Alcuni lavoratori hanno richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio per il periodo di apprendistato svolto presso un'azienda di trasporti, con il conseguente pagamento degli scatti di stipendio arretrati. L'azienda si è opposta, eccependo la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità delle clausole del contratto collettivo che escludevano l'apprendistato dal calcolo dell'anzianità. Inoltre, la Corte ha stabilito che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, ma solo dalla sua cessazione. Questo perché, dopo le riforme del 2012 e del 2015, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato non è più assistito da una tutela di stabilità reale, esponendo il dipendente al timore di ritorsioni. L'azienda è stata condannata a pagare le differenze retributive e le spese legali.
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Prescrizione contributi previdenziali: stop alle pretese INPS
L'Ente Previdenziale ha richiesto a una Società il rimborso delle somme anticipate per la mobilità lunga dei lavoratori, comprensive di indennità e contribuzione figurativa. La Società ha eccepito la prescrizione quinquennale dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Previdenziale, confermando che tali somme rientrano nella vasta categoria dei contributi previdenziali. Di conseguenza, si applica la prescrizione contributi previdenziali di cinque anni prevista dalla legge, anziché quella ordinaria decennale. L'Ente Previdenziale perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Prescrizione contributi previdenziali: INPS perde contro l’azienda
L'ente previdenziale ha richiesto a un'azienda il rimborso delle somme versate per l'indennità e la contribuzione figurativa di alcuni lavoratori licenziati e collocati in mobilità lunga. L'azienda si è opposta eccependo la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che tali somme rientrano nella categoria dei contributi previdenziali. Di conseguenza, si applica la prescrizione contributi previdenziali di cinque anni prevista dalla legge. Poiché l'ente ha agito oltre questo termine, i suoi crediti sono stati dichiarati definitivamente estinti, con la conseguente condanna dell'ente al pagamento delle spese di giudizio.
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Prescrizione contributi previdenziali: l’ente perde il rimborso
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un'Azienda il rimborso delle somme versate per la mobilità lunga di alcuni lavoratori licenziati. L'Azienda si è opposta, sostenendo che il diritto di credito fosse ormai estinto per il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha confermato che tali somme rientrano nella categoria dei contributi previdenziali. Di conseguenza, si applica la prescrizione contributi previdenziali di cinque anni. Poiché l'Ente Previdenziale ha agito oltre questo termine, la Corte ha rigettato il ricorso, dichiarando il credito prescritto e condannando l'ente al pagamento delle spese processuali.
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Ripetizione dell’indebito nel pubblico impiego: addio extra
Un dipendente comunale con funzioni direttive ha ricevuto compensi extra per la progettazione del piano regolatore. Il Comune ha chiesto la restituzione di oltre ventunomila euro, sostenendo che tali attività rientrassero nei normali doveri d'ufficio del lavoratore. La Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di restituzione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che nel lavoro pubblico la retribuzione è definita esclusivamente dai contratti collettivi e che la pubblica amministrazione deve recuperare le somme pagate senza un valido titolo di legge. Questo meccanismo di recupero rientra nella disciplina della ripetizione dell'indebito nel pubblico impiego. Inoltre, la Corte ha chiarito che gli interessi sulle somme da restituire seguono la prescrizione ordinaria di dieci anni e non quella breve di cinque anni.
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Prescrizione decennale: lo Stato perde contro le vittime del dovere
I familiari di una vittima del dovere hanno chiesto l'adeguamento dell'assegno vitalizio, pretendendo la rivalutazione monetaria prevista per le vittime del terrorismo. L'Amministrazione Pubblica si è opposta, sostenendo che il diritto al pagamento delle somme arretrate fosse ormai scaduto per il decorso del termine di cinque anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Amministrazione Pubblica. I giudici hanno stabilito che si applica la prescrizione decennale e non quella quinquennale. Questo accade perché i crediti per le prestazioni assistenziali non ancora liquidati o messi a disposizione del beneficiario mantengono la natura di crediti illiquidi. Di conseguenza, i familiari hanno ottenuto il pieno diritto a ricevere tutte le somme dovute a titolo di rivalutazione monetaria per l'intero periodo richiesto.
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Prescrizione crediti di lavoro: dipendente pubblico perde il bonus
Un ex dirigente pubblico ha chiesto la condanna dell'Amministrazione Pubblica al pagamento della retribuzione di risultato per l'anno 2009, contestando la minore somma liquidata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la prescrizione crediti di lavoro nel pubblico impiego decorre anche durante il rapporto di lavoro, poiché non sussiste il timore di ritorsioni. Nel caso specifico, il termine di cinque anni ha iniziato a decorrere da febbraio 2011, momento del pagamento parziale, con la conseguenza che il diritto si era ormai estinto al momento della richiesta di pagamento inviata nel maggio 2016. La Corte ha inoltre precisato che il giudice può individuare autonomamente la data di inizio della prescrizione una volta sollevata l'eccezione.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: vittoria per il dipendente
Il Lavoratore ha ottenuto il riconoscimento dell'intero periodo di apprendistato ai fini degli scatti di anzianità, con la condanna dell'Azienda al pagamento delle differenze retributive. L'Azienda ha impugnato la decisione in Cassazione, eccependo la prescrizione dei crediti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la prescrizione dei crediti di lavoro non decorre durante il rapporto di lavoro se questo non è assistito da un regime di stabilità reale, come ridefinito dalla Riforma Fornero. Di conseguenza, il termine prescrizionale inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto di lavoro, rendendo tempestive le richieste del dipendente. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Cassa integrazione guadagni straordinaria: stop a criteri vaghi
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della sospensione di un dipendente collocato in cassa integrazione guadagni straordinaria per quasi dieci anni. L'Azienda aveva applicato criteri di scelta generici e totalmente discrezionali, violando gli obblighi di trasparenza previsti dalla legge. I giudici hanno stabilito che la semplice inerzia del lavoratore nel contestare il provvedimento non equivale a una rinuncia ai propri diritti. Inoltre, trattandosi di un risarcimento per inadempimento contrattuale, si applica la prescrizione ordinaria di dieci anni e non quella breve di cinque. L'Azienda è stata quindi condannata a risarcire il dipendente pagandogli la differenza tra la retribuzione piena e il trattamento di integrazione salariale percepito.
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Cassa integrazione straordinaria: l’inerzia non cancella i diritti
Un'azienda ha collocato alcuni dipendenti in cassa integrazione straordinaria a zero ore, applicando criteri di scelta generici e discrezionali. Il Lavoratore ha fatto causa chiedendo il risarcimento dei danni per l'illegittimità della sospensione. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente. L'Azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'inerzia del dipendente equivalesse a una rinuncia tacita e che il credito fosse prescritto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il silenzio del lavoratore non prova alcuna volontà di rinunciare ai propri diritti e che il risarcimento per inadempimento contrattuale si prescrive in dieci anni. Il Lavoratore ha quindi vinto definitivamente la causa, ottenendo il risarcimento.
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Prescrizione dei crediti retributivi: quando il tempo si ferma
Due lavoratori hanno chiesto il riconoscimento dell'intero periodo di apprendistato ai fini degli aumenti di anzianità. L'Azienda si è opposta, eccependo la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro. Infatti, a seguito delle riforme del 2012 e del 2015, il rapporto di lavoro a tempo indeterminato non è più assistito da un regime di stabilità reale. Di conseguenza, il timore del lavoratore di essere licenziato sospende il decorso del tempo. La prescrizione dei crediti retributivi inizia a decorrere soltanto dal momento della cessazione del rapporto di lavoro. L'Azienda è stata quindi condannata a pagare le differenze retributive e le spese di giudizio.
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Lavoro straordinario: l’azienda perde contro i testimoni
Una lavoratrice ha chiesto il pagamento del lavoro straordinario svolto per oltre nove anni presso un'azienda di lavanderia. La Corte d'Appello ha riconosciuto un compenso di oltre 46.000 euro, basandosi sulle testimonianze coerenti dei colleghi. Il datore di lavoro ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sufficienza delle prove, il calcolo del numero dei dipendenti per la stabilità aziendale e la prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione delle prove spetta esclusivamente al giudice di merito e che i lavoratori stagionali non vanno computati per determinare la stabilità dimensionale dell'impresa. Di conseguenza, l'azienda perde la causa e deve pagare le differenze retributive e le spese legali.
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Prescrizione dei crediti retributivi: l’Azienda deve pagare
L'Azienda aveva concordato con i sindacati una riduzione dell'orario di lavoro in cambio della rinuncia dei dipendenti alla retribuzione aggiuntiva per la festività del 4 novembre. Successivamente, il contratto nazionale ha esteso la riduzione dell'orario a tutti i lavoratori, mantenendo però il diritto alla retribuzione della festività. I lavoratori hanno quindi richiesto il pagamento arretrato delle festività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, stabilendo che lo scambio originario aveva perso la sua causa concreta. Inoltre, la Corte ha chiarito che la prescrizione dei crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, poiché le riforme legislative del 2012 e del 2015 hanno rimosso la tutela reale forte contro i licenziamenti illegittimi, lasciando il lavoratore in una condizione di timore psicologico.
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Prescrizione crediti retributivi: dipendenti battono l’azienda
Tre dipendenti di un supermercato hanno chiesto il riconoscimento del livello superiore per aver svolto compiti di ordinazione e ricezione merci. L'Azienda si è opposta, contestando il calcolo del tempo dedicato a tali attività e sollevando l'eccezione di prescrizione dei crediti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno stabilito che, in assenza di limiti temporali nel contratto collettivo, si applica il criterio qualitativo della prevalenza delle mansioni. Inoltre, la Corte ha chiarito che la prescrizione crediti retributivi non decorre durante il rapporto di lavoro, a causa della mancanza di stabilità garantita dalle riforme legislative. Di conseguenza, i lavoratori hanno diritto sia alla qualifica superiore che alle differenze di stipendio arretrate.
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