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Art. 133 Codice Penale — Sezione Terza Penale

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1027 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Autonomia delle pene accessorie: pena ridotta ma resta il divieto
Un imprenditore viene condannato per dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti. In appello, ottiene la riduzione della pena principale al minimo, ma non contesta la durata della sanzione accessoria dell'interdizione dagli uffici direttivi. Successivamente, propone ricorso in Cassazione lamentando la sproporzione della sanzione accessoria rispetto a quella principale. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici sanciscono il principio dell'autonomia delle pene accessorie rispetto a quella principale: se la difesa non contesta specificamente le sanzioni accessorie davanti al giudice d'appello, non può farlo per la prima volta in Cassazione, poiché su quel punto si è formato il giudicato.
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Particolare tenuità del fatto: negata se lo spaccio è ripetuto
Il caso riguarda un uomo condannato per molteplici episodi di spaccio di sostanze stupefacenti commessi in un breve arco temporale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il diniego della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la reiterazione di sei cessioni di droga in un mese configura un comportamento abituale. Tale abitualità esclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto, anche in presenza di un reato continuato. Inoltre, la serialità delle condotte impedisce una prognosi favorevole per la sospensione della pena. L'imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese.
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Emissione di fatture false: ditta fantasma contro fisco reale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imprenditori condannati per reati tributari, tra cui l'emissione di fatture false e la dichiarazione fraudolenta. Il primo gestiva una ditta individuale definita "cartiera", priva di reale operatività, che fungeva da unico fornitore per la società del secondo. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi sull'assenza di strutture aziendali reali e su macroscopiche anomalie di fatturazione, come l'indicazione ripetuta di una partita IVA errata. La Suprema Corte ha inoltre convalidato la notifica degli atti effettuata presso il difensore di fiducia, ritenendola legittima dopo il trasferimento dell'imputato dal domicilio eletto. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata per l’abuso sul demanio
Un privato ha installato un manufatto in legno su una spiaggia libera senza autorizzazione, occupando il demanio marittimo in un'area protetta. La Corte d'appello lo ha condannato a tre mesi di reclusione, quindici giorni di arresto e sedicimila euro di ammenda. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e sostenendo che l'opera fosse di competenza comunale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa a causa della mancata rimozione spontanea dell'opera e dei precedenti penali del ricorrente. Inoltre, l'assenza di una formale autorizzazione comunale esclude qualsiasi esimente per l'occupazione abusiva del suolo pubblico.
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Olio greco spacciato per italiano: è tentata frode in commercio
Durante un'ispezione igienico-sanitaria presso il punto vendita di un'azienda, le autorità hanno sequestrato numerose lattine di olio di origine greca etichettate falsamente come "100% italiano" ed esposte sul banco. Il Commerciante è stato condannato per il reato di tentata frode in commercio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la tentata frode in commercio si configura anche con la semplice esposizione per la vendita o la detenzione in magazzino di prodotti con false indicazioni di provenienza, senza che sia necessaria una trattativa in corso o la consegna della merce. Infine, la Suprema Corte ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa del quantitativo non irrilevante di olio sequestrato.
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Attenuanti generiche: no a sconti pur con colpa della vittima
Un automobilista, procedendo a velocità doppia rispetto al limite consentito, travolgeva e uccideva un giovane a bordo di un ciclomotore. Nonostante un concorso di colpa della vittima pari al 75%, i giudici di merito applicavano la pena minima ritenendo equivalenti le circostanze aggravanti e le attenuanti generiche. L'imputato proponeva ricorso lamentando il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudizio di bilanciamento tra le circostanze spetta esclusivamente al giudice di merito. Se la decisione è motivata in modo logico e coerente, valorizzando la gravità del danno e la condotta imprudente, essa non è sindacabile in sede di legittimità.
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Stoccaggio rifiuti: negata la particolare tenuità del fatto
Il Legale Rappresentante di un'impresa di ceramiche è stato condannato per gestione illecita di rifiuti, avendo stoccato e smaltito oltre una tonnellata di scarti industriali senza autorizzazione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere applicata quando la condotta illecita è abituale e reiterata nel tempo. Inoltre, lo stoccaggio non autorizzato costituisce un reato permanente: finché la condotta illecita prosegue e i rifiuti non vengono rimossi, l'offesa all'ambiente continua, precludendo qualsiasi sanzione di favore. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Droga parlata: condanna definitiva anche senza sequestro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per traffico di stupefacenti a carico di due soggetti, dichiarando inammissibili i loro ricorsi. La difesa contestava l'identificazione degli imputati basata solo sulle intercettazioni e l'assenza di sequestri fisici di sostanze. La Suprema Corte ha chiarito che in tema di droga parlata il mancato rinvenimento dello stupefacente non esclude la responsabilità penale, se le intercettazioni sono supportate da riscontri esterni affidabili, come le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, i servizi di osservazione e il ritrovamento di appunti contabili ("pizzini"). Inoltre, il riconoscimento vocale effettuato dalla polizia giudiziaria costituisce prova valida, spettando alla difesa l'onere di fornire elementi contrari.
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Recidiva reiterata: perché i vecchi reati non aumentano la pena
L'Imputato era stato condannato per spaccio di lieve entità. I giudici di merito avevano applicato la recidiva reiterata, ritenendolo socialmente pericoloso solo perché riconosciuto dalle forze dell'ordine per i suoi precedenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la recidiva reiterata non può essere applicata in modo automatico o basandosi solo sulla presenza di vecchi reati. Il giudice deve dimostrare concretamente come i precedenti penali abbiano influenzato la nuova condotta e se esista una reale e attuale pericolosità sociale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena, ordinando un nuovo giudizio sul punto.
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Omesso versamento IVA: il rischio d’impresa non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro mesi di reclusione per due amministratori di una società, responsabili del reato di omesso versamento IVA per gli anni 2015 e 2016. La difesa sosteneva che il mancato pagamento fosse dovuto a una grave crisi di liquidità causata dal fallimento di un importante cliente. I giudici hanno respinto questa tesi, chiarendo che il mancato incasso delle fatture rientra nel normale rischio d'impresa e non esclude il dolo. Per invocare la forza maggiore, l'imprenditore deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per reperire le risorse necessarie, fornendo prove concrete sulla situazione finanziaria della società. L'appello è stato rigettato con condanna alle spese.
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Applicazione della recidiva: precedenti penali non bastano
L'Imputato, condannato per reati in materia di stupefacenti, ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Corte d'appello aveva applicato l'aumento di pena basandosi solo sui suoi precedenti penali, senza spiegare perché il soggetto fosse concretamente più pericoloso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il semplice elenco dei precedenti non basta a giustificare l'aumento di pena. I giudici devono sempre motivare in modo specifico l'effettiva pericolosità sociale del reo. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Sospensione condizionale della pena: pesano i carichi pendenti
Un uomo viene condannato per aver venduto una dose di cocaina. La Corte d'Appello conferma la condanna a otto mesi di reclusione, negando la sospensione condizionale della pena a causa di due carichi pendenti recenti. L'imputato ricorre in Cassazione, lamentando la mancata concessione del beneficio e l'eccessività della pena. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la sospensione condizionale della pena può essere legittimamente negata basandosi sui precedenti di polizia e sui carichi pendenti, utili per formulare un giudizio prognostico negativo sulla condotta futura del reo. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito e non richiede motivazioni dettagliate se si attesta su livelli medio-bassi. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche: lo sconto massimo non è mai automatico
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato per spaccio di lieve entità. L'uomo contestava la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione, pari a un terzo della pena, e il silenzio dei giudici sulla sua richiesta di patteggiamento. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito gode di ampia discrezionalità nella quantificazione della pena e non è obbligato ad applicare la riduzione massima, purché la sanzione complessiva sia congrua rispetto alla gravità del fatto, valutata in base al quantitativo di cocaina e al prezzo di acquisto. Inoltre, la richiesta di patteggiamento è stata implicitamente rigettata in quanto la pena proposta dall'imputato è stata ritenuta troppo bassa e non proporzionata alla reale entità del reato commesso.
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Violazione di sigilli: condannato il custode che non avvisa
Il Custode di alcuni beni sequestrati è stato condannato per il reato di violazione di sigilli. I sigilli erano stati infranti e i beni erano spariti dai locali, asseritamente allagati. Il Custode non ha avvisato l'autorità dell'evento, ma si è limitato a rivolgersi a un legale per chiedere un risarcimento e ha dichiarato di aver smaltito i beni in discarica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Custode, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il custode ha l'obbligo di vigilanza continua. Se i sigilli vengono violati senza tempestiva segnalazione, si presume la responsabilità dolosa del custode, a meno che quest'ultimo non provi un impedimento assoluto dovuto a caso fortuito o forza maggiore.
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Abuso edilizio: sì alla demolizione, no alla confisca illegale
Una proprietaria viene condannata per abuso edilizio in zona vincolata e per violazione dei sigilli. I giudici subordinano la sospensione condizionale della pena alla demolizione dell'opera abusiva e dispongono la confisca dell'immobile. La Corte di Cassazione chiarisce che la sospensione condizionale della pena può essere legittimamente subordinata alla demolizione anche in presenza di più reati uniti dal vincolo della continuazione. Tuttavia, i giudici accolgono il ricorso limitatamente alla confisca: questa misura è illegale poiché l'abuso edilizio contestato non riguardava una lottizzazione abusiva, unico caso in cui la legge consente la confisca urbanistica. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza limitatamente alla confisca, eliminandola, mentre conferma la condanna e l'ordine di demolizione.
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Violazione del DASPO: lo stadio vietato costa un anno di carcere
Un uomo, sanzionato con il divieto di accesso alle manifestazioni sportive per vendita abusiva di biglietti, ha commesso per ben sette volte la violazione del DASPO. Condannato in primo e secondo grado, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la legittimità del provvedimento del Questore e la sua convalida. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna a un anno di reclusione e 10.000 euro di multa. I giudici hanno chiarito che il giudice penale non può sindacare la legittimità del divieto di accesso, trattandosi di un provvedimento amministrativo che andava impugnato dinanzi al TAR, mentre la convalida dell'obbligo di firma doveva essere contestata subito in Cassazione.
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Abuso edilizio su immobile abusivo: condannato il proprietario
Il proprietario di un immobile e il gestore di un ristorante hanno realizzato opere non autorizzate su un lastrico solare per trasformarlo in terrazza di somministrazione, in zona vincolata. I giudici di merito li hanno condannati per violazioni edilizie e paesaggistiche. La Cassazione ha rigettato il ricorso del proprietario, stabilendo che qualsiasi nuovo intervento su un edificio originariamente abusivo configura un autonomo reato, poiché eredita l'illegittimità della struttura principale. Questo principio configura un nuovo abuso edilizio su immobile abusivo. La Corte ha confermato la condanna a sei mesi di arresto e 21.000 euro di ammenda, oltre al risarcimento dei danni alle parti civili.
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Concorso nel reato di spaccio: quando la scusa non regge
Tre soggetti venivano fermati in autostrada durante il periodo di emergenza Covid-19 a bordo di un'auto nel cui bagagliaio erano nascosti oltre 12 kg di marijuana. Nonostante i tentativi di depistaggio e la tesi difensiva secondo cui due dei passeggeri fossero semplici spettatori ignari (connivenza non punibile), le indagini svelavano una pianificazione accurata del trasporto. Venivano infatti accertati contatti telefonici costanti, l'uso di due vetture per il viaggio di andata e il rinvenimento a casa di uno di essi di strumenti per il confezionamento della droga. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la condanna a due anni di reclusione per concorso nel reato di spaccio. La Corte ha chiarito che l'onere di allegazione grava sulla difesa quando l'accusa ha fornito prove schiaccianti, escludendo inoltre la concessione di attenuanti o benefici a fronte del comportamento ostruzionistico degli imputati.
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Traffico di stupefacenti: da accordo occasionale a banda stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di aver promosso e organizzato un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti tra la Spagna e l'Italia. I ricorrenti contestavano l'esistenza del sodalizio criminale, sostenendo si trattasse solo di singoli episodi isolati di importazione di droga. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che l'esistenza del vincolo associativo permanente può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti (facta concludentia), come l'uso di telefoni criptati, la disponibilità di ingenti capitali e la divisione dei compiti. Anche la breve durata delle indagini non esclude il reato se emerge un sistema collaudato. Di conseguenza, le condanne sono definitive e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali.
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Detenzione ai fini di spaccio: la casa condanna la convivente
Tre imputati sono stati condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto nell'abitazione di due di essi circa 150 dosi di cocaina, strumenti di confezionamento, appunti contabili e un sistema di videosorveglianza. La difesa sosteneva l'uso personale e l'estraneità della convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa ciascuno. I giudici hanno chiarito che la stabilità dell'attività illecita, unita alla presenza di strumenti di spaccio nella casa comune, dimostra la consapevole partecipazione della convivente. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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