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Art. 133 Codice Penale — Sezione Terza Penale

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Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Il Tribunale ha applicato all'Imputato la pena concordata per detenzione di stupefacenti. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando l'eccessività della pena e la mancata valutazione della sua condotta successiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge limita il ricorso contro patteggiamento a casi tassativi, come l'illegalità della pena o vizi della volontà, escludendo contestazioni sulla congruità della sanzione liberamente concordata. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: illegittimo lo sconto minimo
L'Imputato era stato condannato per cessione di sostanze stupefacenti. La Corte di Appello aveva ridotto la pena applicando le circostanze attenuanti generiche, ma senza concedere la riduzione massima e senza motivare il diniego dei benefici di legge, nonostante l'assenza di precedenti penali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato. I giudici hanno stabilito che, se si riconoscono elementi solo positivi, il giudice deve spiegare chiaramente perché non applica la massima riduzione di pena consentita. Inoltre, l'omessa pronuncia sui benefici di legge costituisce un grave vizio. La sentenza è stata annullata limitatamente al calcolo della pena e ai benefici, con rinvio a un'altra sezione della Corte di Appello per un nuovo giudizio.
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Falsa attestazione della presenza in servizio: condannato custode
Un custode di una biblioteca comunale è stato condannato per il reato di falsa attestazione della presenza in servizio, per aver fatto risultare la propria presenza sul posto di lavoro mentre si trovava altrove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando la condanna a un anno di reclusione e trecento euro di multa. La Suprema Corte ha respinto le tesi difensive basate sul presunto malfunzionamento del marcatempo, rilevando che la contestazione riguardava la totale assenza di timbrature. Inoltre, i giudici hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta, inserita in un contesto diffuso di assenteismo tra i dipendenti dell'ente pubblico.
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DASPO e particolare tenuità del fatto: la decisione
Quattro tifosi sottoposti a DASPO sono stati condannati per essere stati sorpresi in un mercato rionale adiacente allo stadio durante una partita a porte chiuse. La Corte di Cassazione ha confermato la loro responsabilità penale per aver violato le prescrizioni del Questore. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dei tifosi in merito alla mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici d'appello avevano infatti negato il beneficio basandosi su criteri errati, come la capacità a delinquere e la vicinanza temporale della violazione, anziché valutare l'effettiva entità del danno e l'occasionalità della condotta. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto con rinvio per un nuovo esame.
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Violazione del DASPO: la dimenticanza non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un tifoso colpevole di violazione del DASPO. L'uomo, sottoposto all'obbligo di presentarsi due volte in questura durante una partita di calcio, non si era presentato, arrivando con venti minuti di ritardo rispetto alla fine dell'incontro. La difesa ha sostenuto che il ritardo fosse dovuto a una semplice dimenticanza, escludendo così l'intenzione di commettere il reato. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la violazione del DASPO è un reato di pericolo che si consuma con la semplice condotta volontaria. Inoltre, la Cassazione ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della doppia violazione commessa nella stessa giornata e dei precedenti penali del soggetto. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Rito abbreviato e continuazione: sconti solo sulla nuova pena
Il caso riguarda Il Condannato, giudicato colpevole di reati di droga. Il giudice di merito ha riconosciuto il vincolo della continuazione tra i nuovi reati e quelli già giudicati con una precedente sentenza definitiva di patteggiamento. La difesa ha proposto ricorso lamentando la mancata applicazione dello sconto di pena per il rito abbreviato sull'intera pena complessiva, anziché solo sulla quota di aumento per i nuovi fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di rito abbreviato e continuazione con reati già giudicati in via definitiva, lo sconto di un terzo si applica esclusivamente sulla porzione di pena aggiunta per i nuovi reati. La pena precedentemente inflitta rimane intangibile e non può essere rideterminata o ridotta retroattivamente.
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Coltivazione di stupefacenti: l’uso personale cede alle piante giganti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti a carico di un uomo sorpreso in un'area recintata con 18 piante di canapa indiana mature e 10 piantine ancora in vasetto. La difesa sosteneva che le piante mature non fossero sue e che quelle in vasetto fossero destinate all'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la coltivazione di 18 piante mature con infiorescenze non può considerarsi domestica o per uso personale, data la quantità e la capacità drogante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Dichiarazione fraudolenta: condannato il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di dichiarazione fraudolenta a carico dell'Amministratore di Fatto e dell'Amministratrice Legale di una società. I due soggetti avevano utilizzato fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere le imposte sui redditi e l'IVA per diverse annualità. L'Amministratrice Legale sosteneva di non essere a conoscenza della frode ideata dal marito (amministratore di fatto). Tuttavia, i giudici hanno ribadito che il legale rappresentante riveste una posizione di garanzia e risponde dei reati tributari per omessa vigilanza, avendo inoltre firmato le dichiarazioni fiscali. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando le pene detentive e negando la sospensione condizionale a causa dei precedenti penali e della gravità dei fatti.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna confermata ma rinvio
Un imprenditore è stato condannato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di ventitré fatture per operazioni inesistenti, per un totale di oltre cinquantasettemila euro. I giudici di merito hanno accertato la falsità delle prestazioni basandosi sulla genericità delle fatture, sull'assenza di contratti scritti e sulla mancanza di tracciabilità dei pagamenti. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione del beneficio della non menzione della condanna. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i motivi relativi alla responsabilità penale, confermando la sussistenza del reato. Ha invece accolto il ricorso limitatamente al beneficio della non menzione, annullando la sentenza con rinvio sul punto. La Corte d'appello dovrà rivalutare la concessione del beneficio applicando esclusivamente i criteri di legge.
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Cinghiali in recinto: multa ko per particolare tenuità del fatto
Il Tribunale aveva condannato l'Imputato a un'ammenda di 10.000 euro per aver detenuto quattro cinghiali senza autorizzazione amministrativa o sanitaria. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto e della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che il giudice di merito ha omesso del tutto di motivare il diniego su questi punti, nonostante le esplicite richieste della difesa. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza con rinvio al Tribunale di Messina per un nuovo giudizio, confermando comunque che la condotta mantiene rilevanza penale anche dopo le recenti riforme legislative.
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Abuso edilizio: sì alla sospensione condizionale della pena
Un operatore economico, condannato dal Tribunale di Trieste alla pena dell'ammenda per violazioni edilizie su strutture portanti, ha proposto appello. Trattandosi di sola ammenda, l'impugnazione è stata convertita in ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha ritenuto infondate le lamentele sulla quantificazione della pena, ampiamente giustificata dalla gravità dei lavori che compromettevano la sicurezza degli edifici. Ha invece accolto il motivo riguardante il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici di merito avevano infatti negato il beneficio basandosi solo sulla qualifica professionale dell'imputato e su generiche esigenze preventive, omettendo il necessario giudizio prognostico sulla futura astensione dai reati. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo punto.
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Circostanze attenuanti generiche: no agli sconti automatici
I titolari di un'azienda, condannati per violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro, hanno fatto ricorso in Cassazione. I ricorrenti lamentavano la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto, oltre a eccepire la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il diniego delle circostanze attenuanti generiche non richiede una motivazione dettagliata se la richiesta della difesa è generica e priva di elementi giustificativi specifici. Inoltre, la gravità delle omissioni sulla salute dei lavoratori esclude benefici automatici. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Scommesse e particolare tenuità del fatto: sentenza annullata
Un cittadino viene condannato a quattro mesi di reclusione per esercizio abusivo di scommesse. L'imputato propone ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte accoglie il ricorso su questo specifico punto. I giudici di legittimità evidenziano che la Corte d'appello ha negato il beneficio basandosi solo sul tipo di reato, senza compiere una valutazione globale e concreta delle modalità della condotta e dell'entità del danno. La sentenza viene quindi annullata limitatamente alla valutazione sulla particolare tenuità del fatto, con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Recidiva facoltativa: nessun aiuto a chi ingoia la droga
L'Imputato, sorpreso a deglutire tre ovuli di cocaina per evitare l'arresto, è stato condannato per spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello ha applicato l'aumento per la recidiva facoltativa, ritenuta equivalente alle attenuanti generiche, considerando i numerosi precedenti penali recenti. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una carenza di motivazione sulla gravità della pena e sostenendo che la sua condizione di irregolarità sul territorio dovesse favorirlo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva facoltativa è stata correttamente applicata poiché i precedenti ravvicinati dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Inoltre, ingoiare la droga esclude qualsiasi intento collaborativo. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: tra condanna e prescrizione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'amministratrice di fatto accusata di aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti emesse da una società cartiera e da un'azienda di articoli sportivi per servizi di marketing mai eseguiti. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale per gran parte dei reati tributari contestati, dichiarando inammissibile il ricorso del coimputato. Tuttavia, i giudici hanno accolto parzialmente il ricorso dell'amministratrice in relazione a un singolo capo d'imputazione. La condanna per questo specifico reato si basava esclusivamente sulla precedente sentenza irrevocabile emessa contro un coimputato, senza ulteriori elementi di riscontro. Poiché tale reato era ormai estinto per prescrizione, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente a questo capo, riducendo la pena finale dell'imputata a tre anni e sei mesi di reclusione.
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Dichiarazione fraudolenta: commercialista non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per un imprenditore accusato di dichiarazione fraudolenta tramite l'uso di fatture per operazioni inesistenti. I giudici hanno accertato l'inesistenza delle prestazioni poiché le ditte emittenti erano prive di dipendenti, attrezzature e contabilità, e l'imprenditore non ha dimostrato i pagamenti. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento della contabilità a un commercialista non esonera il titolare dall'obbligo di vigilanza, né esclude il dolo, specie in presenza di anomalie macroscopiche come fatture con lo stesso numero. Negato anche il beneficio delle attenuanti generiche a causa della reiterazione della condotta illecita.
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Lieve entità dello spaccio: quando la continuità costa cara
L'Imputato era stato condannato per plurime cessioni di eroina e marijuana commesse tra il 2017 e il 2018. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento del Lieve entità dello spaccio e contestando il calcolo della pena pecuniaria. La Suprema Corte ha confermato l'esclusione della Lieve entità dello spaccio a causa della continuità dell'attività illecita e della capacità dell'Imputato di rifornire i clienti a chiamata. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente al calcolo della multa: i giudici di merito avevano applicato in modo errato lo sconto per il rito abbreviato. La Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza sul punto, rideterminando la sanzione pecuniaria in 50.000 euro invece dei 60.000 euro precedentemente stabiliti.
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Coltivazione di stupefacenti: il cellulare perso incastra il reo
Il caso riguarda la condanna di un uomo per coltivazione di stupefacenti (ingenti quantità di marijuana), resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. L'imputato era fuggito da un capannone adibito a serra dopo aver colpito un agente, lasciando sul posto il proprio cellulare. La difesa sosteneva uno scambio fortuito di telefono con un complice e un errore di identificazione iniziale. La Corte d'Appello ha escluso l'attenuante della minima partecipazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità. Ha invece accolto parzialmente il ricorso del Procuratore Generale: i giudici d'appello avevano calcolato l'aumento per l'aggravante dell'ingente quantità sotto i limiti di legge. La Cassazione ha rideterminato direttamente la pena finale a tre anni e due mesi di reclusione e 9.600 euro di multa.
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Particolare tenuità del fatto negata a chi fa sparire il furgone
Il Tribunale di Firenze condannava l'Imputato per il reato di trasporto non autorizzato di rifiuti speciali. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il diniego della particolare tenuità del fatto può essere implicito nella motivazione complessiva della sentenza. Nel caso specifico, l'Imputato, nominato custode del furgone sequestrato contenente i rifiuti, ne aveva causato la sparizione, violando i doveri di custodia. Tale condotta successiva al reato esclude qualsiasi riconoscimento di particolare tenuità o di attenuanti, confermando la piena responsabilità penale del ricorrente.
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Omesso versamento IVA: pagare gli stipendi non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per il Legale Rappresentante di una società, responsabile del reato di omesso versamento IVA per l'anno d'imposta 2015. La difesa sosteneva che il mancato pagamento fosse dovuto a una grave crisi di liquidità e alla scelta di pagare prioritariamente gli stipendi dei dipendenti per salvare l'azienda. I giudici hanno respinto la tesi, stabilendo che la crisi finanziaria non esclude il dolo né costituisce forza maggiore, a meno che non si provi l'assoluta impossibilità incolpevole di reperire fondi. Il pagamento dei lavoratori non giustifica l'evasione fiscale al di fuori delle procedure fallimentari. La Cassazione ha rigettato il ricorso, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali.
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