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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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1184 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: pena ridotta ma ricorso bloccato
Il difensore del Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva rideterminato la pena a seguito di concordato in appello (art. 599-bis c.p.p.). La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso è ammesso solo per vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione rispetto all'accordo. Sono invece inammissibili le contestazioni sui motivi rinunciati, sulla mancata assoluzione d'ufficio o sulla misura della pena, salvo che quest'ultima sia illegale. Il Ricorrente è stato condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: l’accordo non si tocca
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GUP per reati di droga, lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tema del patteggiamento e ricorso per cassazione è regolato da limiti rigorosi: l'imputato, concordando la pena, rinuncia a contestare l'accusa. Di conseguenza, non può sollevare censure di merito o sulla motivazione del proscioglimento, a meno che non emergano palesi elementi di non punibilità dagli atti. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: perché un ricorso errato la annulla
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che invocava la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello. La Suprema Corte ha chiarito che un ricorso inammissibile impedisce la costituzione del rapporto processuale, rendendo impossibile rilevare la prescrizione maturata successivamente alla decisione di secondo grado. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patto e sanzione: ricorso per cassazione nel patteggiamento
L'Imputato ha concordato con il Giudice per le indagini preliminari una pena di due anni di reclusione per reati fallimentari. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando la mancanza di una motivazione approfondita sull'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione nel patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a casi specifici, come i vizi della volontà o l'illegalità della pena. La contestazione sulla motivazione del proscioglimento non rientra tra questi motivi tassativi. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: lo sconto di pena blocca il ricorso
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado ottenendo una riduzione a quattro anni e quattro mesi di reclusione. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, i motivi di impugnazione sono strettamente limitati dalla legge. Non è possibile contestare la motivazione della sentenza o chiedere una rivalutazione del merito, ma si possono sollevare solo questioni legate alla formazione della volontà delle parti, al consenso del Procuratore o alla difformità della decisione rispetto all'accordo. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena esclude il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata contro la sentenza della Corte d'appello che aveva applicato la pena concordata tra le parti. La ricorrente aveva infatti stipulato un concordato in appello ai sensi dell'articolo 599-bis del codice di procedura penale, rinunciando a tutti i motivi di impugnazione. Nonostante l'accordo, la difesa ha tentato di contestare la colpevolezza e la misura della pena davanti alla Suprema Corte. I giudici di legittimità hanno ribadito che la rinuncia ai motivi di appello preclude la possibilità di sollevare successivamente questioni sulla responsabilità penale o sull'entità della sanzione, a meno che la pena concordata non sia palesemente illegale. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: no al ricorso sulla misura della pena
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura della pena stabilita a seguito di un concordato in appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'accordo sulla pena limita fortemente le possibilità di impugnazione. In particolare, le contestazioni sul calcolo concreto della sanzione non sono ammissibili, a meno che non si tratti di una pena illegale, ossia del tutto estranea ai limiti previsti dalla legge. Di conseguenza, l'accordo raggiunto in secondo grado rimane pienamente valido ed efficace.
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Rinuncia ai motivi di appello: la scelta che blocca la Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione dopo che la Corte d'Appello aveva rideterminato la sua pena. Durante il processo di secondo grado, la difesa aveva espressamente dichiarato la rinuncia ai motivi di appello relativi alla particolare tenuità del fatto e alla recidiva, concentrandosi solo sulle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la rinuncia ai motivi di appello preclude definitivamente la possibilità di ridiscutere quelle stesse questioni in Cassazione, limitando la cognizione del giudice solo ai punti non rinunciati.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti del patto
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena concordata (patteggiamento) per reati in materia di stupefacenti e immigrazione. Il ricorrente lamentava il mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è ammesso solo per motivi tassativi stabiliti dalla legge, come i vizi della volontà, la discordanza tra richiesta e sentenza, l'errata qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. La richiesta di proscioglimento immediato non rientra tra questi casi. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Foro nel muro e reato di evasione: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. L'imputato, sottoposto agli arresti domiciliari, si era spostato in un appartamento adiacente attraverso un foro appositamente praticato nel muro divisorio. La difesa ha sostenuto l'irrilevanza del fatto per via della breve durata dell'allontanamento e della continuità spaziale tra i locali. I giudici hanno chiarito che la continuità spaziale e la brevità temporale non escludono il reato di evasione, poiché il foro nel muro dimostra la chiara volontà di eludere i controlli delle forze dell'ordine. Inoltre, la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto è stata ritenuta generica e non proponibile per la prima volta in Cassazione.
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Concordato in appello: no al ricorso se si cambia idea
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che aveva applicato la pena concordata tra le parti tramite il concordato in appello. La difesa lamentava la mancata motivazione del giudice di secondo grado circa l'impossibilità di pronunciare un proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, non è ammesso il ricorso basato sulla mancata valutazione delle condizioni di proscioglimento, a meno che non vi siano vizi sulla formazione della volontà o sull'illegalità della pena. L'Imputato perde la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo esclude i ripensamenti
L'Imputato ha concordato una pena con il Tribunale di Verona tramite l'istituto del patteggiamento. Successivamente, ha proposto un ricorso contro patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione, lamentando una carenza di motivazione del giudice in merito alla prova della sua responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta una rinuncia implicita a contestare la colpevolezza. Di conseguenza, la legge limita strettamente i motivi per cui è possibile impugnare una sentenza di patteggiamento, escludendo contestazioni sulla valutazione delle prove o sulla responsabilità. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Appropriazione indebita: l’assoluzione che può costare cara
L'Imputata, accusata inizialmente di circonvenzione di incapace per aver prelevato cinquantamila euro dal conto della madre, era stata assolta in primo grado perché il fatto non sussiste. Su appello del Fratello (parte civile), la Corte d'Appello ha riqualificato il fatto in appropriazione indebita, dichiarando la donna non punibile per via dei rapporti di parentela. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata, evidenziando che il mutamento della formula assolutoria le arreca un danno in sede civile. I giudici di legittimità hanno annullato la sentenza con rinvio, stabilendo che la Corte d'Appello ha riqualificato il reato in modo apodittico e senza verificare la tempestività e la legittimazione a presentare la querela, necessaria per procedere per il reato di appropriazione indebita.
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Reddito di cittadinanza: arresti non comunicati non sono reato
Il Beneficiario, percettore del Reddito di cittadinanza, veniva condannato nei gradi di merito per non aver comunicato tempestivamente all'INPS la sua sottoposizione alla misura cautelare degli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna, stabilendo che tale omissione non costituisce reato. Secondo i giudici, l'applicazione di una misura cautelare personale comporta la sospensione automatica del beneficio. Di conseguenza, la mancata comunicazione di questa circostanza da parte del beneficiario non integra la condotta penalmente rilevante di omessa comunicazione di informazioni dovute, poiché la sospensione opera di diritto. Il fatto, pertanto, non è previsto dalla legge come reato.
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Certificato CITES: vietato vendere avorio antico senza ok
Il caso riguarda Il Venditore, accusato di aver posto in vendita oggetti in avorio di elefante senza il necessario certificato CITES. La difesa sosteneva che, trattandosi di manufatti lavorati oltre cinquant'anni prima, vi fosse una totale liberalizzazione e non servisse alcuna documentazione, basandosi su una perizia privata. La Corte di Cassazione ha invece chiarito che l'esenzione per gli oggetti antichi non è automatica: è sempre necessario il preventivo giudizio dell'organo di gestione statale competente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Venditore, confermando che la vendita di avorio senza l'attestazione ufficiale costituisce reato, e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: la firma che cancella i ricorsi futuri
L'Imputato, condannato per bancarotta fraudolenta, ha concordato la pena in secondo grado rinunciando ai motivi di gravame. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla sussistenza di cause di non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello, noto anche come patteggiamento in appello, comporta la rinuncia ai motivi di impugnazione. Questa rinuncia preclude la possibilità di sollevare in Cassazione questioni rinunciate, comprese quelle rilevabili d'ufficio. Di conseguenza, l'accordo sulla pena preclude un successivo sindacato di legittimità su tali profili. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per Cassazione personale: il rischio del fai da te
Il ricorrente ha presentato personalmente un ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di appello che aveva rideterminato la sua pena per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso personale, ribadendo che l'imputato non può redigere e presentare autonomamente l'atto di impugnazione davanti alla Cassazione. Per questa ragione, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Impugnazione del patteggiamento: la Cassazione fissa i limiti
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Verona, che gli aveva applicato otto mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, danneggiamento e oltraggio. Il ricorso si basava sulla mancata valutazione delle cause di proscioglimento e della congruità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, escludendo la possibilità di contestare genericamente la mancata verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, il Ricorrente ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il proscioglimento
Un imputato, condannato in primo grado per atti persecutori ed estorsione, ha concordato la pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la Corte d'appello non avesse valutato i presupposti per il suo immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena in secondo grado, l'imputato rinuncia ai motivi di appello originari. Di conseguenza, non è più possibile contestare la mancata pronuncia di proscioglimento, a meno che non vi siano vizi nella formazione della volontà dell'accordo o difformità nella decisione del giudice rispetto a quanto pattuito. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: condanna definitiva contro tempo scaduto
L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione da parte del giudice di rinvio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di annullamento parziale della sentenza limitato esclusivamente al trattamento sanzionatorio, la responsabilità penale è ormai accertata in via definitiva. Questo giudicato parziale impedisce la successiva declaratoria di prescrizione del reato, anche se il termine matura dopo la pronuncia di annullamento. Di conseguenza, la prescrizione del reato non può più essere applicata se la colpevolezza è già irrevocabile. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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