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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: la rinuncia ai motivi blocca la Cassazione
L'Imputata, accusata di ricettazione e violazioni tributarie sulle accise, ha concordato in secondo grado una pena di un anno e sei mesi di reclusione, rinunciando agli altri motivi di appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione delle cause di proscioglimento da parte dei giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che chi accede al concordato in appello non può contestare la mancata applicazione del proscioglimento d'ufficio, salvo vizi sulla formazione della volontà o illegalità della pena. L'Imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Due imputati, condannati per rapina e lesioni, hanno concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e la mancata pronuncia su cause di non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, una volta stipulato il concordato in appello, le parti rinunciano ai motivi di merito. Il ricorso in Cassazione è ammesso solo per vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della sentenza rispetto all'accordo. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Specificità dei motivi di ricorso: rigetto e multa in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino straniero contro la sentenza della Corte d'appello di Venezia. Il ricorrente lamentava genericamente violazioni di legge, vizi di motivazione ed eccessività della pena. La Suprema Corte ha ribadito che la specificità dei motivi di ricorso è un requisito fondamentale a pena di inammissibilità. Il ricorrente non ha infatti indicato gli elementi concreti a supporto delle sue contestazioni, impedendo ai giudici di valutare le critiche. Di conseguenza, l'impugnazione è stata rigettata con condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione inammissibile: la genericità costa cara
Il Ricorrente ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte d'appello, lamentando violazioni di legge, vizi di motivazione ed eccessività della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile a causa della genericità dei motivi presentati. I giudici hanno chiarito che chi presenta ricorso ha l'obbligo non solo di indicare i punti contestati, ma anche di specificare gli elementi concreti a supporto delle proprie lamentele. Non avendo rispettato questo requisito fondamentale, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Impugnazione sentenza di patteggiamento: no ai ripensamenti
L'Imputato, condannato a due anni e dieci mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione sentenza di patteggiamento è limitata per legge a motivi tassativi, come i vizi della volontà o l'illegalità della pena. La contestazione sul mancato proscioglimento non rientra tra queste ipotesi eccezionali. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione generico: la condanna diventa definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per reati in materia di stupefacenti. La ricorrente contestava il mancato proscioglimento immediato, ma i motivi presentati sono stati ritenuti del tutto generici e privi di confronto con la sentenza d'appello. La Suprema Corte ha ravvisato un chiaro caso di ricorso per cassazione generico, confermando la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione e quattromila euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Impugnazione sentenza di patteggiamento: l’accordo è vincolante
L'Imputato ha concordato una pena di dieci mesi di reclusione e 1.200 euro di multa per un reato in materia di stupefacenti di lieve entità. Successivamente, ha proposto ricorso contestando il mancato proscioglimento e la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione sentenza di patteggiamento è ammessa solo per motivi tassativi, come il vizio di volontà, il difetto di correlazione, l'erronea qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Poiché i motivi del ricorrente non rientravano in queste ipotesi specifiche, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sentenza di patteggiamento: ricorso inutile e multa salata
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice per le indagini preliminari, lamentando un'errata qualificazione giuridica del fatto contestato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento per errore sulla qualificazione del fatto è ammessa solo in caso di errore manifesto ed evidente. Nel caso di specie, il motivo di ricorso era generico e il giudice di merito aveva correttamente e sinteticamente convalidato la qualificazione giuridica concordata dalle parti, escludendo cause di non punibilità. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena esclude il ricorso
L'Imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado per un reato di droga, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la propria responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il concordato in appello preclude la contestazione dei motivi rinunciati o della responsabilità penale. Il ricorso in Cassazione è ammesso solo per vizi sulla formazione della volontà, mancanza di consenso del pubblico ministero, difformità della decisione rispetto all'accordo o illegalità della pena. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: inammissibile se la pena è concordata
L'Imputato ha proposto un ricorso contro patteggiamento per contestare la severità della pena stabilita dal Tribunale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Secondo la legge, infatti, l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento è consentita solo in casi tassativi, come l'errore sulla qualificazione giuridica del fatto o l'illegalità della pena. La contestazione generica sul trattamento sanzionatorio non rientra tra questi motivi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso senza formalità di rito, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: perché non puoi ripensarci
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena concordata per reati in materia di stupefacenti. La difesa lamentava la mancanza e l'illogicità della motivazione del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. La legge limita fortemente i motivi di impugnazione in questi casi, escludendo i vizi di motivazione se la sentenza descrive sinteticamente il fatto e conferma la correttezza della qualificazione giuridica e della pena. L'accordo esonera l'accusa dall'onere della prova. Di conseguenza, la Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento del Tribunale, lamentando un'errata qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro la pena concordata è ammesso solo per motivi tassativi, tra cui l'errore manifesto nella qualificazione del reato. Nel caso di specie, il motivo di ricorso era del tutto generico. La Corte ha ribadito che la sentenza che recepisce l'accordo è sufficientemente motivata anche con una sintetica descrizione del fatto e il richiamo alla correttezza giuridica. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento: concordare la pena rende il ricorso un miraggio
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del GIP del Tribunale di Napoli che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento per reati in materia di stupefacenti. L'Imputato contestava la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, il ricorso per cassazione per erronea qualificazione giuridica è ammesso solo se l'errore è manifesto, evidente e indiscutibile. Nel caso specifico, la qualificazione del fatto come spaccio di lieve entità era corretta e non emergeva alcuna causa di proscioglimento. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo esclude il proscioglimento
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione del giudice d'appello circa l'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena, l'imputato rinuncia ai motivi di impugnazione originari. Di conseguenza, il giudice d'appello non ha l'obbligo di motivare sulla mancata applicazione del proscioglimento d'ufficio, poiché la sua cognizione si limita esclusivamente ai punti concordati dalle parti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no ai ripensamenti
L'Imputato ha concordato una pena per reati in materia di stupefacenti e armi. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione contestando la mancata pronuncia di proscioglimento immediato e la congruità della pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è ammesso solo per motivi tassativi stabiliti dalla legge, come i vizi della volontà, il difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica del fatto o l'illegalità della pena. Le contestazioni sollevate dall'Imputato non rientrano in queste categorie. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: niente risarcimento senza prove certe
L'Imputato, condannato in primo grado per furto aggravato, ottiene in appello la dichiarazione di prescrizione del reato. Tuttavia, i giudici di secondo grado confermano la condanna al risarcimento dei danni e al pagamento di una provvisionale di 10.000 euro a favore della parte civile, senza motivare adeguatamente sulla sua effettiva responsabilità. L'Imputato ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che, in presenza di statuizioni civili, il giudice non può limitarsi a dichiarare la prescrizione del reato, ma deve compiere una valutazione approfondita delle prove per verificare se l'imputato debba invece essere assolto nel merito. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza limitatamente agli effetti civili e rinvia la causa al giudice civile competente per un nuovo esame.
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Presentazione dell’appello: la raccomandata salva la difesa
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, condannato in primo grado per diffamazione. La Corte d'Appello aveva dichiarato inammissibile l'appello per tardività, poiché l'atto era giunto in cancelleria oltre i termini. Tuttavia, il difensore aveva spedito l'atto via raccomandata l'ultimo giorno utile. I giudici di secondo grado avevano applicato le nuove regole restrittive della Riforma Cartabia, che vietano la spedizione postale. La Cassazione ha chiarito che per la presentazione dell'appello si applica il principio del tempus regit actum: la legge applicabile è quella vigente al momento della sentenza di primo grado, non della scadenza del termine. Poiché la sentenza originaria precedeva la riforma, la spedizione postale era valida e tempestiva. La sentenza è stata annullata con trasmissione degli atti per il giudizio di merito.
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Associazione di tipo mafioso: condannata la zia capo del clan
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per diversi esponenti di un gruppo criminale accusati di associazione di tipo mafioso ed estorsione. Tra i ricorrenti, una donna ritenuta la reggente del clan ha contestato il suo ruolo di vertice, ma i giudici hanno confermato la sua posizione apicale basandosi su intercettazioni e dichiarazioni dei collaboratori. Un altro affiliato ha contestato l'aggravante dell'uso delle armi, ma la Corte ha stabilito che la disponibilità di armi era un fatto noto nel territorio, configurando quantomeno un'ignoranza colpevole. Gli altri ricorrenti, avendo concordato la pena in appello, hanno visto i loro ricorsi dichiarati inammissibili. La Cassazione ha rigettato tutti i ricorsi, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali.
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Bancarotta documentale semplice: prescrizione cancella la pena
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imprenditore condannato per il reato di bancarotta documentale semplice, originariamente contestato come fraudolento. L'imputato ha impugnato la sentenza lamentando la mancata valutazione delle prove sulla regolare tenuta dei registri e il decorso dei termini di prescrizione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, rilevando che la Corte d'Appello ha omesso di motivare sulle prove della difesa. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'aggravante della recidiva, poiché applicabile solo ai delitti dolosi e non a quelli colposi come la bancarotta documentale semplice. Di conseguenza, accertato il decorso del termine massimo di sette anni e sei mesi, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato, liberando definitivamente l'imputato da ogni conseguenza penale.
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Bancarotta fraudolenta: la prescrizione cancella la condanna
Gli Amministratori di una società venivano condannati in appello per il reato di bancarotta fraudolenta societaria. Contro tale decisione, i difensori proponevano ricorso in Cassazione sollevando dieci diversi motivi, tra cui l'indeterminatezza dell'accusa e l'errata contestazione di una condotta omissiva anziché attiva. La Suprema Corte, rilevando che i motivi di ricorso non erano manifestamente infondati, ha preso atto del decorso del tempo massimo consentito dalla legge per perseguire il reato. Di conseguenza, in assenza di elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto per prescrizione.
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