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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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1184 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Tentato furto in abitazione: ricorso generico costa caro
Un uomo, condannato per il reato di tentato furto in abitazione, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la violazione delle regole sull'immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano del tutto generici, astratti e non collegati al caso concreto. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la condanna penale e hanno sanzionato il ricorrente, obbligandolo a pagare le spese del processo e a versare una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Insolvenza fraudolenta: condanna annullata per vizio di notifica
Un automobilista, accusato di insolvenza fraudolenta ai danni di una società autostradale, viene condannato nei primi due gradi di giudizio. Durante il processo d'appello, la Corte rinvia l'udienza ma omette di notificare la nuova data al difensore di fiducia dell'imputato, che viene sostituito da un difensore d'ufficio. L'imputato ricorre in Cassazione denunciando la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa. La Suprema Corte accoglie il ricorso rilevando l'effettiva nullità della notifica. Tuttavia, poiché il reato di insolvenza fraudolenta risulta commesso nel 2014, dichiara l'estinzione del reato per prescrizione, annullando la condanna penale senza rinvio. Per quanto riguarda il risarcimento dei danni alla parte civile, la Corte dispone il rinvio davanti al giudice civile competente in grado di appello.
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Esercizio arbitrario: recupero crediti violento senza estorsione
Un creditore, convinto di essere stato truffato, ha incaricato un complice di recuperare con la forza diecimila euro da un debitore. I giudici di merito hanno condannato entrambi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha però accolto parzialmente i ricorsi, annullando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici devono valutare se la condotta configuri invece il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Questo reato si distingue dall'estorsione per l'elemento soggettivo: il creditore deve agire nella ragionevole convinzione di esercitare un diritto legittimo, anche se con modalità violente. Il giudice del rinvio dovrà quindi accertare l'esistenza del credito e il ruolo disinteressato del complice.
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Patteggiamento in appello: l’accordo sulla pena esclude il ricorso
Due imputati, accusati di furto tentato e consumato, concordano la pena in secondo grado tramite il patteggiamento in appello. Successivamente, propongono ricorso per cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'omessa verifica delle condizioni di non punibilità o della corretta qualificazione del fatto. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che il patteggiamento in appello comporta la rinuncia ai motivi di gravame, limitando i poteri di controllo del giudice di secondo grado. Di conseguenza, non è possibile contestare in Cassazione la mancata applicazione di cause di non punibilità o la qualificazione giuridica del fatto, a meno che non si deducano vizi sulla formazione della volontà o l'illegalità della pena concordata. I ricorrenti vengono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Fermo, lamentando un vizio di motivazione e la mancata valutazione delle condizioni per il proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge limita rigidamente i motivi per proporre un ricorso per cassazione contro patteggiamento. Tra questi motivi non rientrano il vizio di motivazione o la mancata valutazione del proscioglimento d'ufficio, a meno che non venga specificamente e validamente argomentata un'erronea qualificazione giuridica del fatto, cosa che l'imputato non ha fatto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto l'impugnazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Furto di energia elettrica: il ritardo dell’accusa salva l’imputata
La Corte di Cassazione ha confermato l'improcedibilità per un caso di furto di energia elettrica tramite manomissione del contatore. Sebbene l'energia elettrica sia un bene destinato a pubblico servizio, la vittima non ha presentato querela entro i termini stabiliti dalla Riforma Cartabia. Il Pubblico Ministero ha contestato l'aggravante della destinazione a pubblico servizio solo tardivamente, oltre la scadenza del termine per la querela. Le Sezioni Unite hanno stabilito che, decorso tale termine senza querela, il giudice deve dichiarare immediatamente l'improcedibilità, impedendo modifiche tardive dell'accusa per rendere il reato procedibile d'ufficio. Di conseguenza, il ricorso dell'accusa è stato dichiarato inammissibile.
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Concordato in appello: lo sconto di pena blocca la Cassazione
L'Imputato, condannato per ricettazione e detenzione di arma clandestina con munizioni, ha concordato una riduzione della pena in appello rinunciando ai motivi sulla responsabilità. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della giustizia riparativa e l'assorbimento dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli punti concordati, precludendo contestazioni successive sulla colpevolezza o su questioni non sollevate in precedenza. L'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: no al ricorso se si rinuncia ai motivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per tentato omicidio e reati in materia di armi. L'imputato aveva concordato la pena in appello tramite il concordato in appello, rinunciando ai motivi sulla responsabilità. Successivamente, ha impugnato la decisione lamentando la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'accordo sulla pena esclude l'obbligo per il giudice di motivare sull'assenza di cause di non punibilità, poiché la rinuncia ai motivi d'appello implica l'accettazione della colpevolezza. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Procedibilità a querela per furto: condanna annullata senza querela
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato di energia elettrica tramite manomissione del contatore. Con l'entrata in vigore della Riforma Cartabia, tale reato è diventato soggetto alla procedibilità a querela per furto. Poiché la società elettrica danneggiata non ha presentato querela nei termini previsti dalla disciplina transitoria, il Pubblico Ministero ha successivamente contestato in udienza un'ulteriore aggravante per rendere il reato procedibile d'ufficio. La Corte di Cassazione, applicando il principio sancito dalle Sezioni Unite, ha stabilito che, una volta scaduto il termine per la querela senza che questa sia stata presentata, il giudice deve dichiarare immediatamente l'improcedibilità dell'azione penale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, decretando la vittoria dell'Imputato per mancanza della necessaria condizione di procedibilità.
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Furto in abitazione: condanna certa anche senza querela
L'Imputato, accusato di aver sottratto una bicicletta da un parcheggio condominiale, ha proposto ricorso sostenendo che la mancata comparizione della vittima integrasse una remissione tacita della querela, con conseguente obbligo di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna per furto in abitazione. I giudici hanno chiarito che la mancata presenza della persona offesa non impedisce al Pubblico Ministero o al giudice di riqualificare correttamente il fatto. Poiché il furto di un bene in un'area condominiale configura il reato di furto in abitazione, che è procedibile d'ufficio, il processo può proseguire legittimamente anche senza la querela della vittima.
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Ricorso contro patteggiamento: no a scuse sulla lingua
Un cittadino straniero ha concordato una pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione per violazione delle norme sull'immigrazione. Successivamente, ha presentato un ricorso contro patteggiamento in Cassazione, lamentando la mancanza di un interprete e la mancata traduzione della sentenza, sostenendo di non comprendere l'italiano. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, i motivi per impugnare il patteggiamento sono tassativi e non includono la violazione del diritto all'interprete se non sollevata prima. Inoltre, i verbali dimostravano che l'imputato comprendeva l'italiano e non aveva sollevato obiezioni durante il rito direttissimo. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo che vieta i ricorsi tardivi
I Ricorrenti, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, hanno presentato ricorso in Cassazione contestando elementi già rinunciati o relativi alla quantificazione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno ribadito che, in caso di concordato in appello, il ricorso è possibile solo per vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o se la sentenza non rispetta l'accordo. Non si possono invece contestare i motivi rinunciati o la misura della pena, a meno che questa non sia palesemente illegale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia ai motivi di appello: la condanna diventa definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato che contestava la propria responsabilità penale. L'imputato sosteneva che il giudice d'appello avrebbe dovuto pronunciare un'immediata causa di non punibilità. Tuttavia, la Suprema Corte ha evidenziato che l'imputato aveva precedentemente effettuato una formale rinuncia ai motivi di appello riguardanti proprio la responsabilità penale. Poiché i motivi rinunciati non possono sopravvivere a tale atto di rinuncia, e in mancanza di elementi concreti per una pronuncia liberatoria d'ufficio, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: rigetto e sanzione
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza di condanna della Corte d'Appello, lamentando la mancata valutazione delle cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici. La Suprema Corte ha chiarito che l'impugnazione deve contenere censure specifiche e strettamente correlate alle motivazioni della decisione impugnata, senza limitarsi a contestazioni astratte. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: errore del giudice e spese azzerate
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, stabilendo la prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. Tuttavia, la Corte d'appello ha erroneamente scritto nel dispositivo che le attenuanti erano "equivalenti", pur applicando la pena corretta. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare tale statuizione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché le questioni rinunciate con il concordato in appello non sono più impugnabili. Tuttavia, rilevando un mero errore materiale nel testo della sentenza, la Cassazione ha rettificato il dispositivo sostituendo "equivalenti" con "prevalenti". Di conseguenza, ha escluso la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e delle spese a favore della parte civile, la quale non ha titolo per intervenire su questioni relative alla sola misura della pena.
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Furto di energia elettrica: processo d’ufficio senza querela
L'Imputato veniva accusato di furto di energia elettrica per aver allacciato abusivamente il proprio impianto alla rete elettrica pubblica. Il Tribunale dichiarava di non doversi procedere per mancanza di querela della persona offesa. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che il furto di energia elettrica costituisce un reato procedibile d'ufficio. L'energia elettrica è infatti un bene destinato a un pubblico servizio, configurando l'aggravante prevista dalla legge che esclude la necessità della querela. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata, disponendo il rinvio del processo al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Procedibilità per furto aggravato: la Cassazione salva il processo
L'Imputata era stata condannata per il furto di energia elettrica ai danni di un ente erogatore. Con l'entrata in vigore della riforma Cartabia, il reato è diventato procedibile a querela. Tuttavia, prima della scadenza del termine transitorio per presentare la querela, il Pubblico Ministero ha effettuato una contestazione suppletiva, inserendo l'aggravante del bene destinato a pubblico servizio, che rende il reato procedibile d'ufficio. La Corte di appello aveva dichiarato l'improcedibilità per mancanza di querela, ritenendo tardiva la contestazione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che la contestazione suppletiva effettuata prima della scadenza del termine transitorio è pienamente valida. Di conseguenza, sussiste la procedibilità per furto aggravato d'ufficio e la sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso
Due imputati, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la qualificazione giuridica del fatto e la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia a far valere qualsiasi vizio in sede di legittimità, ad eccezione dell'illegalità della pena stessa. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna dei ricorrenti anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: dall’accordo alla sanzione
L'Imputato ha proposto ricorso contro patteggiamento per contestare la mancata pronuncia di proscioglimento da parte del giudice di primo grado, che lo aveva condannato per reati in materia di stupefacenti e violazione di domicilio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento sono tassativi e non includono la generica mancata verifica delle cause di proscioglimento, a meno che l'innocenza non emerga in modo evidente dagli atti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Bancarotta documentale semplice: la prescrizione cancella la condanna
L'amministratore di una società fallita nel 2017 viene condannato in primo grado per reati fallimentari. In appello, i giudici riqualificano il fatto in bancarotta documentale semplice, riducendo la pena. L'imputato ricorre in Cassazione, eccependo che il reato si è estinto per il decorso del tempo. La Suprema Corte accoglie il ricorso: il termine massimo di prescrizione di sette anni e sei mesi è scaduto a novembre 2024, successivamente alla sentenza di primo grado ma prima della pronuncia d'appello del 2025. Di conseguenza, la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione. L'imputato ottiene così la cancellazione della condanna.
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