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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Inammissibilità del ricorso per cassazione: ricorso respinto
L'Imputato presenta ricorso contro la sentenza d'appello proponendo motivi generici e infondati. Il Supremo Collegio dichiara l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'Imputato contesta la mancata proscioglimento e il calcolo della pena per la recidiva e la continuazione. Tuttavia, la Suprema Corte rileva che i fatti sono stati commessi con armi e alla presenza di minori, pianificando gli accorgimenti per evitare l'identificazione. I giudici confermano la correttezza della decisione d'appello e l'adeguata valutazione della pericolosità sociale. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso in Cassazione: i limiti dell’accordo
L'Imputato ha concordato una pena di tre anni di reclusione e tremila euro di multa per diversi reati. Successivamente, la difesa ha presentato un'impugnazione lamentando l'assenza di motivazione sul mancato immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La disciplina su patteggiamento e ricorso in Cassazione limita infatti in modo tassativo i motivi di impugnazione, escludendo le contestazioni relative alle motivazioni del proscioglimento. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: inammissibile il ricorso contro la pena
L'Imputato propone ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che ha rideterminato la sanzione a due anni e sei mesi di detenzione, oltre a seicento euro di multa. La difesa contesta la mancata valutazione del proscioglimento immediato e la scarsa verifica del materiale probatorio. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Quando si sceglie la strada del concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi di merito e non può successivamente lamentare in sede di legittimità l'omesso vaglio delle cause di proscioglimento o la misura della pena concordata, salvo che quest'ultima sia illegale. Di conseguenza, L'Imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: patteggi la pena ma perdi il ricorso
L'Imputato ha pattuito la pena tramite il concordato in appello per reati di detenzione di sostanze stupefacenti, porto di armi e indebito ingresso di dispositivi in carcere. Nonostante l'accordo raggiunto e la rinuncia espressa ai motivi di gravame, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione contestando la motivazione sulla responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Il patteggiamento in secondo grado impedisce di ridiscutere la colpevolezza o i vizi ordinari della pena. Il ricorso è ammesso solo per consenso viziato, difformità della sentenza dall'accordo o pene illegali. L'Imputato ha perso la causa e deve pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: addio al ricorso per reato lieve
L'Imputato ha definito il processo di secondo grado tramite concordato in appello per reati in materia di stupefacenti, armi e ricettazione. Successivamente ha proposto ricorso per cassazione chiedendo la riqualificazione del reato di droga nell'ipotesi di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'accordo sui motivi di impugnazione comporta la rinuncia a contestare la qualificazione giuridica dei fatti nel giudizio di legittimità, salvo l'ipotesi eccezionale di una pena illegale. L'Imputato perde la causa e subisce la condanna alle spese e al pagamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: patto vincolante e ricorso inammissibile
L'Imputato, accusato di violazioni in materia di stupefacenti, ha stipulato un concordato in appello per definire la propria pena, rinunciando contestualmente agli altri motivi di gravame. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per Cassazione, contestando la motivazione dei giudici di merito sull'affermazione di responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Il patteggiamento concordato preclude qualsiasi ripensamento sulle questioni già oggetto di rinuncia. La Cassazione può intervenire solo in presenza di vizi relativi al consenso, discrepanze della sentenza o pene illegali.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo e limiti
L'imputato ha concordato l'applicazione della pena per reati in materia di sostanze stupefacenti davanti al Giudice dell'udienza preliminare. Successivamente ha presentato ricorso per cassazione, contestando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'assenza di un proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge consente il ricorso contro il patteggiamento solo per motivi tassativi, come l'illegalità della pena o i vizi del consenso. La contestazione di vizi ordinari comporta il rigetto del ricorso e la condanna al pagamento delle spese legali e di una sanzione economica.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti fissati
Due imputati hanno concordato l'applicazione della pena tramite patteggiamento davanti al Tribunale. In seguito, il loro difensore ha presentato ricorso per cassazione contro patteggiamento, lamentando che il giudice non avesse motivato l'assenza di cause di proscioglimento immediato e di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che la legge stabilisce limiti rigorosi per contestare le sentenze concordate. La mancanza di motivazione sul proscioglimento non rientra tra i motivi consentiti. Inoltre, la pena applicata corrispondeva esattamente all'accordo siglato dalle parti, escludendo ogni illegalità. La Cassazione ha quindi confermato la sentenza, condannando gli imputati alle spese e al pagamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: no ai vizi di motivazione
L'Imputata concorda un patteggiamento per il reato di rapina impropria aggravata dall'uso di armi, ottenendo la pena di un anno e dieci mesi di reclusione e mille euro di multa. Successivamente, tramite il proprio difensore, propone un ricorso contro patteggiamento dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando un difetto di motivazione del giudice riguardante il calcolo della pena, la valutazione delle circostanze e il mancato proscioglimento. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. La legge limita infatti la possibilità di impugnare una sentenza concordata a soli casi specifici, tra i quali non rientra la semplice critica alla motivazione. Di conseguenza, l'Imputata perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: accordo sulla pena e limiti al ricorso
Gli Imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'appello che aveva rideterminato la sanzione a tre anni di reclusione e 1600 euro di multa. Tale decisione derivava dall'applicazione del concordato in appello, con cui le parti avevano concordato la pena rinunciando agli altri motivi di impugnazione. Ciononostante, gli Imputati hanno successivamente contestato in sede di legittimità presunti errori di qualificazione giuridica e difetti di valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che, dopo aver stretto il concordato in appello, la parte non può presentare ricorso per motivi ai quali ha espressamente rinunciato. Di conseguenza, gli Imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello e ricorso: l’accordo chiude la causa
Alcuni detenuti e un agente di polizia penitenziaria hanno organizzato un traffico illecito di cellulari e droga all'interno di un istituto penitenziario. Tre imputati hanno concordato la pena in secondo grado. Successivamente, tutti gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione per chiedere l'assoluzione o una riduzione della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. Gli ermellini hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli motivi non rinunciati, escludendo l'obbligo di motivare sul mancato proscioglimento. Per l'altro coimputato, le censure sono risultate generiche e dirette a una non consentita rilettura dei fatti. Di conseguenza, le condanne sono diventate definitive e i ricorrenti devono pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Stabile organizzazione occulta: condanna e confisca revocata
Una società estera operava in Italia gestendo lavoratori e affari attraverso una stabile organizzazione occulta, omettendo di presentare le dichiarazioni dei redditi nel nostro Paese. La persona fisica ritenuta gestore di fatto è stata condannata per reati tributari. La Corte di Cassazione ha confermato la sussistenza della struttura tassabile in Italia, ribadendo che la fittizia sede estera non esenta dagli obblighi fiscali italiani. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno annullato la sentenza limitatamente ad alcuni reati prescritti, rideterminando la pena finale. Inoltre, la Suprema Corte ha eliminato la confisca per equivalente disposta per la prima volta in appello senza ricorso del pubblico ministero, violando il divieto di peggiorare la posizione dell'imputato.
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Concordato in appello: patto valido e ricorso inammissibile
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado attraverso l'istituto del concordato in appello. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per cassazione lamentando la violazione dell'obbligo di immediata declaratoria di proscioglimento. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che, a seguito di accordo tra le parti, non è possibile contestare la mancata valutazione del proscioglimento o questioni già rinunciate con il patto. Il ricorso in sede di legittimità resta consentito solo per vizi della volontà, dissenso dell'accusa o applicazione di pene del tutto illegali. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende per colpa nella proposizione dell'impugnazione.
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Concordato in appello: nessun riesame dopo la rinuncia ai motivi
L'Imputato definisce il processo di secondo grado tramite concordato in appello, ottenendo una rideterminazione concordata della pena. Successivamente, la difesa propone ricorso per cassazione lamentando la mancata motivazione del giudice sul mancato proscioglimento d'ufficio. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. Quando le parti stipulano un accordo sulla pena rinunciando ai motivi di gravame, il giudice non è tenuto a motivare sull'assenza di cause di non punibilità. La Corte condanna l'Imputato al pagamento delle spese e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione aggravato: ricorso respinto
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la condanna per furto in abitazione aggravato. La difesa lamentava il mancato svolgimento di nuove prove in appello, la valutazione della responsabilità e il mancato prevalere delle attenuanti generiche sulle aggravanti. I giudici supremi hanno respinto ogni richiesta. La rinnovazione istruttoria in appello rappresenta un rimedio del tutto eccezionale e mai richiesto formalmente. Inoltre, la condotta grave e la totale assenza di risarcimento o pentimento verso la vittima giustificano la severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna e imponendo il pagamento delle spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Deposito incontrollato di rifiuti: il sequestro ferma il reato
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna inflitta a un soggetto per il reato di deposito incontrollato di rifiuti speciali e pericolosi, legato alla gestione abusiva di veicoli fuori uso. I giudici di merito avevano calcolato la prescrizione a partire dalla sentenza di primo grado. Al contrario, la Suprema Corte ha stabilito che la condotta illecita cessa nel momento in cui l'autorità giudiziaria esegue il sequestro preventivo dell'area. Tale provvedimento sottrae all'imputato la disponibilità materiale del terreno e interrompe la permanenza del reato. Di conseguenza, il termine di prescrizione decorreva dal giorno del sequestro cautelare ed era già interamente decorso prima della sentenza di appello. L'imputato ha ottenuto la cancellazione definitiva della condanna e della sanzione economica.
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Omessa notifica al difensore: condanna annullata in appello
Un automobilista subisce una condanna per guida senza patente. Il difensore dell'imputato impugna la decisione in appello. L'autorità giudiziaria omette però di notificare al legale l'atto di fissazione dell'udienza di secondo grado. Il difensore non può quindi chiedere la discussione orale. La Corte d'appello conferma la condanna ignorando il vizio. L'imputato presenta ricorso in Cassazione eccependo la nullità della procedura e la prescrizione. La Suprema Corte dichiara che l'omessa notifica al difensore della chiamata in giudizio lede il diritto di difesa e integra una nullità assoluta. La Cassazione cancella la sentenza d'appello e dispone la trasmissione degli atti alla Corte territoriale per celebrare un nuovo processo conforme alla legge.
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Bancarotta fraudolenta patrimoniale: le accuse cadono nel tempo
I giudici di merito condannavano due amministratori per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale mediante distrazione di risorse finanziarie tra società collegate senza valide giustificazioni contabili. Gli imputati ricorrevano per Cassazione sostenendo la presenza di vantaggi compensativi per il gruppo societario e l'assenza di dolo. La Suprema Corte ha verificato il decorso del tempo massimo di legge, comprensivo della sospensione per l'emergenza pandemica, rilevando l'estinzione del reato prima dell'accertamento definitivo di colpevolezza. Non emergendo prove evidenti per un'assoluzione piena e immediata nel merito, la Corte ha annullato la condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione, cancellando ogni sanzione penale e accessoria.
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Concordato in appello: no al ricorso per mancata assoluzione
La Corte di Appello applicava all'imputato la sanzione stabilita tramite concordato in appello tra difesa e pubblica accusa. Successivamente, l'imputato proponeva ricorso per cassazione lamentando l'omessa motivazione dei giudici sulla mancata applicazione del proscioglimento d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accesso al concordato sui motivi preclude la possibilità di contestare la mancata assoluzione o il difetto di motivazione sul proscioglimento immediato. La parte può contestare dinanzi alla Suprema Corte solo vizi sul consenso, sulla formazione della volontà o sull'eventuale illegalità della pena. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese del giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione e assoluzione nel merito: quando vince l’innocenza
Un imputato accusato di reati tributari ottiene in appello la dichiarazione di non doversi procedere per intervenuta prescrizione e la revoca della confisca dei beni. L'imputato presenta ricorso in Cassazione per ottenere l'assoluzione piena nel merito anziché la semplice estinzione del reato per decorso del tempo. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso e conferma che, nel rapporto tra prescrizione e assoluzione nel merito, la formula di merito prevale solo quando l'innocenza emerge dagli atti in modo palese, evidente e immediato (a colpo d'occhio), senza richiedere alcuna complessa attività istruttoria o valutazione approfondita.
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