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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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1184 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricorso contro sentenza di patteggiamento: i limiti severi
L'Imputato ha presentato impugnazione davanti alla Corte di Cassazione per contestare la sentenza con cui aveva concordato la pena. La difesa ha lamentato un difetto di motivazione riguardo al mancato proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato l'atto inammissibile. Il ricorso contro sentenza di patteggiamento è consentito solo in quattro ipotesi tassative stabilite dal codice di procedura penale. Tra queste non rientra la contestazione della motivazione. Di conseguenza, la Corte ha confermato la decisione del Tribunale e ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Bancarotta preferenziale e prescrizione: sequestro confermato
L'Indagato ha subito un sequestro preventivo di denaro per il reato di bancarotta preferenziale, legato al dissesto di una società. La difesa ha chiesto di annullare il sequestro sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato. Secondo la tesi difensiva, il termine della prescrizione doveva decorrere dall'ammissione al concordato preventivo e non dalla successiva dichiarazione di fallimento. Inoltre, la difesa ha contestato la tardiva aggiunta di un'aggravante e invocato il proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del sequestro. I giudici hanno chiarito che, in presenza di concordato seguito da fallimento, la prescrizione parte dalla sentenza di fallimento. Inoltre, nelle indagini preliminari l'accusa resta fluida e il pubblico ministero può contestare nuove aggravanti.
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Prescrizione del reato: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato veniva accusato dei reati di resistenza e lesioni personali a pubblico ufficiale per fatti risalenti al 2017. Durante il procedimento di secondo grado, l'atto di citazione indicava espressamente l'avvenuta estinzione dei reati. Nonostante ciò, i giudici d'appello confermavano la condanna. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione evidenziando il mancato rispetto dei termini di legge e la lesione del diritto di difesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, verificando che il tempo limite di sei anni, sommato al periodo massimo di sospensione, era interamente trascorso prima della sentenza di secondo grado. Di conseguenza, la Corte ha annullato la decisione impugnata senza rinvio. La prescrizione del reato ha determinato la chiusura definitiva del procedimento penale a carico dell'accusato, prevalendo sulla precedente decisione di condanna.
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Concordato in appello: vietato il ricorso sui motivi rinunciati
Due imputati, condannati per tentata estorsione e falsità in atti, hanno stipulato un concordato in appello per rideterminare la sanzione detentiva e pecuniaria. Successivamente, entrambi hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata valutazione del proscioglimento immediato, la riqualificazione dei reati e l'applicazione di un'aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno ricordato che il concordato in appello comporta la rinuncia contestuale ai motivi di merito. Il ricorso davanti alla Corte di legittimità rimane consentito esclusivamente per vizi relativi alla formazione della volontà, al consenso delle parti o all'illegalità della sanzione. La decisione ha confermato integralmente le condanne e ha disposto la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo penale e il ricorso vietato
L'Imputata ha concordato la pena nel giudizio di secondo grado per reati di lieve entità legati agli stupefacenti, ottenendo la rideterminazione della sanzione in due anni di reclusione e ottocento euro di multa. Nonostante l'accordo, l'Imputata ha successivamente presentato ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla propria responsabilità e sul calcolo della pena base. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. La decisione ha ribadito che l'utilizzo del concordato in appello implica la preventiva rinuncia a contestare la responsabilità penale e la misura della sanzione concordata, a meno che la pena applicata sia palesemente illegale. L'Imputata è stata quindi condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la condanna
Due attivisti hanno bloccato le strade di accesso a un cantiere. I giudici di merito li hanno condannati per violenza privata e per l'inosservanza del foglio di via emesso dal Questore. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione per far valere la prescrizione del reato relativo alla violazione del foglio di via. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Il termine massimo di prescrizione era gia maturato prima della pronuncia del giudizio di secondo grado. La Suprema Corte ha calcolato correttamente le sospensioni di legge previste nel corso del procedimento. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza senza rinvio limitatamente a tale contravvenzione, eliminando un mese di reclusione dalla pena complessiva.
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Concordato in appello: accordo sulla pena e limiti del ricorso
L'Imputato propone ricorso per cassazione contro la sentenza resa a seguito di concordato in appello. La difesa lamenta l'eccessività della pena e dei relativi aumenti per la continuazione dei reati. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'accordo stretto con il concordato in appello preclude successive contestazioni sulla misura della sanzione, a meno che questa non sia illegale o esterna ai limiti della legge. La violazione di tali regole comporta la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revisione della sentenza di patteggiamento: no al prestanome
L'Imputato, condannato a seguito di patteggiamento per associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato, ha chiesto la revisione della sentenza di patteggiamento. Egli ha sostenuto di aver agito solo come prestanome ignorando le trame criminali dell'organizzazione e ha presentato nuovi documenti per dimostrare la sua estraneità. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per ottenere la revisione non basta ridimensionare il proprio ruolo o eccepire una semplice negligenza. Servono invece prove idonee a dimostrare la totale assenza di responsabilità e a garantire l'immediato proscioglimento. L'Imputato dovrà versare tremila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese di giudizio.
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Diritto di critica politica: assolto il Sindaco per diffamazione
Un Sindaco era stato condannato per diffamazione nei primi due gradi di giudizio per aver definito un privato cittadino imprenditore fallito durante una conferenza stampa. L'evento era nato in risposta a pesanti accuse civiche sollevate da quest'ultimo per il mancato rilascio di una concessione edilizia. La Corte di Cassazione ha ribaltato le sentenze precedenti e ha prosciolto il primo cittadino. I giudici hanno stabilito che le dichiarazioni rientravano nel pieno esercizio del diritto di critica politica. Contestualizzando la frase all'interno di un acceso dibattito pubblico, la Suprema Corte ha evidenziato come l'uso di toni sferzanti servisse solo a smentire le accuse ricevute e non a un attacco personale gratuito. Di conseguenza, il fatto non costituisce reato e le condanne al risarcimento sono state totalmente revocate.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado per i reati di ricettazione e detenzione illecita di stupefacenti. Attraverso lo strumento del concordato in appello, la difesa ha rinunciato a contestare la responsabilità penale, concentrandosi unicamente sulla riduzione della sanzione. Successivamente, l'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo limita l'oggetto del giudizio. Il giudice d'appello non deve spiegare perché non proscioglie se le parti hanno raggiunto un patto sulla pena. L'Imputato perde la possibilità di sollevare ulteriori censure sulla colpevolezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la sanzione e ha condannato l'Imputato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammiende.
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Reati ambientali accertati ma la confisca dell’opificio si annulla
Il Tribunale condannava l'imputato per reati ambientali legati a emissioni non autorizzate e scarichi idrici derivanti dalla lavorazione del marmo, disponendo anche la confisca dell'opificio. L'imputato proponeva ricorso per cassazione lamentando l'assenza di prova dell'innocenza per i reati prescritti e la sproporzione della misura patrimoniale. La Corte di Cassazione ha confermato in modo irrevocabile la responsabilità penale per i reati ambientali. Tuttavia, i giudici hanno annullato la misura relativa alla confisca dell'opificio con rinvio al giudice di merito. La motivazione difettava nel chiarire perché il sequestro dovesse riguardare l'intero immobile e non soltanto i singoli macchinari utilizzati per l'attività illecita.
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Bancarotta semplice: ricorso ammissibile e condanna annullata
L'Amministratore di una società è stato accusato del reato di bancarotta semplice per aver ritardato la richiesta di fallimento, aggravando la crisi aziendale. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione dimostrando i tentativi concreti compiuti per salvare l'impresa, come la richiesta di finanziamenti e l'accollo personale dei debiti lavorativi. La Corte di Cassazione ha accertato che i motivi del ricorso non erano manifestamente infondati, consentendo la valida instaurazione del giudizio. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del reato per sopravvenuta prescrizione, annullando la condanna senza rinvio. L'Amministratore evita così la sanzione penale.
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Concordato in appello: limiti del ricorso e sanzioni per legge
Due imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza resa a seguito di concordato in appello. Il Primo Ricorrente lamentava il mancato proscioglimento immediato. Il Secondo Ricorrente contestava l'applicazione della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, sostenendo l'assenza di accordo tra le parti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. Con il concordato in appello le parti rinunciano ai motivi di impugnazione, precludendo al giudice ogni ulteriore valutazione sul proscioglimento. Inoltre, quando la pena concordata supera i tre anni di reclusione, le pene accessorie scattano automaticamente per legge, anche se non inserite nell'accordo. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: bloccato il ricorso contro la pena
L'Imputato era stato condannato in primo grado per resistenza a pubblico ufficiale. In sede di secondo grado, la difesa e la Procura Generale hanno raggiunto un concordato in appello ai sensi dell'articolo 599-bis del codice di procedura penale. Le parti hanno concordato il riconoscimento delle attenuanti generiche e la rideterminazione della pena in dieci mesi di reclusione. Nonostante l'intesa raggiunta, L'Imputato ha successivamente proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla quantificazione della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena e la rinuncia ai motivi di colpevolezza precludono ogni successiva impugnazione sulla misura della sanzione, salvo il caso di pena illegale. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo siglato blocca il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione dopo aver ottenuto una riduzione della pena davanti alla Corte di Appello grazie al concordato in appello. Successivamente, la difesa ha impugnato la sentenza di secondo grado lamentando profili di merito non consentiti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno ribadito che, quando le parti stipulano un concordato in appello, l'impugnazione davanti alla Cassazione è limitata unicamente a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso o sull'omessa dichiarazione della prescrizione maturata precedentemente. Il ricorso è stato dunque respinto con la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Furto pluriaggravato: ricorso generico e condanna confermata
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto pluriaggravato dopo aver sottratto diversi beni all'interno di un centro commerciale. Contro la decisione dei giudici di secondo grado, la donna ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della pena, la qualificazione del fatto e la mancata applicazione di cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità dei motivi presentati, i quali non muovevano critiche specifiche alla motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'impugnazione è stata respinta, con condanna dell'imputata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e ricorso in Cassazione: i confini dell’accordo
Tre individui, imputati per il reato di rapina aggravata in concorso, hanno concordato una pena con la Procura davanti al Giudice per le Indagini Preliminari. Successivamente, i tre soggetti hanno proposto impugnazione tramite l'istituto del patteggiamento e ricorso in Cassazione, lamentando una presunta assenza di motivazione riguardo al mancato proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che le ipotesi di impugnazione per chi sceglie il patteggiamento sono stabilite dalla legge in modo tassativo e non includono i vizi di motivazione legati al proscioglimento. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la pena patteggiata e ha condannato ciascun ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: quando la Cassazione lo boccia
Un imputato ha proposto un ricorso contro patteggiamento per contestare la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che la legge limita fortemente le possibilità di ricorrere contro una sentenza concordata. La contestazione è infatti ammessa solo per vizi sulla volontà dell'imputato, difformità tra richiesta e decisione, errori nella qualificazione del reato oppure illegalità della pena. La doglianza sulla sola motivazione relativa all'articolo 129 del codice di procedura penale non rientra tra questi casi. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione contro il patteggiamento: la condanna resta
L'Imputato ha concordato con l'accusa la pena di quattro anni, nove mesi e dieci giorni di reclusione per i reati di tentato omicidio, minaccia grave e porto abusivo di armi. Dopo la ratifica dell'accordo da parte del giudice, la difesa ha presentato un ricorso per cassazione contro il patteggiamento. L'impugnazione sosteneva la mancata verifica dell'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita in modo tassativo i motivi per cui si può impugnare una sentenza concordata. La presunta omessa verifica del proscioglimento non rientra tra le ipotesi consentite. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa, deve pagare le spese processuali e versa tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: limiti e inammissibilità
Due imputati hanno proposto ricorso contro il patteggiamento emesso dal Giudice per l'Udienza Preliminare. I soggetti contestavano formalmente un'illegalità della pena, ma sostenevano nella sostanza la mancata valutazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge limita infatti la possibilità di presentare ricorso contro il patteggiamento solo a motivi specifici, come difetti nella volontà dell'imputato, difetto di correlazione tra richiesta e decisione, errata qualificazione giuridica o sanzione illegale. La contestazione sulla mancata proscioglimento non rientra tra questi casi. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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