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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Particolare tenuità del fatto: il ricorso generico costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto per irregolarità edilizie ed abitative. La Corte d'Appello aveva negato il beneficio a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato e della presentazione tardiva della domanda di regolarizzazione dell'alloggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno evidenziato che l'impugnazione si limitava a riprodurre i medesimi argomenti già respinti in secondo grado, senza sviluppare una critica puntuale alla motivazione della sentenza. Inoltre, la condotta è stata ritenuta abituale, precludendo l'applicazione della causa di non punibilità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: la rinuncia rende il ricorso inammissibile
L'Imputata, condannata per rapina aggravata, ha stipulato un concordato in appello concordando la pena e rinunciando ai motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione del giudice di secondo grado in ordine al proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la parte rinuncia ai motivi di appello nell'ambito dell'accordo sulla pena, si forma il giudicato sulle questioni accantonate. Di conseguenza, il giudice d'appello non ha l'obbligo di motivare sul mancato proscioglimento per i punti rinunciati. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: il ritardo non evita la condanna
L'Imputato, condannato per la gestione abusiva di scommesse online, ha proposto ricorso in Cassazione invocando la particolare tenuità del fatto dopo che la sentenza d'appello gli è stata notificata con diciassette anni di ritardo. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso e la scarsa gravità della condotta giustificassero l'esclusione della punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ritardo nelle notifiche non basta per concedere la particolare tenuità del fatto. La richiesta era generica e non dimostrava un'offesa minima, considerato anche che l'imputato aveva precedenti specifici. L'inammissibilità ha precluso la dichiarazione di prescrizione del reato e ha comportato la condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione e assoluzione nel ricorso per cassazione: limiti
Due imputati venivano condannati per i reati di truffa ed esercizio abusivo dell'attività assicurativa. La Corte d'Appello dichiarava la prescrizione per alcune imputazioni e rideterminava la pena finale. Gli imputati proponevano ricorso per cassazione, chiedendo il proscioglimento nel merito e la revisione del calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito la relazione tra prescrizione e assoluzione nel ricorso per cassazione. La richiesta di proscioglimento pieno di un reato estinto richiede la prova evidente e immediata dell'innocenza. Gli imputati non possono chiedere alla Cassazione un nuovo esame dei fatti o l'assunzione di nuove testimonianze.
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Furto e condanna: la remissione di querela estingue il reato
L'Imputato era stato condannato dal Tribunale per il reato di furto pluriaggravato a seguito di un patteggiamento. Durante il giudizio di ricorso in Cassazione, il difensore della persona offesa ha presentato la remissione di querela con procura speciale, regolarmente accettata dal difensore dell'Imputato. La Corte di Cassazione ha ricordato che la remissione di querela prevale sulle cause di inammissibilità e cancella il reato anche in sede di legittimità, purché il ricorso sia tempestivo. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata senza rinvio perché il reato è estinto, ponendo le spese processuali a carico dell'Imputato.
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Prescrizione del reato ed assoluzione nel merito: le regole
L'Imputato è stato accusato di abusi edilizi e reati paesaggistici. Di fronte alla maturazione del termine di prescrizione, la difesa ha richiesto la prevalenza dell'assoluzione con formula piena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato. I giudici hanno chiarito che, per consentire la prevalenza tra prescrizione del reato ed assoluzione nel merito, l'innocenza deve risultare in modo palese e immediato dagli atti, senza necessità di nuove valutazioni probatorie. Nel caso specifico, le prove sulle modifiche volumetriche e sulla regolarità dell'intervento edilizio presentavano elementi contraddittori e non univoci. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Diffamazione su social network: il profilo basta anche senza IP
L'Imputato è stato accusato di diffamazione su social network per la pubblicazione di frasi offensive su Facebook ai danni della Persona Offesa. La Corte d'Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha confermato le statuizioni civili di risarcimento del danno. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la mancata identificazione dell'indirizzo IP e chiedendo la riqualificazione del fatto in ingiuria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la responsabilità civile dell'Imputato. I giudici hanno chiarito che l'indirizzo IP non è indispensabile quando vi sono indizi convergenti come la titolarità del profilo, il riconoscimento da parte degli altri utenti e il rancore pregresso. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese difensive della parte civile.
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Uso di atto falso: ricorso inammissibile per prescrizione
Un cittadino è stato condannato dal Tribunale per il reato di uso di atto falso, beneficiando del riconoscimento delle attenuanti generiche. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione contestando la concessione di tali attenuanti per violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse. Essendo ormai trascorso il termine massimo di prescrizione dal momento del fatto, un eventuale annullamento della sentenza avrebbe condotto esclusivamente alla dichiarazione di estinzione del reato ex art. 129 c.p.p. Di conseguenza, l'impugnazione non avrebbe potuto arrecare alcun vantaggio pratico all'accusa, confermando la chiusura del procedimento.
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Prescrizione del reato: condanna annullata in Cassazione
L'Imputato veniva condannato nei primi due gradi di giudizio per un'infrazione prevista dal Codice della Strada commessa nel maggio 2018. L'Imputato proponeva ricorso per cassazione chiedendo di rilevare la prescrizione del reato, maturata prima della pronuncia d'appello. La Corte di Cassazione accoglieva il ricorso ed evidenziava che il termine massimo di cinque anni, con i debiti prolungamenti per legge e sospensioni, era scaduto nel maggio 2025. Poiché la sentenza d'appello era stata pronunciata nel luglio 2025, il reato si era già estinto. I giudici di legittimità hanno così annullato senza rinvio la condanna. La prescrizione del reato cancella definitivamente ogni conseguenza penale a carico dell'automobilista.
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Concordato in appello: l’accordo chiude le porte alla Cassazione
Un cittadino ha stretto un concordato in appello per rideterminare la pena a suo carico, ottenendo l'esclusione di una circostanza aggravante. In seguito, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e chiedendo il proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di legittimità ha chiarito che il concordato in appello limita in modo rigoroso le possibilità di successivo ricorso. L'impugnazione è consentita soltanto per vizi della volontà, mancanza di consenso delle parti o per una decisione difforme dal patto da parte del giudice. Le doglianze relative a motivi rinunciati o al calcolo della sanzione non sono ammissibili, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna, sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Omessa comunicazione reddito di cittadinanza e condanna finale
Un beneficiario di aiuti economici statali è stato condannato per l'omessa comunicazione reddito di cittadinanza in relazione a rilevanti variazioni patrimoniali. La difesa ha proposto ricorso per cassazione, contestando la mancata rilevazione di cause di proscioglimento ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale e la quantificazione dell'aumento di pena per la continuazione con altri reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno rilevato la genericità del primo motivo difensivo, privo di indicazioni concrete e supportato da giurisprudenza non pertinente. Riguardo alla misura della pena, la Cassazione ha evidenziato come la censura richiedesse un inammissibile riesame di merito, già ampiamente e logicamente motivato nei precedenti gradi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: no al proscioglimento
L'Imputato, sottoposto a custodia domestica, otteneva l'autorizzazione a uscire di casa per svolgere attività lavorativa in orari stabiliti. Durante il percorso, l'uomo effettuava una sosta in un parco pubblico per nascondere sostanze stupefacenti all'interno di una siepe. Il Pubblico Ministero contestava i reati di spaccio ed Evasione dagli arresti domiciliari, chiedendo il giudizio immediato. Il Giudice per le indagini preliminari accoglieva il patteggiamento per la droga ma proscioglieva l'indagato dal reato di evasione, ritenendo la sosta un mero ritardo temporaneo. La Procura Generale proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha annullato la sentenza di proscioglimento senza rinvio. Nel rito immediato il giudice non ha il potere di prosciogliere direttamente l'imputato per l'Evasione dagli arresti domiciliari al di fuori delle procedure di rito, determinando la nullità della decisione.
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Remissione di querela per furto: da condannato a prosciolto
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto aggravato. Successivamente, durante il ricorso in Cassazione, la vittima ha presentato la remissione di querela per furto e l'imputato l'ha formalmente accettata. La Corte di Cassazione ha chiarito che la remissione di querela per furto, quando interviene ed è accettata prima della decisione finale, estingue completamente il reato. Questo principio prevale anche su eventuali cause di inammissibilità, a patto che il ricorso sia stato presentato nei termini di legge. I giudici hanno quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato e ponendo le spese processuali a carico dell'imputato.
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Diffamazione a mezzo stampa: reato estinto per querela ritirata
Un quotidiano ha pubblicato articoli definendo un cittadino come soggetto gravato da precedenti penali per vari reati, sulla base di mere segnalazioni di polizia presenti nelle banche dati. Contestato il reato di diffamazione a mezzo stampa, i giudici di merito hanno condannato La Giornalista per aver superato i limiti della continenza informativa. In sede di Cassazione, La Giornalista ha eccepito l'esercizio del diritto di cronaca e la veridicità sostanziale. Tuttavia, prima della decisione finale, Il Cittadino ha formalizzato la remissione di querela, regolarmente accettata dall'imputata. La Corte di Cassazione ha quindi annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando il reato estinto e ponendo le spese del procedimento a carico della querelata, travolgendo anche le statuizioni risarcitorie civili.
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Legittimazione dell’erede al ricorso: lo stop della Cassazione
Un uomo, assolto in primo grado da gravi accuse penali, muore durante il giudizio d'appello. La Corte d'Appello dichiara quindi l'estinzione del reato per morte dell'imputato. L'erede universale presenta ricorso in Cassazione per ottenere un'assoluzione piena nel merito, difendere la memoria del familiare scomparso e preservare la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La legge esclude la legittimazione dell'erede al ricorso penale ordinario. Soltanto l'imputato in vita e il pubblico ministero possono impugnare le decisioni. All'erede è precluso qualsiasi intervento, salvo il caso straordinario della revisione di una condanna definitiva. L'erede viene così condannato al pagamento delle spese processuali.
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Furto di energia elettrica: la condanna cade senza la querela
Un cittadino veniva condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto di energia elettrica mediante un allacciamento abusivo. Successivamente all'entrata in vigore della Riforma Cartabia, la condotta richiedeva la querela della persona offesa per essere perseguita. La società erogatrice del servizio non presentava la querela nei termini previsti dalla legge. Il Pubblico Ministero tentava quindi di contestare in un secondo momento una circostanza aggravante per rendere il reato perseguibile d'ufficio. La Corte di Cassazione, applicando il principio espresso dalle Sezioni Unite, ha stabilito che la contestazione tardiva dell'aggravante non può sanare la mancanza di querela. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la condanna senza rinvio per improcedibilità del reato.
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Inammissibilità del ricorso in Cassazione: condanna e motivi vaghi
L'imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione impugnando una sentenza della Corte d'Appello. Il ricorrente ha lamentato la violazione dell'articolo 129 del codice di procedura penale. La Suprema Corte ha rilevato che le doglianze presentavano argomentazioni del tutto generiche, prive di concreti elementi di fatto e di diritto. Inoltre, l'imputato non aveva sollevato la medesima questione in modo specifico durante il giudizio di appello. La presenza di motivi nuovi o generici determina l'inammissibilità del ricorso in Cassazione. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Remissione di querela e condanna: la decisione della Cassazione
Un cittadino, condannato nei primi due gradi di giudizio per diffamazione aggravata, presenta ricorso in Cassazione per contestare la propria responsabilità penale. Durante l'attesa della decisione di legittimità, la persona offesa dichiara formalmente di ritirare la denuncia presso le forze dell'ordine. L'imputato accetta ufficialmente questa rinuncia. Di conseguenza, la Corte di Cassazione accerta la validità dell'accordo tra le parti. La remissione di querela cancella sia il reato sia le precedenti decisioni relative al risarcimento dei danni in favore della parte civile. I giudici annullano la sentenza di condanna senza rinvio, addebitando comunque le spese del procedimento all'imputato come stabilito dalla legge penale.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: inammissibile la colpa
L'Imputato ha concordato una sanzione tramite patteggiamento davanti al Tribunale. Successivamente ha presentato ricorso alla Suprema Corte per contestare la motivazione sulla responsabilità penale, la misura della pena e il mancato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge limita in modo rigoroso il legame tra patteggiamento e ricorso per cassazione: chi accetta il rito speciale rinuncia a discutere i fatti di causa. Non si possono denunciare vizi di motivazione sulla colpevolezza dopo aver concordato la pena. Di conseguenza, il tema relativo a patteggiamento e ricorso per cassazione trova confini stringenti. La Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo penale blocca il ricorso
L'Imputato, condannato per detenzione di sostanze stupefacenti, aveva raggiunto un accordo sulla pena tramite il concordato in appello. Successivamente, l'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione sulla congruità della sanzione inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito di un concordato in appello, l'impugnazione è ammessa solo per vizi sulla formazione del consenso o se la pena risulta del tutto illegale. Contestare la misura della sanzione liberamente pattutita costituisce un motivo non consentito. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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