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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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1184 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricorso contro il patteggiamento: quando la Cassazione lo boccia
Due imputati hanno concordato una pena con il giudice per un reato in materia di stupefacenti. Successivamente, gli stessi hanno presentato un ricorso contro il patteggiamento contestando la mancata proscioglimento immediato e la valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Con la riforma del 2017, la legge limita in modo rigoroso i motivi per impugnare un patteggiamento. Si può ricorrere solo per difetti di consenso, mancata corrispondenza tra accusa e sentenza, errata qualificazione giuridica o illegalità della pena. Le contestazioni sollevate dagli imputati non rientravano tra queste ipotesi tassative. La Suprema Corte ha confermato la decisione e ha condannato entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento in appello: inammissibile il ricorso dopo il patto
L'Imputato subisce una condanna in primo grado per l'uso indebito di dispositivi di comunicazione in carcere. In secondo grado, la difesa concorda una riduzione della pena a dieci mesi di reclusione mediante il patteggiamento in appello, rinunciando contestualmente agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, L'Imputato propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione sul proscioglimento d'ufficio. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono che l'accordo sulle pene limita il giudizio d'appello e non impone una motivazione esplicita sull'assenza di cause di proscioglimento. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: stop ai ricorsi contro la pena concordata
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che applicava una pena definita tramite concordato in appello. La difesa lamentava la mancata motivazione sulla classificazione del reato e sulla congruità della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Chi sceglie il concordato in appello può ricorrere in Cassazione solo per vizi sulla formazione della volontà, mancanza di consenso del pubblico ministero o difformità tra l'accordo e la sentenza. Le contestazioni sulla motivazione della pena o sulla qualificazione del fatto sono precluse. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: limiti e sanzioni gravi
L'Imputato, dopo aver concordato una pena per diversi reati, ha presentato un ricorso contro il patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione. Il difensore ha lamentato la mancata valutazione delle cause di immediato proscioglimento da parte del giudice di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita tassativamente le ipotesi in cui è possibile impugnare una sentenza concordata, escludendo contestazioni generiche o prive di motivazioni concrete. Inoltre, la difesa non ha indicato le ragioni specifiche che avrebbero giustificato un'assoluzione. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Pena illegale nel reato di minaccia: condanna annullata
L'Imputata viene condannata per il reato di minaccia semplice. Durante i gradi di merito i giudici escludono l'aggravante contestata, ma calcolano comunque la pena applicando la reclusione anziché la multa. La Cassazione rileva la sussistenza di una pena illegale nel reato di minaccia, poiché la sanzione detentiva non rispetta la norma incriminatrice base. Nel frattempo, la fattispecie penale raggiunge i termini di prescrizione. La Corte d'Appello aveva infatti confermato una sanzione esterna alla cornice edittale. La Suprema Corte annulla quindi la condanna penale per estinzione del reato. Al contempo, i giudici di legittimità rigettano il ricorso per la parte civile, confermando l'obbligo di risarcimento del danno a carico dell'autore del fatto.
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Querela per furto assente: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato era stato condannato nei gradi di merito per il reato di furto aggravato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando l'assenza di una valida querela per furto. A seguito della Riforma Cartabia, infatti, il reato di furto richiede l'espressa manifestazione della volontà punitiva da parte della vittima per poter procedere. Nel caso in esame, la persona offesa aveva presentato una semplice denuncia priva dell'istanza di punizione e non si era costituita parte civile nel processo penale. La Corte di Cassazione ha stabilito che la semplice denuncia non sostituisce la querela. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'improcedibilità dell'azione penale per difetto di querela.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: sanzione confermata
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un'imputata che contestava la sentenza d'appello penale. La difesa lamentava la mancata pronuncia di un proscioglimento immediato e la presunta eccessività della sanzione inflitta. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Il primo motivo di impugnazione è risultato del tutto generico, poiché privo dei dettagli necessari per evidenziare le ragioni del proscioglimento. Il secondo motivo è stato ritenuto privo di fondamento. La determinazione della pena spetta infatti alla valutazione discrezionale del giudice di merito. La ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: accordo vincolante e ricorso bloccato
L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva rideterminato la sua pena a seguito di un concordato in appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita in modo rigoroso le possibilità di ricorrere al terzo grado di giudizio. Il ricorso è ammesso soltanto per vizi nella formazione del consenso, per difetto di accordo o se la pena applicata risulta illegale. Le doglianze generali sul calcolo della sanzione o sulla mancata assoluzione immediata non possono trovare spazio. Pertanto, il ricorrente ha perso il giudizio ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Omissione di soccorso: basta il rischio lesioni per la condanna
L'Automobilista si allontana dal luogo di un incidente stradale senza prestare aiuto alla persona offesa, nonostante l'impatto tra i veicoli sia evidente. I giudici di merito lo condannano per i reati di fuga ed omissione di soccorso. L'Automobilista propone ricorso sostenendo di non essersi accorto del pericolo o dei danni fisici altrui a causa della scarsa visibilità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il reato di omissione di soccorso scatta anche a titolo di dolo eventuale. È sufficiente che l'automobilista si rappresenti la semplice possibilità che l'altro conducente abbia subito lesioni e necessiti di assistenza. L'Automobilista deve quindi pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento in appello: pena ridotta ma ricorso bloccato
Due imputate condannate per rapina aggravata hanno concordato la pena in secondo grado. La difesa ha poi proposto ricorso in Cassazione lamentando un'incongruenza sull'interdizione dai pubblici uffici e la mancata motivazione sul proscioglimento. La Corte di Cassazione ha disposto la semplice rettifica del dispositivo: l'interdizione dai pubblici uffici dura cinque anni e non è perpetua, poiché la pena detentiva è scesa sotto i cinque anni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il resto del ricorso. Attraverso il patteggiamento in appello, la rinuncia volontaria ai motivi di merito impedisce al giudice di ridiscutere la responsabilità dell'imputato o la sussistenza di circostanze attenuanti.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: pena e sanzioni
Due soggetti condannati in secondo grado hanno proposto ricorso alla Corte di Cassazione per contestare la pena ricevuta. Il Primo Ricorrente ha lamentato l'eccessività dell'aumento di pena per il reato continuato. Il Secondo Ricorrente ha dedotto la violazione delle norme sul proscioglimento immediato senza svolgere un confronto specifico con le motivazioni dei giudici di merito. La Suprema Corte ha confermato che la misura della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, i motivi generici non possono essere esaminati nel giudizio di legittimità. L'esito finale stabilisce l'inammissibilità del ricorso per cassazione con la condanna di ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: accordo confermato e sanzione
Un imputato ha concordato l'applicazione della pena per il reato di furto aggravato davanti al Tribunale. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per cassazione lamentando la mancata motivazione del giudice sulle cause di non punibilità e chiedendo il proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento, ribadendo che l'accordo esonera l'accusa dalla prova piena e limita fortemente le impugnazioni. I giudici hanno condannato l'imputato alle spese legali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: niente pena ma risarcimento dovuto
Un imprenditore viene assolto in sede penale per la particolare tenuità del fatto a seguito dell'illecito utilizzo di bombole di gas recanti il marchio di una società concorrente. Il primo giudice omette tuttavia di decidere sulla domanda di risarcimento avanzata dall'azienda lesa, costituitasi parte civile. L'azienda danneggiata propone appello per ottenere il ristoro economico. La Corte territoriale accoglie la richiesta e condanna l'autore della condotta al risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato: la non punibilità penale non cancella il debito risarcitorio verso la vittima e il giudice deve sempre liquidare il danno provocato.
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Patteggia la pena ma fa ricorso: la Cassazione lo sanziona
Un imputato ha concordato con il giudice la pena di due anni di reclusione sospesa per il reato di rapina impropria aggravata. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso contro il patteggiamento, contestando la mancata spiegazione sul mancato proscioglimento e generici errori nel calcolo della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge prevede limiti tassativi per contestare una sentenza concordata. L'imputato perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione patteggiamento: stop ai ripensamenti
L'Imputata concordava l'applicazione della pena su richiesta delle parti per il reato di sottrazione o danneggiamento di beni sottoposti a sequestro. Successivamente la difesa proponeva ricorso per cassazione lamentando che il giudice di primo grado non avesse disposto il proscioglimento immediato per insussistenza del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione perché l'ordinamento limita rigidamente i motivi proponibili contro le sentenze concordate, escludendo contestazioni sul merito della colpevolezza. La pronuncia ha confermato la validità della pena e condannato la ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende, sancendo i rigidi paletti legali in materia di ricorso per cassazione patteggiamento.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: accordo e sanzione
Un imputato ha concordato l'applicazione della pena mediante patteggiamento dinanzi al Tribunale. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso per cassazione contro patteggiamento contestando la motivazione del giudice in merito alla mancata pronuncia di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'impugnazione inammissibile. La legge stabilisce limiti rigorosi per contestare un accordo sulla pena, consentendo il controllo di legittimità solo per vizio del consenso, difformità tra accordo e sentenza, errore sulla qualificazione giuridica o illegalità della sanzione. Il vizio di motivazione non rientra tra i motivi consentiti. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti
Un imputato ha concordato l'applicazione della pena davanti al Tribunale. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per cassazione contro patteggiamento lamentando la mancata verifica delle cause di proscioglimento immediato e contestando la quantificazione della sanzione pattuita. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita in modo tassativo i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento concordata tra le parti. Il controllo sui motivi di non punibilità e il ricalcolo della pena liberamente scelta non rientrano tra i vizi deducibili davanti ai giudici di legittimità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Pena concordata ma ricorso inammissibile: multa da 4000 euro
L'Imputato, condannato per il reato di furto aggravato, concorda la rideterminazione della pena in secondo grado attraverso il patteggiamento in appello. Subito dopo l'accordo, propone ricorso per Cassazione contestando la qualificazione del fatto e la mancata verifica di cause di non punibilità. I Supremi Giudici dichiarano l'atto inammissibile: la rinuncia preventiva ai motivi d'impugnazione rende la decisione definitiva sui punti concordati e impedisce censure successive. La Corte condanna il ricorrente alle spese e al pagamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione e stop alla prescrizione
L'Imputato ha presentato ricorso davanti alla Suprema Corte contestando la propria identificazione personale. La Corte di Cassazione ha rilevato che i motivi difensivi si limitavano a riproporre le medesime argomentazioni già esaminate e respinte dalla Corte di Appello con motivazione logica e corretta. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato la inammissibilità del ricorso per cassazione. Tale pronuncia blocca la valida costituzione del giudizio di legittimità e impedisce ai giudici di dichiarare la prescrizione del reato maturata successivamente. Il ricorrente perde la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: no al ricorso per contestare la colpa
L'Imputato, condannato in primo grado, ha richiesto e ottenuto la rideterminazione della sanzione tramite il concordato in appello con l'accordo del Procuratore Generale. Successivamente, ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione per contestare l'affermazione della propria responsabilità penale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile senza indugio. Chi sottoscrive un concordato sui motivi di appello rinuncia alle altre contestazioni e non può più mettere in discussione la colpevolezza o il calcolo della pena, salvo che la sanzione finale risulti del tutto illegale o fuori dai limiti di legge. L'Imputato ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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