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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2026

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1184 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricorso contro patteggiamento: l’accordo costa tremila euro
L'Imputato ha concordato una pena di un anno, due mesi e venti giorni di reclusione per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e spaccio di lieve entità. Successivamente, il suo difensore ha proposto un ricorso contro patteggiamento dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i casi in cui è possibile proporre un ricorso contro patteggiamento. Scegliendo questo rito speciale, l'imputato rinuncia implicitamente a contestare la propria colpevolezza. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato ha concordato in appello una pena di un anno e quattro mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla sussistenza di cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'imputato non può contestare la mancata valutazione del proscioglimento o i motivi a cui ha rinunciato con l'accordo. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa e prescrizione: quando manca l’evidenza di innocenza
L'Imputato, accusato di truffa aggravata per aver ottenuto finanziamenti pubblici per un impianto serricolo realizzato con movimenti terra non autorizzati, impugna la sentenza d'appello che ha dichiarato la prescrizione del reato. Il ricorrente chiede il proscioglimento nel merito per evidenza di innocenza e lamenta la nullità delle notifiche. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'evidenza di innocenza richiede una prova immediata e non contestabile, esclusa nel caso di specie dalla presenza di un verbale di sopralluogo sfavorevole. Inoltre, la presenza della prescrizione impedisce di far valere nullità procedurali che richiederebbero il rinvio del processo, prevalendo l'immediata estinzione del reato. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo l’accordo sulla pena
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'appello che aveva applicato la pena concordata. Il Ricorrente lamentava la mancata valutazione di una causa di non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Con la reintroduzione del concordato in appello, il ricorso per cassazione è ammesso solo per vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione rispetto all'accordo. Di conseguenza, contestare la mancata applicazione di cause di non punibilità dopo un concordato in appello non è consentito. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Impugnazione del patteggiamento: tra accordo e sanzione pecuniaria
Un cittadino straniero, condannato dal Tribunale di Torino a un anno e dieci mesi di reclusione per furto in abitazione a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato lamentava la mancanza di motivazione da parte del giudice circa il mancato proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è limitata per legge a tassativi motivi formali e sostanziali, tra cui non rientra la mancata applicazione del proscioglimento immediato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa: la remissione di querela cancella la condanna in appello
L'Imputato era stato condannato in appello per concorso nel reato di truffa ai danni di una società e del suo legale rappresentante. Successivamente alla sentenza, ma prima della scadenza dei termini per impugnarla, la persona offesa ha presentato la remissione di querela, accettata formalmente dalla difesa dell'imputato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la remissione di querela, intervenuta tempestivamente e regolarmente accettata, estingue il reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, ponendo a carico dell'imputato le sole spese processuali in mancanza di accordi diversi tra le parti.
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Invasione di terreni o edifici: prescritta ma resta il danno
Due donne erano accusate di danneggiamento e invasione di terreni o edifici per aver forzato una porta finestra e disattivato una centralina d'allarme. La Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di invasione di terreni o edifici, data la brevissima durata dell'occupazione interrotta sul nascere, era ormai estinto per prescrizione. Al contrario, il ricorso contro la condanna per danneggiamento è stato dichiarato inammissibile, poiché i motivi riproducevano genericamente le difese già respinte nei precedenti gradi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna limitatamente al reato prescritto, rideterminando la pena finale per il danneggiamento in sei mesi di reclusione.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
Due cittadini hanno presentato ricorso contro la sentenza della Corte d'Appello di Brescia, lamentando la mancata applicazione di cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha rilevato che la contestazione era del tutto generica e priva dei requisiti di specificità richiesti dalla legge, non indicando i presupposti di fatto o di diritto a supporto della richiesta. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: processo cancellato
Nel corso del procedimento penale davanti alla Corte di Cassazione, la difesa ha depositato la documentazione ufficiale attestante il decesso dell'imputato, avvenuto successivamente alla sentenza d'appello. I giudici di legittimità, preso atto del certificato di morte, hanno applicato la regola fondamentale del codice penale che prevede l'estinzione del reato per morte dell'imputato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, ponendo fine al processo in modo definitivo. Questa decisione conferma che la morte del soggetto accusato cancella ogni addebito penale, impedendo la prosecuzione di qualsiasi azione giudiziaria nei suoi confronti.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermati 7 anni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione e trentamila euro di multa inflitta a un uomo per reati legati al traffico di sostanze stupefacenti. La difesa dell'imputato aveva proposto ricorso lamentando il mancato proscioglimento immediato. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici e privi di critiche concrete alla decisione della Corte d'Appello. Per questo motivo, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso
L'Imputato, condannato per reati sugli stupefacenti, ha concordato la pena in appello. Successivamente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando il mancato proscioglimento d'ufficio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il principio stabilito chiarisce che il concordato in appello limita fortemente i motivi di impugnazione in Cassazione. Non è possibile contestare la mancata applicazione del proscioglimento immediato, a meno che non vi siano vizi sulla formazione della volontà dell'accordo o illegalità della pena. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: no ai ripensamenti in Cassazione
L'Imputato, condannato a tre anni di reclusione e a una multa per reati di droga e resistenza a pubblico ufficiale, ha concordato una pena tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando il mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è consentita solo per motivi tassativi, come il vizio della volontà, la discordanza tra richiesta e sentenza, l'errata qualificazione del reato o l'illegalità della pena. Poiché la richiesta dell'Imputato non rientrava in questi casi specifici, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: quando il ricorso costa caro
L'Imputato, condannato dal Tribunale di Messina a tre anni di reclusione e 14.000 euro di multa per reati sugli stupefacenti, ha proposto ricorso lamentando il mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è ammessa solo per motivi tassativi, come vizi della volontà, difetto di correlazione, errore di qualificazione o illegalità della pena. Non rientrando il caso in queste ipotesi, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: stop alla condanna
L'Imputato era stato condannato in appello alla pena di un anno di reclusione per il reato tributario di occultamento o distruzione di documenti contabili. Successivamente alla presentazione del ricorso per cassazione, l'uomo è deceduto. La Suprema Corte, preso atto del certificato di morte, ha applicato il principio per cui il decesso del ricorrente estingue il reato e interrompe il rapporto processuale. Di conseguenza, i giudici hanno disposto l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. La morte del reo prima della condanna definitiva determina l'estinzione del reato per morte dell'imputato, precludendo qualsiasi valutazione di merito sulla colpevolezza o sull'innocenza dell'accusato.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato, condannato per il reato di rapina, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la determinazione della pena stabilita tramite concordato in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello, essendo un accordo tra le parti, preclude la contestazione della misura della pena in sede di legittimità, salvo il caso in cui la sanzione inflitta sia illegale perché fuori dai limiti edittali. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso
L'Imputato, condannato per rapina e tentata estorsione, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena in appello, non è possibile contestare la mancata concessione di circostanze attenuanti o la quantificazione della sanzione, a meno che questa non sia palesemente illegale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: se concordi la pena non puoi ricorrere
L'Imputato, condannato per tentata rapina impropria, ha concordato la pena in appello ai sensi dell'art. 599-bis c.p.p. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla gravità del fatto e sulla sua personalità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il concordato in appello preclude la contestazione dei criteri di determinazione della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo vieta il ricorso
Un imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, ha proposto ricorso per Cassazione. La difesa lamentava la mancata applicazione del principio del ne bis in idem per un reato asseritamente già giudicato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia implicita ai motivi di appello non concordati. Di conseguenza, non è possibile contestare in sede di legittimità questioni precedentemente rinunciate per ottenere uno sconto di pena. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revisione della sentenza di patteggiamento: condannato ma innocente
Il Candidato, accusato di corruzione per aver ottenuto le tracce di un esame di abilitazione professionale, ha definito il procedimento con una sentenza di patteggiamento. Successivamente, i coimputati (tra cui il professore esaminatore e l'usciere intermediario) sono stati assolti con formule piene, poiché è emerso che le tracce erano diverse e che l'usciere non rivestiva la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Il Candidato ha quindi richiesto la revisione della sentenza di patteggiamento per inconciliabilità con le assoluzioni dei coimputati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Candidato, annullando la decisione di rigetto della Corte d'Appello e disponendo un nuovo giudizio, poiché la corruzione richiede necessariamente la partecipazione coordinata di un soggetto pubblico, qui escluso dalle altre sentenze.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto dalla difesa di un imputato condannato per associazione a delinquere e truffa. Il difensore lamentava l'omessa motivazione del giudice sulla mancata pronuncia di una causa di non punibilità. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato esclusivamente a motivi tassativi previsti dalla legge, come l'espressione della volontà, il difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica e l'illegalità della pena. Poiché il motivo dedotto non rientrava in questi casi, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione di tremila euro.
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