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Art. 117 Costituzione — Anno 2022

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150 provvedimenti

Altri anni per Art. 117 Costituzione

Prescrizione del reato: il risarcimento civile resta dovuto
Un individuo, condannato per minaccia, ha visto il suo reato estinto per prescrizione in appello, ma la condanna al risarcimento civile è stata confermata. L'individuo ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la conferma della responsabilità civile, nonostante la prescrizione del reato, violasse la presunzione di innocenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la prescrizione del reato non impedisce al giudice penale di decidere sulla responsabilità civile e che ciò non lede la presunzione di innocenza. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e delle spese legali delle parti civili.
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Ricorso Straordinario per Errore di Fatto: Inammissibile la Memoria Tardiva
L'Imputato ha presentato un "ricorso straordinario per errore di fatto" contro una precedente sentenza della Corte di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile un suo ricorso precedente. Il primo ricorso contestava l'inutilizzabilità di intercettazioni, basata su una memoria difensiva presentata in ritardo. La Corte ha dichiarato inammissibile anche questo secondo ricorso. Ha ribadito che una memoria tardiva non può essere considerata e che un "errore di giudizio" non costituisce un "errore di fatto" rilevante per il "ricorso straordinario per errore di fatto". Inoltre, l'eccezione di incostituzionalità sull'incompatibilità dei giudici è stata ritenuta infondata.
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Scatti di anzianità e apprendistato: il CCNL cede alla legge
La controversia nasce dalla richiesta di due lavoratori nei confronti della società datrice di lavoro operante nel settore dei trasporti ferroviari. L'azienda negava il riconoscimento del periodo svolto con contratto di tirocinio formativo ai fini della progressione economica. Il contratto collettivo nazionale e i successivi accordi aziendali escludevano infatti espressamente il periodo di formazione dal computo utile per gli aumenti retributivi periodici. I giudici di merito hanno dichiarato la nullità delle clausole contrattuali collettive per contrasto con la legge statale e hanno condannato la società a pagare le somme arretrate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda. Il tema centrale riguarda il rapporto tra scatti di anzianità e apprendistato, confermando che il periodo formativo deve essere integralmente conteggiato nell'anzianità di servizio quando il rapporto prosegue a tempo indeterminato.
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Anzianità di servizio e apprendistato: CCNL nullo se la nega
Una lavoratrice ha citato in giudizio l'azienda di trasporti per ottenere il riconoscimento del periodo di formazione iniziale ai fini economici. I contratti collettivi escludevano tale periodo dal calcolo degli aumenti periodici di stipendio. I giudici di merito hanno dichiarato nulle tali clausole contrattuali. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la contrattazione collettiva avesse la delega per regolare il trattamento retributivo. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'azienda. La legge impone il principio inderogabile secondo cui l'anzianità di servizio e apprendistato formano un percorso unico e continuo quando il rapporto prosegue a tempo indeterminato. Il contratto collettivo non può azzerare l'esperienza pregressa né negare gli scatti retributivi maturati durante il tirocinio.
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Indennità di esproprio tra verde pubblico ed edilizia: la guida
Un Ente comunale ha espropriato un'area privata classificata come verde pubblico per realizzare un parcheggio. La Proprietaria ha contestato la somma offerta, chiedendo una maggiore indennità di esproprio sulla base di una norma regionale che dichiarava automaticamente edificabili tutti i terreni inseriti nel centro urbano. La Corte d'Appello ha rideterminato l'importo tramite una stima equitativa, dimezzando il valore dei suoli residenziali vicini. La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi, rilevando sia l'incostituzionalità della legge regionale per violazione della competenza statale, sia l'illegittimità del calcolo equitativo. Il valore del bene espropriato deve fondarsi su criteri tecnici rigorosi e sulla reale edificabilità legale prevista dagli strumenti urbanistici vigenti.
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Anzianità di servizio apprendistato: nulli i tagli dei contratti
Alcuni lavoratori hanno agito in giudizio contro la propria azienda datrice di lavoro per ottenere il pieno riconoscimento economico dell'attività svolta durante il periodo formativo. L'azienda applicava accordi collettivi che riducevano il calcolo di tali mesi ai fini degli scatti stipendiali. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità delle clausole contrattuali collettive che escludevano o limitavano il computo del periodo formativo. La legge considera obbligatorio il calcolo integrale di tale fase lavorativa in caso di continuazione del rapporto a tempo indeterminato. Il datore di lavoro deve quindi riconoscere l'intera anzianità di servizio apprendistato e pagare tutte le differenze retributive maturate dai dipendenti fin dal momento dell'assunzione iniziale.
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Indennità di amministrazione: estero e cumulo dello stipendio
Diversi dipendenti del Ministero degli Affari Esteri in servizio presso sedi internazionali hanno richiesto il pagamento dell'indennità di amministrazione in aggiunta all'indennità di servizio all'estero. Il Ministero ha negato il cumulo sulla base di una norma retroattiva del 2011. La Corte di Cassazione, recepita la pronuncia di illegittimità costituzionale della norma retroattiva emessa dalla Corte Costituzionale, ha accolto il ricorso dei lavoratori. L'indennità di amministrazione possiede natura fissa e continuativa e non può essere cancellata retroattivamente durante i periodi di missione all'estero.
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Equa riparazione Legge Pinto e mancata istanza di prelievo
Un cittadino ha richiesto l'equa riparazione Legge Pinto a causa dell'eccessiva durata di un processo amministrativo celebrato davanti al TAR. La Corte d'Appello ha respinto la domanda perché il ricorrente non aveva depositato la preventiva istanza di prelievo per sollecitare l'udienza. Il cittadino ha quindi proposto ricorso per Cassazione, eccependo l'incostituzionalità di tale condizione formale. La Suprema Corte ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale riguardo al contrasto tra l'obbligo di prelievo e le tutele sovranazionali del giusto processo. I giudici hanno dunque rimesso la causa alla pubblica udienza per un esame approfondito della disciplina.
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Espulsione dello straniero: reato contro legami familiari stabili
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due individui condannati per traffico di sostanze stupefacenti. Uno dei condannati, custode del denaro impiegato per l'acquisto della droga, contestava la confisca del denaro trovato nella sua abitazione e l'ordine di espulsione dal territorio nazionale. La Suprema Corte ha confermato la penale responsabilità di entrambi i soggetti. I giudici di legittimità hanno però annullato con rinvio la sentenza limitatamente alla confisca e alla misura di sicurezza. Per disporre la misura patrimoniale serve una puntuale smentita dei redditi leciti da lavoro. Inoltre, il provvedimento di espulsione dello straniero richiede un concreto bilanciamento tra la pericolosità sociale e il diritto alla vita familiare del reo radicato sul territorio.
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Fallimento lumaca: sì all’equa riparazione Legge Pinto
Alcune società creditrici hanno atteso quasi quindici anni la chiusura di un fallimento senza ottenere il pagamento dei crediti ammessi al passivo. I creditori hanno quindi richiesto l'equa riparazione Legge Pinto contro il Ministero della Giustizia per l'eccessiva durata della procedura concorsuale. I giudici di merito avevano respinto la richiesta sostenendo l'estrema complessità del fallimento e la mancata prova di un danno morale concreto subito dai creditori. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione accogliendo il ricorso delle imprese creditrici. La Suprema Corte ha chiarito che anche le procedure fallimentari complesse non possono superare sette anni di durata. Il superamento di tale limite fa presumere l'esistenza del danno non patrimoniale senza obbligo per il creditore di fornire prove specifiche.
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Stabilizzazione del personale scolastico: niente danni automatici
Una collaboratrice scolastica ha lavorato per anni con una serie continua di contratti a termine superando la soglia di trentasei mesi. La lavoratrice ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio e il risarcimento del danno per il precariato subito. I giudici hanno riconosciuto gli scatti stipendiali maturati ma hanno negato l'indennizzo economico. La Corte di Cassazione ha confermato tale orientamento. L'avvenuta stabilizzazione del personale scolastico mediante l'immissione in ruolo cancella le conseguenze dell'abuso contrattuale. L'assunzione a tempo indeterminato esclude ogni risarcimento automatico e richiede al dipendente la prova rigorosa di danni ulteriori.
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Reiterazione contratti a termine: niente danni dopo l’assunzione
Un collaboratore scolastico ha impugnato la decisione di merito che negava il risarcimento per la reiterazione contratti a termine dopo l'avvenuta immissione in ruolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando che l'assunzione a tempo indeterminato sana pienamente l'abuso subito e cancella le conseguenze risarcitorie ordinarie, salvo la prova di danni ulteriori e specifici.
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Archiviazione e condanna: contrasto tra giudicati
Un condannato chiedeva la revoca della propria condanna definitiva per spaccio di sostanze stupefacenti sostenendo l'esistenza di un contrasto tra giudicati rispetto a una precedente archiviazione penale. La Corte di Cassazione respinge il ricorso straordinario presentato dall'interessato. I giudici hanno chiarito che il decreto di archiviazione non costituisce una decisione definitiva idonea a creare un conflitto con una sentenza irrevocabile. Inoltre, i due provvedimenti riguardavano episodi cronologicamente distinti, escludendo l'identità del fatto materiale.
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Sostituzione dell’ergastolo: rito ordinario contro rito abbreviato
Un condannato alla pena del carcere a vita tramite processo ordinario richiedeva in sede esecutiva la sostituzione dell'ergastolo con trenta anni di reclusione. Il ricorrente invocava la nota giurisprudenza europea che tutela chi sceglie il rito speciale a fronte di mutamenti normativi favorevoli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il beneficio della riduzione della pena opera esclusivamente per chi ha ottenuto l'effettiva ammissione al rito abbreviato durante il processo di merito. La mancata ammissione originaria impedisce qualsiasi rideterminazione successiva della sanzione definitiva.
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Sostituzione dell’ergastolo e rito abbreviato: vince il giudicato
Un condannato all'ergastolo chiedeva tramite incidente di esecuzione la sostituzione dell'ergastolo con la pena di trenta anni di reclusione. Il ricorrente invocava i principi della giurisprudenza europea e costituzionale sul rito abbreviato per i reati puniti con pena perpetua. Il giudice dell'esecuzione rigettava l'istanza. La Suprema Corte ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. La pena perpetua finale non derivava da un mutamento legislativo sfavorevole, ma dal cumulo materiale e giuridico di più reati concorrenti calcolato dai giudici di merito. Eventuali contestazioni sul meccanismo di calcolo della pena dovevano essere proposte nei gradi ordinari di giudizio e non possono superare l'intangibilità del giudicato definitivo.
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Proroga del 41-bis: legittimo il potere del Ministro
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato il decreto con cui il Ministro della Giustizia ha disposto per due anni la proroga del 41-bis verso un detenuto con ruolo di vertice in una cosca criminale. I giudici hanno accertato il costante pericolo di contatti con il gruppo mafioso, ancora operativo sul territorio. Il detenuto ha impugnato il provvedimento dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la costituzionalità del potere affidato al Ministro e lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il regime speciale rispetta la Costituzione poiché garantisce la verifica dell'autorità giudiziaria tramite reclamo. Inoltre, la motivazione del Tribunale appare logica e corretta. Il ricorrente deve sostenere le spese legali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Vietato il ricorso per cassazione personale: scatta la sanzione
Un cittadino ha impugnato personalmente la sentenza di condanna emessa dalla Corte di Appello senza l'assistenza di un difensore abilitato. L'imputato lamentava la mancanza di motivazione del provvedimento e chiedeva di verificare la legittimità costituzionale della norma che impone l'assistenza tecnica. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'atto. La legge impone che il ricorso per cassazione personale non sia più consentito all'imputato, richiedendo obbligatoriamente la firma di un avvocato cassazionista. I giudici hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la condanna dell’imputato
Un imputato ha presentato un ricorso per cassazione personale contro una sentenza di condanna della Corte di Appello. L'uomo ha contestato la carenza di motivazione del provvedimento e ha chiesto di sollevare una questione di costituzionalità contro l'obbligo di difesa tecnica. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge vieta infatti all'imputato di difendersi da solo davanti ai giudici di legittimità senza un difensore cassazionista. Per questa ragione, i giudici hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Sgravi contributivi: l’azienda perde 22 milioni senza prove
Un'azienda ha chiesto all'Amministrazione Regionale oltre 22 milioni di euro per mancati sgravi contributivi legati all'assunzione di lavoratori. L'Amministrazione ha negato l'agevolazione perché le norme europee vietano i benefici se le assunzioni sono collegate a investimenti aziendali. La Corte di Cassazione ha stabilito che spetta all'azienda dimostrare che le assunzioni non erano collegate a nuovi investimenti. Poiché l'azienda non ha fornito questa prova, la Corte ha rigettato il ricorso. L'azienda perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Espulsione dello straniero: riabilitazione contro pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di espulsione dello straniero disposto nei confronti di un cittadino straniero condannato per traffico di ingenti quantitativi di droga. Il ricorrente contestava la misura, evidenziando il positivo percorso di disintossicazione e la presenza di legami familiari in Italia. I giudici hanno però ritenuto legittima la decisione del Tribunale di Sorveglianza, basata sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, già al vertice di un'organizzazione criminale e incline a delinquere nuovamente nonostante i precedenti tentativi di riabilitazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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