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Art. 117 Costituzione — Anno 2022

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150 provvedimenti

Altri anni per Art. 117 Costituzione

Doppia imposizione fiscale: il Fisco deve rimborsare il TFR
Un ex dirigente d'azienda, trasferito in Slovacchia, ha richiesto il rimborso delle ritenute IRPEF subite in Italia sul TFR e sull'incentivo all'esodo. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che il contribuente non avesse dimostrato l'effettivo pagamento delle imposte nel nuovo Paese di residenza. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, accogliendo il ricorso. I giudici hanno stabilito che la Convenzione contro la doppia imposizione fiscale assegna la potestà tassativa in via esclusiva allo Stato di residenza. Non occorre provare l'effettiva tassazione all'estero per ottenere la restituzione delle trattenute italiane, poiché le norme internazionali prevalgono su quelle nazionali. Di conseguenza, il Fisco italiano deve rimborsare interamente le somme trattenute.
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Equa riparazione: risarcimento ridotto e calcolo dei tempi
Tre cittadini hanno richiesto l'equa riparazione allo Stato per l'eccessiva durata di un processo penale nel quale si erano costituiti parte civile. La Corte di Appello ha riconosciuto l'indennizzo calcolandolo soltanto per gli anni eccedenti la durata ragionevole del processo e a partire dalla formale costituzione in giudizio. I cittadini hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il calcolo dovesse partire dalla presentazione della denuncia e seguire parametri europei piu favorevoli. La Suprema Corte ha rigettato integralmente il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimita dei criteri italiani, ribadendo che il processo penale rileva per la persona offesa solo dal momento della costituzione di parte civile. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
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Imposta comunale sugli immobili: Consorzio pubblico deve pagare
Il Comune ha emesso un avviso di accertamento per il pagamento dell'Imposta comunale sugli immobili (ICI) nei confronti di un Consorzio di bonifica, usufruttuario di un immobile demaniale. Il Consorzio sosteneva di essere esente dall'imposta in quanto ente pubblico assimilabile a quelli territoriali e mero detentore dei beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, stabilendo che i consorzi di bonifica, quali concessionari ex lege di beni demaniali, sono soggetti passivi d'imposta e non possono beneficiare dell'esenzione riservata esclusivamente allo Stato e agli enti pubblici espressamente elencati dalla legge. Di conseguenza, la sentenza d'appello favorevole al Consorzio è stata cassata e la pretesa tributaria del Comune è stata confermata.
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Esenzione ICI consorzi di bonifica: la Cassazione nega lo sconto
Un Comune ha emesso un avviso di accertamento ICI nei confronti di un Consorzio di Bonifica per un immobile demaniale in suo possesso. Il Consorzio sosteneva di avere diritto all'esenzione dall'imposta, in quanto ente con funzioni pubbliche assimilabili a quelle degli enti territoriali. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Comune, stabilendo che l'esenzione ICI consorzi di bonifica non è applicabile. I consorzi, infatti, non rientrano tra gli enti pubblici espressamente esentati dalla legge. Inoltre, l'affidamento dei beni demaniali al Consorzio per legge configura una concessione, rendendolo a tutti gli effetti soggetto passivo dell'imposta. Di conseguenza, il Consorzio è stato condannato a pagare l'imposta e le spese legali.
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Confisca di prevenzione: confermato il sequestro dei beni illeciti
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione applicata nei confronti di una donna ritenuta socialmente pericolosa. La ricorrente, priva di redditi leciti, gestiva un sistema societario dedito alla commissione di reati fiscali, previdenziali e bancarotta fraudolenta. I proventi illeciti venivano sistematicamente riciclati e reimpiegati nell'acquisto di immobili intestati a una società schermo, avvalendosi anche di prestanome. La difesa contestava la legittimità della misura e la sovrapposizione con i sequestri penali. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca di prevenzione è autonoma rispetto al processo penale e legittima quando si dimostra che il patrimonio deriva da attività illecite continuative nel tempo.
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Equa riparazione: no all’indennizzo se il processo è sospeso
Tre cittadini, assolti in un processo penale durato diversi anni, hanno richiesto l'equa riparazione per l'irragionevole durata del giudizio. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda escludendo dal calcolo il lungo periodo in cui il processo penale era rimasto sospeso in attesa della definizione di una causa civile collegata. I cittadini hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sospensione non dovesse essere sottratta poiché loro non erano parti in quel giudizio civile. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che, per legge, i periodi di sospensione del processo vanno sempre esclusi dal computo della durata ragionevole, indipendentemente dal fatto che i soggetti fossero o meno parti nella causa civile pregiudicante.
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Firma del ricorso per Cassazione: no al fai da te penale
Un uomo, condannato in appello per rapina a seguito di patteggiamento, ha presentato personalmente ricorso alla Corte di Cassazione per contestare la sentenza. L'imputato ha sollevato anche una questione di costituzionalità contro la norma che impone l'assistenza di un difensore abilitato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la firma del ricorso per Cassazione deve appartenere necessariamente a un avvocato cassazionista, pena l'invalidità dell'atto. Di conseguenza, il ricorso firmato direttamente dal cittadino non può essere esaminato. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Abuso di contratti a termine: ruolo ottenuto, no al risarcimento
Una lavoratrice della scuola ha chiesto il risarcimento dei danni per l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'anzianità di servizio ma ha negato il risarcimento, poiché la successiva immissione in ruolo costituiva un ristoro sufficiente. La lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la stabilizzazione cancella le conseguenze dell'abuso di contratti a termine. Di conseguenza, la lavoratrice ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Equa riparazione: risarcimento irrisorio annullato in Cassazione
Il Ricorrente ha richiesto l'equa riparazione per la durata irragionevole di un precedente processo. La Corte d'Appello ha riconosciuto il ritardo di tre anni, ma ha liquidato un indennizzo di soli 750 euro complessivi (250 euro all'anno), ritenendo la causa di natura minimale. Il Ricorrente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'applicazione retroattiva di limiti economici introdotti da una legge successiva alla sua domanda. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le nuove norme restrittive non si applicano retroattivamente. Inoltre, la Corte ha chiarito che un indennizzo di soli 250 euro all'anno è irrisorio e non garantisce un serio ristoro per il patema d'animo subito. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova quantificazione.
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Rescissione del giudicato: i termini partono dalla notifica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina contro la decisione della Corte d'Appello, che aveva respinto la sua richiesta di rescissione del giudicato per tardività. La donna sosteneva di aver scoperto i dettagli del processo penale a suo carico solo dopo aver nominato un nuovo difensore, poiché il precedente aveva rinunciato al mandato senza avvisarla. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che il termine tassativo di trenta giorni per presentare la domanda decorre dal momento in cui l'interessata ha avuto conoscenza del procedimento (avvenuta con la notifica dell'ordine di carcerazione) e non dalla successiva conoscenza specifica degli atti processuali. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Equa riparazione: la Cassazione taglia i tempi della burocrazia
Il caso riguarda la richiesta di equa riparazione avanzata da una cittadina per l'irragionevole durata di un precedente giudizio Pinto e del successivo giudizio di ottemperanza. La Corte d'Appello aveva calcolato la durata ragionevole del processo presupposto in un anno e sei mesi, aggiungendo indebitamente il termine di sei mesi concesso allo Stato per pagare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della cittadina, stabilendo che la durata ragionevole di un processo di equa riparazione di primo grado è di un solo anno. I giudici hanno chiarito che la fase di cognizione e quella esecutiva vanno considerate in modo unitario, ma dal computo va escluso il tempo intercorso tra la fine del primo giudizio e l'inizio dell'ottemperanza. La decisione è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo calcolo dell'indennizzo.
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Inquadramento del personale ATA: anzianità persa o stipendio salvo?
Un lavoratore, ex dipendente di un ente locale trasferito nei ruoli del Ministero dell'Istruzione, ha richiesto il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata e il pagamento delle differenze retributive. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, escludendo un peggioramento economico complessivo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che l'inquadramento del personale ATA trasferito deve avvenire sulla base del trattamento economico complessivo in godimento al momento del passaggio, senza che ciò comporti un diritto automatico al mantenimento dell'anzianità di servizio precedente se non vi è un reale e provato peggioramento retributivo globale. Il lavoratore perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Inquadramento del personale ATA: stipendio salvo ma senza aumenti
Una lavoratrice, trasferita dall'ente locale ai ruoli dello Stato, ha chiesto il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata e il pagamento delle differenze salariali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità delle norme sull'inquadramento del personale ATA. I giudici hanno chiarito che il passaggio non comporta un diritto al miglioramento dello stipendio, ma solo alla conservazione del trattamento economico precedente. Poiché la lavoratrice ha percepito un assegno ad personam per evitare perdite economiche, non ha subito alcun peggioramento retributivo sostanziale. La legge di interpretazione autentica che regola la materia è pienamente legittima e rispetta i principi costituzionali ed europei.
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Anzianità di servizio: no al ricalcolo se lo stipendio sale
Una lavoratrice, trasferita da un ente locale al Ministero dell'Istruzione, ha richiesto il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente di provenienza e il pagamento delle differenze retributive. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha respinto la domanda accertando che il trasferimento non aveva comportato alcun peggioramento economico, ma anzi un incremento stipendiale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando la legittimità costituzionale e convenzionale delle norme sull'inquadramento basato sul trattamento economico in godimento anziché sull'anzianità di servizio pregressa. La Suprema Corte ha ribadito che il giudice di rinvio si è correttamente attenuto al principio di diritto precedentemente stabilito, escludendo qualsiasi danno economico concreto per la dipendente.
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Anzianità di servizio nel pubblico impiego: diritti contro bilanci
Un dipendente di un ente locale, trasferito nei ruoli del Ministero dell'Istruzione come personale amministrativo, ha richiesto il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata presso l'amministrazione di provenienza per ottenere differenze retributive. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, confermando la legittimità del suo inquadramento economico. I giudici hanno chiarito che il mancato riconoscimento automatico dell'anzianità di servizio nel pubblico impiego non è illegittimo se non comporta un peggioramento retributivo globale e sostanziale. Nel caso specifico, il lavoratore non ha dimostrato di aver subito un danno economico effettivo, considerando anche l'assegno ad personam ricevuto. La Corte ha inoltre escluso profili di incostituzionalità della norma interpretativa retroattiva, giustificata da motivi imperativi di interesse generale e di parità di trattamento tra i dipendenti della scuola.
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Anzianità di servizio: stipendio sicuro ma nessun ricalcolo
Un dipendente di un ente locale, trasferito nei ruoli del Ministero dell'Istruzione, ha chiesto il riconoscimento integrale della propria anzianità di servizio maturata presso l'ente di provenienza, lamentando differenze retributive. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha respinto la domanda escludendo qualsiasi peggioramento economico effettivo dopo il passaggio allo Stato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la legge di interpretazione autentica, che calcola l'inquadramento sul trattamento economico complessivo e non sull'anzianità di servizio pregressa, è legittima e non viola i diritti del lavoratore, poiché non vi è stato alcun danno economico concreto ma, al contrario, un incremento stipendiale grazie alla nuova contrattazione collettiva applicata.
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Inquadramento del personale ATA: stipendio salvo senza anzianità
Un lavoratore, trasferito dagli enti locali ai ruoli dello Stato come personale ATA, ha richiesto il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata e le relative differenze retributive. La Corte d'Appello ha respinto la domanda escludendo un peggioramento economico, grazie al riconoscimento di un assegno ad personam. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che la legge di interpretazione autentica sull'inquadramento del personale ATA è costituzionalmente legittima. Inoltre, il giudice di rinvio si è correttamente attenuto al principio di diritto già stabilito, che vincolava la decisione alla verifica di un danno economico concreto, escluso nel caso specifico. Di conseguenza, il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Sequestro preventivo: no al doppio ricorso se il primo è pendente
L'Amministratrice di una società ha impugnato il diniego di revoca di un sequestro preventivo sui propri beni, disposto per reati tributari. Tuttavia, al momento della nuova richiesta, era ancora pendente un precedente giudizio di rinvio riguardante la riduzione dello stesso blocco dei beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in base al principio del ne bis in idem e della litispendenza, non è possibile presentare una nuova istanza di revoca se è ancora in corso un procedimento di impugnazione sullo stesso provvedimento, a meno che non sopravvengano fatti del tutto nuovi. L'Amministratrice perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: senza casa non significa pericoloso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che aveva confermato la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero. Il giudice di merito aveva desunto la pericolosità sociale del soggetto esclusivamente dal fatto che, una volta scarcerato, non avesse indicato un domicilio, risultando irreperibile. La Suprema Corte ha chiarito che la mancanza di un indirizzo non basta a dimostrare la pericolosità sociale attuale. È necessario indagare sulle ragioni dell'omissione (come la povertà o la reale mancanza di una casa) e valutare la condotta complessiva del soggetto dopo la scarcerazione, bilanciando l'interesse pubblico con il diritto alla vita familiare. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Giurisdizione ordinaria: la Cassa Previdenziale batte il Fisco
La Cassa Previdenziale ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'Agente della Riscossione per il mancato riversamento di somme relative a ruoli esattoriali degli anni 1998 e 1999. L'Agente della Riscossione ha impugnato il provvedimento contestando la giurisdizione ordinaria e sostenendo che la controversia spettasse alla Corte dei Conti o richiedesse un preventivo procedimento amministrativo. La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado favorevole all'ente previdenziale. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno rigettato il motivo di ricorso sulla giurisdizione, confermando la giurisdizione ordinaria del tribunale civile. La Suprema Corte ha chiarito che la richiesta di pagamento non invade la sfera legislativa o amministrativa, rimettendo la causa alla sezione civile per l'esame del merito.
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