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Art. 117 Costituzione — Anno 2022

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150 provvedimenti

Altri anni per Art. 117 Costituzione

Confisca di prevenzione: il contrasto tra giudicato e incostituzionalità
I Destinatari della Misura hanno richiesto la revoca di una confisca di prevenzione patrimoniale definitiva, sostenendo che la dichiarazione di incostituzionalità della norma sulla pericolosità generica (Corte Costituzionale n. 24/2019) avesse privato di base legale il provvedimento. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta ritenendo intangibile il giudicato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la confisca di prevenzione basata sulla pericolosità generica può essere revocata. Tuttavia, se la misura si fonda su un 'doppio titolo' (anche sulla pericolosità da reati abituali generatori di profitto), il giudice di merito deve verificare se questo secondo titolo sia autonomo e autosufficiente a giustificare l'intero sequestro. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per questo accertamento.
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Sanzione amministrativa fissa: multa da 50.000€ sotto accusa
L'Istituto di Controllo riceve dal Ministero una sanzione amministrativa fissa di 50.000 euro per presunte irregolarità nei controlli sul Prosciutto San Daniele D.O.C. Le contestazioni riguardano errori formali commessi da alcune aziende agricole e la mancata firma di un registro. Dopo i rigetti nei primi gradi di giudizio, la Corte di Cassazione solleva d'ufficio la questione di legittimità costituzionale. Secondo i giudici, l'applicazione di una sanzione amministrativa fissa così elevata, senza alcuna distinzione tra lievi irregolarità formali e gravi violazioni, contrasta con il principio di proporzionalità garantito dalla Costituzione. La Cassazione sospende quindi il giudizio e trasmette gli atti alla Corte Costituzionale per verificare la legittimità della norma.
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Divieto di bis in idem: no alla doppia condanna per evasione
Il Ricorrente, condannato per evasione dagli arresti domiciliari per un'assenza accertata il 28 luglio 2016, ha eccepito la violazione del divieto di bis in idem. Egli era già stato condannato per un'evasione il 1° luglio 2016 e sosteneva l'assenza di prove sul suo rientro a casa, configurando un unico reato continuato nel tempo. La Corte d'appello aveva dichiarato inammissibile l'eccezione perché presentata come motivo nuovo. La Corte di Cassazione ha invece annullato la sentenza, stabilendo che il divieto di bis in idem tutela un diritto fondamentale della persona e può essere rilevato d'ufficio in ogni stato e grado, superando i limiti dei motivi d'appello. Il caso torna ai giudici di merito per verificare l'effettiva unicità del fatto.
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Doppia imposizione internazionale: l’azienda batte il fisco
Un'azienda di moda italiana ha organizzato una sfilata in Italia, incaricando alcune società del Regno Unito di reperire modelli, truccatori e stilisti stranieri. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato la mancata applicazione della ritenuta alla fonte del 30% sui pagamenti effettuati a queste società estere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che i trattati internazionali contro la doppia imposizione internazionale prevalgono sulle leggi nazionali. Poiché né le società intermediarie né i singoli professionisti stranieri avevano una stabile organizzazione o una base fissa in Italia, i loro compensi non potevano essere tassati nel territorio italiano. Di conseguenza, l'azienda italiana non era obbligata a trattenere alcuna imposta alla fonte.
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Mansioni superiori senza nomina: l’ASL deve pagare gli eredi
Un dipendente pubblico, inquadrato in una categoria non dirigenziale, ha svolto di fatto le funzioni di responsabile amministrativo di un ospedale. Gli eredi del lavoratore hanno chiesto il pagamento delle differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori. L'Azienda Sanitaria si è opposta, lamentando l'assenza di un incarico formale scritto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Sanitaria. I giudici hanno stabilito che il diritto alla retribuzione per le mansioni superiori svolte di fatto nel pubblico impiego non dipende da un provvedimento formale di assegnazione. L'unico limite è che lo svolgimento non sia avvenuto all'insaputa o contro la volontà dell'amministrazione, oppure tramite accordi fraudolenti. L'Azienda Sanitaria è stata quindi condannata a pagare le differenze di stipendio agli eredi.
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Distanze legali tra costruzioni: il Comune non può derogare
Una proprietaria ha contestato ai vicini la violazione delle distanze legali tra costruzioni per la realizzazione di un garage seminterrato, di un giardino pensile e di muretti di recinzione. I giudici di merito avevano respinto la domanda applicando un regolamento comunale che esentava dalle distanze le opere che emergevano dal suolo per meno di un metro. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della proprietaria. La Suprema Corte ha stabilito che i regolamenti comunali non possono ridefinire il concetto di costruzione per aggirare le distanze minime del Codice Civile. Solo le opere interamente sotterranee sono esenti dalle distanze.
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Rivalutazione monetaria: negato l’automatismo sul conguaglio
Gli eredi del proprietario originario di un terreno ceduto al Comune per edilizia popolare chiedono il conguaglio del prezzo di cessione e la rivalutazione monetaria sulle somme dovute. La Corte d'Appello riduce la somma stimata dal perito d'ufficio, considerando i vincoli urbanistici del terreno, ed esclude la rivalutazione automatica. La Corte di Cassazione rigetta sia il ricorso degli eredi sia quello del Comune. Conferma che il conguaglio è un debito di valuta e che la rivalutazione monetaria non spetta in modo automatico: il creditore deve avanzare una specifica domanda di risarcimento del maggior danno e provarne gli elementi costitutivi.
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Medici specializzandi: borsa valida, risarcimento negato
Un gruppo di medici specializzandi, iscritti ai corsi di specializzazione tra il 2002 e il 2007, ha fatto causa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. I professionisti lamentavano di aver ricevuto solo la borsa di studio prevista dalla vecchia normativa del 1991, richiedendo l'applicazione del trattamento economico e previdenziale più favorevole introdotto dal decreto legislativo del 1999. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il nuovo e più favorevole trattamento si applica solo a partire dall'anno accademico 2006/2007. Per gli anni precedenti, la borsa di studio già erogata costituiva un'adeguata remunerazione in linea con gli obblighi europei, rientrando nella discrezionalità dello Stato italiano la scelta di non estendere retroattivamente i successivi miglioramenti economici e previdenziali.
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Risarcimento medici specializzandi: lo Stato riduce i rimborsi
Il Medico Specializzando ha richiesto il risarcimento per la mancata tempestiva trasposizione delle direttive europee riguardanti la remunerazione dei corsi di specializzazione medica frequentati tra il 1988 e il 1992. La Corte d'Appello aveva quantificato l'indennizzo applicando i parametri più favorevoli del decreto legislativo del 1991. I Ministeri competenti hanno proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei Ministeri, stabilendo che per i corsi iniziati prima dell'anno accademico 1991/1992 si applica la quantificazione forfettaria inferiore prevista dalla legge del 1999. Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare la somma spettante a titolo di risarcimento medici specializzandi.
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Bancarotta riparata: quando i versamenti non salvano dal reato
L'amministratore di una società fallita è stato condannato per bancarotta fraudolenta per aver svenduto un'auto aziendale a un'altra sua impresa pochi giorni prima del fallimento. L'imputato ha invocato la tesi della bancarotta riparata, sostenendo di aver versato in precedenza somme superiori al valore del veicolo. La Corte di Cassazione ha rigettato questa tesi, precisando che i versamenti devono essere successivi all'atto di distrazione per poterlo riparare. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alle pene accessorie: la durata fissa di dieci anni è incostituzionale e deve essere rideterminata in misura variabile. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio solo per ricalcolare la durata di tali sanzioni accessorie.
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Misure alternative al trattenimento: limitate ma legittime
Un cittadino straniero ha impugnato il decreto del Giudice di Pace che convalidava le misure alternative al trattenimento (consegna del passaporto e obbligo di firma) disposte dalla Questura a seguito di un provvedimento di espulsione. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione, l'assenza di un limite temporale e la violazione del diritto di difesa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che il controllo del Giudice di Pace si limita alla verifica dei presupposti del rimpatrio e che le misure alternative al trattenimento non violano i diritti fondamentali, in quanto meno afflittive del trattenimento in un centro e assistite da adeguate garanzie difensive, anche in forma scritta.
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Sospensione termini custodia cautelare: negata la scarcerazione
Il Detenuto ha richiesto la scarcerazione sostenendo che i termini massimi della sua custodia in carcere fossero scaduti il 12 aprile 2021. Egli riteneva inapplicabile al suo caso la normativa emergenziale sul Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sospensione termini custodia cautelare prevista durante la pandemia si applica anche ai procedimenti in cui la scadenza finale cadeva oltre l'11 novembre 2020. Di conseguenza, il periodo di custodia è stato legittimamente prolungato per via della sospensione ex lege dal 9 marzo all'11 maggio 2020. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Bancarotta fraudolenta documentale: condanna per gli ex gestori
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta documentale a carico di tre ex amministratori di una società fallita. I primi due amministratori avevano tenuto la contabilità in modo da impedire la ricostruzione del patrimonio, mentre il terzo aveva sottratto i registri. I ricorsi dei primi due sono stati dichiarati inammissibili poiché generici e non confrontati con gli accertamenti della Guardia di Finanza. Il ricorso del terzo amministratore è stato respinto: la Suprema Corte ha escluso la violazione del principio del "ne bis in idem" rispetto a una precedente assoluzione per reati tributari. I due reati si differenziano sia per il periodo temporale considerato, sia per la natura delle scritture contabili protette, che nel caso del fallimento comprendono tutti i libri commerciali obbligatori e non solo quelli fiscali.
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Erogazione di finanziamenti pubblici: scontro Regione e privati
Due società di trasporto pubblico locale hanno citato in giudizio un'Amministrazione Regionale per ottenere il pagamento integrale dei contributi statali destinati a coprire gli aumenti salariali dei dipendenti. La Regione aveva infatti ridotto tali somme applicando un proprio meccanismo di compensazione. Costituendosi in giudizio, l'ente pubblico ha eccepito il difetto di giurisdizione, sostenendo che la controversia spettasse al giudice amministrativo poiché legata alla programmazione del servizio pubblico. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno rigettato il ricorso della Regione, confermando la giurisdizione del giudice ordinario. La Corte ha stabilito che, quando la lite riguarda solo il calcolo tecnico e l'erogazione di finanziamenti pubblici già spettanti per legge, senza alcuna valutazione discrezionale da parte della Pubblica Amministrazione, il privato vanta un diritto soggettivo pieno.
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Indennità integrativa speciale: lo Stato vince contro i dipendenti
Un gruppo di dipendenti del Ministero degli Affari Esteri ha fatto causa chiedendo il pagamento dell'indennità integrativa speciale per i periodi di servizio prestati all'estero. L'amministrazione aveva infatti decurtato tale importo dal loro stipendio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando che la legge del 2011 costituisce una legittima norma di interpretazione autentica. Tale norma chiarisce che il trattamento economico del personale all'estero non include l'indennità integrativa speciale. Di conseguenza, la decurtazione operata dal Ministero è corretta e non viola la Costituzione o i trattati internazionali. I lavoratori perdono la causa e sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Canone aggiuntivo idroelettrico: legittimo anche senza legge
Una società energetica ha impugnato la delibera della Regione Lombardia che, nel disporre la prosecuzione temporanea di dieci concessioni idroelettriche scadute, imponeva il pagamento di un canone aggiuntivo. La società sosteneva che tale canone violasse la riserva di legge prevista dalla Costituzione, poiché i criteri di calcolo erano stati definiti in via discrezionale dalla Giunta regionale. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il canone aggiuntivo non costituisce una tassa o un prelievo forzoso, bensì un corrispettivo per lo sfruttamento temporaneo di beni pubblici e impianti già ammortizzati. Di conseguenza, la determinazione delle modalità e degli importi del canone aggiuntivo non richiede una specifica copertura legislativa, rientrando nella legittima potestà regolatoria e contrattuale della Regione.
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Legittimo il discarico automatico dei ruoli: Cassa Forense perde
La Cassa Previdenziale ha impugnato la decisione che legittimava il discarico automatico dei ruoli per crediti inferiori a duemila euro iscritti a ruolo entro il 1999, gestiti dall'Agente della Riscossione. La ricorrente sosteneva che tale meccanismo equivalesse a un'espropriazione del credito senza indennizzo e a un aiuto di Stato illegittimo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il discarico automatico dei ruoli elimina solo il titolo esecutivo cartolare ma non estingue il diritto di credito sottostante, che l'ente può ancora riscuotere con i mezzi ordinari. Di conseguenza, l'Agente della Riscossione non è tenuto a riversare le somme per i ruoli annullati.
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Discarico automatico dei ruoli: il credito non si estingue
Un Ente di Previdenza ha richiesto il pagamento di somme non riscosse all'Agente della Riscossione. Quest'ultimo si è opposto invocando il discarico automatico dei ruoli per crediti vecchi e di basso importo, introdotto dalla legge per razionalizzare i bilanci pubblici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente di Previdenza. I giudici hanno chiarito che la perdita del titolo esecutivo esattoriale per i crediti inferiori a duemila euro non estingue il diritto di credito dell'ente. L'Ente di Previdenza può infatti ancora agire direttamente contro i singoli iscritti debitori con i normali strumenti del diritto civile. Pertanto, la legge non costituisce un'espropriazione senza indennizzo né un aiuto di Stato illecito.
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Ricorso per cassazione personale: la firma fai-da-te costa cara
Due imputati hanno proposto un ricorso per cassazione personale contro una sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Milano. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché sottoscritti personalmente dai ricorrenti e non da un difensore abilitato. La Corte ha ribadito che la riforma dell'articolo 613 del codice di procedura penale esclude la possibilità di presentare un ricorso per cassazione personale, richiedendo obbligatoriamente la rappresentanza tecnica di un avvocato cassazionista. Tale limitazione è pienamente legittima e non viola il diritto di difesa. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione: la firma personale costa tremila euro
Il Ricorrente ha presentato personalmente un ricorso per cassazione per impugnare una sentenza di condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'atto inammissibile poiché, in base all'articolo 613 del codice di procedura penale, l'atto deve essere obbligatoriamente sottoscritto da un difensore iscritto nell'albo speciale dei cassazionisti. I giudici hanno chiarito che tale limitazione non contrasta con il diritto di difesa personale garantito dalla Costituzione. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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