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Art. 112 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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1858 provvedimenti

Altri anni per Art. 112 Codice di Procedura Civile

Indennità di espropriazione: svalutazione sì, spese extra no
Una società autostradale si oppone alla stima dell'indennità di espropriazione e di occupazione temporanea dovuta a un ente pubblico. La Corte d'Appello determina le somme includendo il deprezzamento della parte residua e le spese per una nuova recinzione. Entrambe le parti ricorrono in Cassazione. La Suprema Corte accoglie parzialmente i ricorsi: cassa la decisione sulla recinzione perché non richiesta dall'espropriato, configurando un vizio di ultrapetizione, e stabilisce che l'indennità di occupazione temporanea deve essere calcolata includendo anche il deprezzamento della porzione residua. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare la corretta indennità di espropriazione.
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Vizio di ultrapetizione: vietato cancellare tasse non richieste
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la sentenza della Corte di Giustizia Tributaria che aveva dichiarato estinte intere cartelle esattoriali anziché la sola quota relativa al canone TV, come invece richiesto dall'ufficio competente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, ravvisando il vizio di ultrapetizione. I giudici di secondo grado hanno infatti superato i limiti della domanda, annullando anche debiti tributari diversi dal canone radiotelevisivo contenuti nelle stesse cartelle. La Suprema Corte ha quindi cassato la decisione e rinviato la causa alla Corte di Giustizia Tributaria della Sicilia per ricalcolare i crediti residui ancora dovuti dal contribuente.
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Prescrizione TARSU: la Cassazione annulla la cartella tardiva
Una società ha impugnato la richiesta di pagamento della tassa rifiuti (TARSU) del 2012, eccependo la prescrizione del tributo. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado ha respinto l'appello, ritenendo che un avviso bonario del 2014 avesse interrotto i termini. Tuttavia, i giudici d'appello hanno omesso di verificare se il termine fosse decorso nuovamente nei cinque anni successivi a tale interruzione, prima della notifica della cartella avvenuta a inizio 2020. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, rilevando l'omessa pronuncia e accertando nel merito che la prescrizione TARSU si era effettivamente compiuta nel 2019, tenuto conto dei periodi di sospensione di legge. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'atto impositivo e la relativa iscrizione a ruolo.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: Cassazione frena il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società per l'anno 2010, contestando l'utilizzo di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti. La Società si è difesa invocando sentenze favorevoli passate in giudicato per altre annualità e l'assoluzione penale del proprio amministratore. I giudici d'appello hanno rigettato i ricorsi della Società. La Corte di Cassazione ha invece accolto parzialmente il ricorso della Società, cassando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici di merito hanno omesso di pronunciarsi su eccezioni formali decisive (validità dell'accertamento e sanzioni) e hanno liquidato l'assoluzione penale dell'amministratore con una motivazione meramente apparente, definendola marginale senza spiegarne il motivo. Ora la causa dovrà essere interamente riesaminata.
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Notifica per irreperibilità: l’ex amministratrice perde la causa
Un condominio ha citato in giudizio l'ex amministratrice per ottenere il risarcimento dei danni da cattiva gestione. Condannata in primo grado in contumacia, l'ex amministratrice ha proposto appello tardivo, sostenendo di non aver mai saputo della causa a causa di una nullità nella notifica dell'atto di citazione. Secondo la donna, l'avviso di deposito non era stato affisso alla porta della sua abitazione, ma al portone del complesso residenziale. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la notifica per irreperibilità era valida: la relata dell'ufficiale giudiziario attestava l'affissione alla porta dell'abitazione e faceva piena prova fino a querela di falso. L'ex amministratrice perde definitivamente la causa.
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Annullamento automatico delle cartelle: la prova batte il silenzio
Una contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento sostenendo di non aver mai ricevuto le cartelle esattoriali e chiedendo l'annullamento automatico delle cartelle ai sensi della Legge di Stabilità 2013, per mancata risposta dell'ente entro 220 giorni. L'Amministrazione Finanziaria ha dimostrato in appello la regolare notifica delle cartelle tramite gli avvisi di ricevimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che per ottenere l'annullamento automatico delle cartelle non basta presentare una generica istanza, ma occorre allegare e dimostrare uno dei presupposti specifici previsti dalla legge. La contribuente è stata condannata a pagare le spese di giudizio e una sanzione pecuniaria per aver proposto un ricorso palesemente infondato.
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Accertamento induttivo e costi deducibili: vittoria in Cassazione
Un'impresa riceve un avviso di accertamento basato su indagini bancarie. Durante il processo, chiede la definizione agevolata pagando la prima rata con compensazione IVA, ma l'ufficio rifiuta. I giudici d'appello confermano il rifiuto e l'accertamento con una motivazione sintetica che richiama solo la sentenza di primo grado. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'impresa. I giudici stabiliscono che la sentenza d'appello è nulla se si limita a una motivazione "per relationem" senza esaminare le difese del contribuente. Inoltre, in tema di accertamento induttivo e costi deducibili, la Corte riafferma che il contribuente può sempre dimostrare l'esistenza di costi di produzione forfettari da sottrarre ai maggiori ricavi presunti dai prelievi bancari. La causa viene rinviata per un nuovo esame.
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Soccombenza virtuale: chi abbandona la causa paga le spese
Un cittadino chiede il risarcimento dei danni a una controparte, la quale propone domande riconvenzionali poi abbandonate nel corso del giudizio. Il tribunale rigetta la richiesta principale e condanna il cittadino alle spese, ritenendo rinunciate le domande della controparte. In appello, il cittadino viene condannato anche a pagare le spese della controparte rimasta contumace. La Cassazione accoglie il ricorso del cittadino: la rinuncia a una domanda equivale a un rigetto e impone di regolare le spese secondo la soccombenza virtuale. Inoltre, non si possono liquidare le spese a favore del contumace che non ha svolto attività difensiva. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Accertamenti bancari: la prova plausibile non salva dal Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una commerciante di gioielli, contestando versamenti e prelevamenti ingiustificati emersi da indagini finanziarie. La Corte di Giustizia Tributaria regionale aveva annullato l'atto ritenendo sufficienti le spiegazioni plausibili fornite dalla contribuente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che in tema di accertamenti bancari opera una presunzione legale a favore dell'erario. Per superare tale presunzione, il contribuente non può limitarsi a giustificazioni generiche o plausibili, ma deve fornire una prova analitica e rigorosa per ogni singola movimentazione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Cumulo giuridico delle sanzioni: tasse dovute ma sanzioni ridotte
Il Fallimento di una società ha impugnato gli avvisi di accertamento TARSU e TARI emessi dal Concessionario per l'omessa dichiarazione di ampie aree scoperte. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi riguardanti la validità degli accertamenti, confermando che l'atto impositivo era sufficientemente motivato anche senza l'allegazione immediata dei rilievi satellitari. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sul calcolo delle sanzioni. La Cassazione ha stabilito che per le violazioni TARSU e TARI commesse prima del settembre 2024 si applica il cumulo giuridico delle sanzioni. Trattandosi di tributi simili con obblighi dichiarativi omogenei, le violazioni sono della stessa indole. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio per ricalcolare la sanzione complessiva in modo più favorevole al contribuente.
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Accertamento bancario: il fisco perde per una svista dei giudici
Un contribuente ha impugnato un avviso di accertamento basato su un accertamento bancario per l'anno 2008. La Corte di Giustizia Tributaria regionale aveva confermato la pretesa del fisco, ignorando una prova decisiva e confondendo un addebito già risolto con un accredito ancora contestato. In particolare, i giudici d'appello avevano scambiato l'autore di una dichiarazione scritta (il fratello del contribuente che confermava l'acquisto di un gommone per 10.000 euro) attribuendola erroneamente al contribuente stesso, privandola di valore probatorio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, evidenziando il grave travisamento delle prove e l'omessa pronuncia su un'altra somma contestata. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Inerenza delle passività: mutuo non deducibile nel conferimento
Una Società e un'Azienda Agricola hanno impugnato la rideterminazione dell'imposta di registro su un conferimento societario di terreni edificabili. Le contribuenti volevano dedurre dalla base imponibile l'importo di un mutuo ipotecario accollato alla società. L'Agenzia delle Entrate ha negato la deduzione per mancanza del requisito di inerenza delle passività, ritenendo il mutuo un debito personale del socio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle contribuenti, confermando che, per ridurre il valore imponibile del conferimento, è indispensabile dimostrare l'inerenza delle passività all'immobile o all'oggetto sociale. Non avendo fornito prove sulle spese di valorizzazione dei terreni, le società perdono la causa e devono pagare le spese di giudizio.
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Ammortamento beni in comodato: fisco battuto in Cassazione
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una Società la deduzione dei costi di ammortamento per macchinari concessi in comodato d'uso gratuito ai clienti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società, stabilendo un principio fondamentale sull'ammortamento beni in comodato. I giudici hanno chiarito che le quote di ammortamento sono deducibili anche se i macchinari si trovano presso i clienti. È sufficiente che i beni servano a facilitare l'uso dei prodotti venduti e a incrementare le vendite, rientrando così nel programma economico aziendale. La Cassazione ha quindi annullato la decisione precedente, rinviando la causa per un nuovo esame di tutti i punti non adeguatamente motivati dai giudici d'appello, tra cui le contestazioni su costi e IVA.
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Rinuncia agli atti del giudizio: niente spese senza domanda
Un'azienda ha dichiarato la rinuncia agli atti del giudizio prima che la controparte si costituisse in appello. La controparte si è costituita successivamente al solo fine di accettare l'estinzione, senza richiedere il rimborso delle spese. Nonostante ciò, la Corte d'Appello ha condannato l'azienda al pagamento delle spese legali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che, in caso di rinuncia agli atti del giudizio antecedente alla costituzione della controparte, non è dovuta alcuna condanna alle spese se quest'ultima non ha formulato una specifica domanda in tal senso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha eliminato la condanna alle spese a carico dell'azienda.
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Scomputo delle ritenute d’acconto: perché la fattura non basta
Un libero professionista ha impugnato una cartella di pagamento dell'Agenzia delle Entrate che richiedeva il pagamento di imposte non versate. Il contribuente sosteneva di avere diritto allo scomputo delle ritenute d'acconto sulla base delle sole fatture emesse, ritenendo il cliente, in qualità di sostituto d'imposta, l'unico responsabile del mancato versamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sola fattura non prova l'effettiva trattenuta del tributo. Per ottenere lo scomputo delle ritenute d'acconto non certificate, il professionista deve dimostrare, tramite estratti conto bancari o dichiarazioni sostitutive, di aver ricevuto il compenso già decurtato della ritenuta. Il professionista perde la causa e deve pagare le imposte, le sanzioni e le spese legali.
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Indennità suppletiva di clientela: tutele salve, spese tagliate
Un agente di commercio ha chiesto il pagamento di diverse spettanze di fine rapporto all'azienda mandante. La Corte d'Appello ha negato l'indennità di fine rapporto ex art. 1751 c.c. per mancanza di prove sull'incremento della clientela, ma ha riconosciuto l'indennità suppletiva di clientela prevista dalla contrattazione collettiva. L'agente ha fatto ricorso in Cassazione contestando tale distinzione e la liquidazione al ribasso delle spese legali. La Suprema Corte ha rigettato i motivi di merito, confermando che l'indennità suppletiva di clientela non richiede i rigidi presupposti di quella codicistica, fondandosi sull'equità e sulla mera cessazione del rapporto per iniziativa del mandante. Ha invece accolto il motivo sulle spese di lite, rideterminandole in favore dell'agente poiché il giudice d'appello aveva violato i minimi tariffari inderogabili.
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Motivazione apparente: azienda vince contro sentenza vuota
Un lavoratore ha ottenuto un provvedimento d'urgenza per essere assunto da un'azienda con la qualifica del precedente impiego. Successivamente, ha chiesto l'inquadramento a un livello superiore del contratto collettivo applicato dall'azienda. La Corte d'Appello ha dato ragione al lavoratore, ritenendo che la questione fosse ormai chiusa per via di un precedente giudicato. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, dichiarando la nullità della sentenza per motivazione apparente. I giudici d'appello non hanno spiegato in modo logico perché il precedente provvedimento, basato su un altro contratto collettivo, dovesse coprire anche il nuovo inquadramento. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Decadenza accertamento TARSU: il Comune deve provare i tempi
Una società ha impugnato un avviso di accertamento TARSU per gli anni dal duemila dieci al duemila dodici emesso dal Comune. La contestazione riguardava la decadenza accertamento TARSU per l'anno duemila dieci e l'errata applicazione delle tariffe. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della contribuente, stabilendo che spetta all'Amministrazione Finanziaria, e non al contribuente, dimostrare il rispetto dei termini di decadenza del potere impositivo. Inoltre, i giudici di merito avrebbero dovuto accogliere la riduzione delle tariffe già ammessa dallo stesso Comune durante il giudizio. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado per un nuovo esame.
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Sopravvenuta carenza di interesse: ricorso inutile se c’è revoca
Un contribuente impugnava un avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate contestava un'attività non dichiarata di compravendita di opere d'arte. Dopo le decisioni sfavorevoli nei primi due gradi di giudizio, il contribuente proponeva ricorso in Cassazione. Tuttavia, nel frattempo, veniva accolta la domanda di revocazione della sentenza d'appello impugnata. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché la sentenza impugnata ha perso efficacia a seguito della revocazione, non vi è più alcuna utilità pratica nell'esaminare i motivi del ricorso. Le spese di giudizio sono state interamente compensate tra le parti.
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Cessione dei crediti in blocco: no a decisioni a sorpresa
Una banca ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una società debitrice e i suoi fideiussori. Successivamente, una società veicolo è intervenuta nel giudizio affermando di aver acquistato il credito tramite una cessione dei crediti in blocco. La Corte d'Appello ha negato la legittimazione della cessionaria, ritenendo non provata l'inclusione dello specifico credito nella cessione, accogliendo un'eccezione sollevata dai debitori solo nella comparsa conclusionale. La Cassazione ha annullato la sentenza: sebbene il giudice possa rilevare d'ufficio il difetto di legittimazione, trattandosi di una questione mista di fatto e di diritto, avrebbe dovuto obbligatoriamente sottoporre la questione al contraddittorio delle parti, concedendo termini per difendersi. La cessionaria vince il ricorso e la causa torna in appello.
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