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Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

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2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Tentato omicidio: quando l’incidente stradale salva la vittima
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dodici anni di reclusione per un uomo accusato di concorso in tentato omicidio, rapina e porto illegale di armi, con l'aggravante del metodo mafioso. L'imputato, insieme ad altri complici armati, aveva teso un agguato alla vittima designata, inseguendola in auto fino a provocarne il tamponamento. L'azione si era interrotta solo a causa del danneggiamento della vettura degli aggressori, che avevano poi rapinato un passante per fuggire. La difesa sosteneva che si trattasse di atti meramente preparatori e invocava la desistenza volontaria. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'appostamento e l'inseguimento armato costituiscono un idoneo e univoco inizio di esecuzione del delitto, mentre l'interruzione forzata dovuta al guasto meccanico esclude qualsiasi ipotesi di desistenza spontanea.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: sì al carcere
Due trasportatori sono stati arrestati per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina pluriaggravato, sorpresi a trasportare migranti vicino al confine italo-sloveno. La difesa ha impugnato la custodia in carcere, eccependo la nullità dei verbali dei migranti per l'omessa indicazione delle generalità dell'interprete e contestando la sussistenza dei gravi indizi. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'omessa indicazione dell'interprete nei verbali della polizia costituisce una mera irregolarità e non comporta l'inutilizzabilità delle dichiarazioni. Inoltre, la Corte ha confermato la legittimità della custodia in carcere, evidenziando il pericolo concreto di recidiva e il collegamento stabile dei soggetti con organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani.
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Concorso in porto illegale di armi: risponde anche chi non spara
Un gruppo di persone ha organizzato una spedizione punitiva in un bar. Uno dei partecipanti portava una pistola ben visibile sulla cintura, usata per minacciare i presenti e per sparare tre colpi in aria all'esterno. Il Partecipe, giunto sul posto con un'auto diversa, ha contestato la custodia in carcere sostenendo di non sapere dell'arma. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. La Corte ha stabilito che si configura il concorso in porto illegale di armi per chi partecipa a un'azione criminosa programmata che prevede l'uso di un'arma, anche se questa è nell'esclusiva disponibilità materiale di un altro complice.
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Frode assicurativa: condannati i finti feriti del sinistro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per frode assicurativa in concorso. Gli imputati avevano richiesto il risarcimento per lesioni personali che, tuttavia, non presentavano alcun nesso di causa con il sinistro stradale denunciato. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e limitati a questioni di fatto, non consentendo un nuovo esame di legittimità. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali, a una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende e alla rifusione delle spese di difesa sostenute dalla compagnia assicurativa costituitasi parte civile.
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Ricettazione di carte di credito: la plastica costa cara
Due donne sono state condannate per il reato di ricettazione in concorso per aver utilizzato una carta bancomat provvista di PIN. Le imputate hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, il mancato riconoscimento dell'attenuante della lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che la ricettazione di carte di credito non può essere considerata di lieve entità basandosi sul solo valore economico del pezzo di plastica. La carta di credito possiede infatti un valore strumentale che consente di effettuare molteplici acquisti e prelievi. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Rapina impropria: condannato il palo anche con bottino minimo
Due uomini sono stati condannati per concorso in rapina impropria aggravata. Uno dei due ha agito come "palo" in pieno centro cittadino, mentre l'altro ha sottratto un cellulare e una banconota. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati. La Corte ha chiarito che il ruolo di "palo" non consente di ottenere l'attenuante del contributo di minima importanza, poiché facilita l'azione e garantisce l'impunità dei complici. Inoltre, per il reato di rapina impropria, non basta il modesto valore economico del bene sottratto per ottenere l'attenuante del danno di speciale tenuità. Trattandosi di un reato plurioffensivo, occorre valutare anche la violenza e la lesione della libertà e dell'integrità fisica e morale della vittima. I ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Concorso morale nel reato: pianificare l’aiuto costa la condanna
Cinque imputati sono stati condannati per rapina aggravata dopo il ritrovamento del loro DNA su bicchieri e oggetti in un casolare usato come base operativa. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità della prova genetica per vizi nella convalida del sequestro e chiedeva di riqualificare il fatto in favoreggiamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno stabilito che l'accordo preventivo di prestare aiuto dopo il delitto configura un pieno concorso morale nel reato e non un mero favoreggiamento. Inoltre, l'eventuale mancata convalida del sequestro non inficia l'utilizzabilità degli accertamenti scientifici compiuti sui beni.
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Protesta o reato? Cassazione severa sulla resistenza a pubblico ufficiale
Durante una protesta studentesca a Bologna, un gruppo di manifestanti ha occupato l'università, scontrandosi con le forze dell'ordine, bloccando il traffico e danneggiando arredi. Gli imputati sono stati condannati per vari reati, tra cui la resistenza a pubblico ufficiale. Gli stessi hanno fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le loro azioni (come il lancio di uova o lo spostamento di transenne) fossero avvenute dopo lo sgombero e che mancasse la prova del loro contributo individuale. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che la resistenza a pubblico ufficiale comprende anche il mantenimento dell'ordine pubblico successivo all'atto principale e che la semplice presenza attiva nel gruppo può rafforzare l'intento criminoso comune, configurando il concorso nel reato.
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Custodia cautelare in carcere: la granata nascosta nel fondo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato, accusato di detenzione illegale di una granata da guerra trovata in un terreno recintato. La difesa sosteneva che l'ordigno fosse sotterrato in una porzione di fondo non gestita direttamente dall'indagato, ma dal nonno. I giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso. Diversi elementi di fatto smentiscono la tesi difensiva: l'indagato possedeva le chiavi dell'intero fondo, accudiva un cane nella zona del ritrovamento e aveva mostrato un atteggiamento non collaborativo durante la perquisizione. Inoltre, i suoi accertati legami con la criminalità organizzata locale escludono l'ipotesi che terzi estranei abbiano nascosto l'arma a sua insaputa.
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Bomba alla pizzeria: i gravi indizi di colpevolezza reggono
Il Tribunale del Riesame ha confermato gli arresti domiciliari per un uomo accusato di aver collaborato all'esplosione di un ordigno davanti a una pizzeria. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sua identificazione tramite telecamere e la mancanza di prove sul suo reale contributo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nella fase delle misure cautelari, non serve la certezza assoluta della colpevolezza, ma bastano i gravi indizi di colpevolezza. La Cassazione non può riesaminare i fatti o le prove, ma deve solo controllare la logicità della motivazione del giudice precedente. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso, resta ai domiciliari e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere pur senza occasioni
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un detenuto che aveva partecipato attivamente a una violenta rivolta carceraria durante la pandemia da Covid-19. Il ricorrente aveva danneggiato la struttura con spranghe di ferro e tentato di aggredire il direttore. Il giudice di primo grado aveva escluso le esigenze cautelari ritenendo la situazione eccezionale e irripetibile. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato deve basarsi sulla personalità antisociale del soggetto e sulla gravità dei suoi precedenti, non sulla presenza di un'immediata occasione per delinquere. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando la legittimità della misura cautelare massima applicata dal Tribunale del Riesame.
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Gravi indizi di colpevolezza: incastrato dalla sua stessa voce
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza cautelare per furto pluriaggravato in concorso con il fratello. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura basandosi su intercettazioni ambientali chiarissime, in cui l'indagato ammetteva esplicitamente l'attivit illecita dicendo "sto rubando", e sul suo ruolo di vedetta. La difesa contestava la valutazione delle prove, ma la Cassazione ha ribadito che il giudizio di legittimit non pu rivalutare il merito dei fatti se la motivazione del giudice di merito logica e coerente. Di conseguenza, sussistono i gravi indizi di colpevolezza necessari per la misura cautelare.
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Rivolta in cella e pericolo di reiterazione del reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un detenuto accusato di devastazione durante una rivolta in un istituto penitenziario. Il soggetto aveva divelto un cancello d'ingresso, agevolando l'evasione di altri reclusi. Nonostante la difesa sostenesse l'eccezionalità del contesto pandemico in cui si erano svolti i fatti, i giudici hanno ritenuto sussistente un concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. Tale valutazione si fonda sulla gravità della condotta, sul ruolo organizzativo del soggetto e sui suoi numerosi precedenti penali per reati violenti. La Suprema Corte ha stabilito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una nuova occasione per delinquere, ma si desume dalla spiccata propensione a violare la legge e dall'inadeguatezza di misure meno severe.
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Abuso edilizio: condannati i tecnici per i permessi illegittimi
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale di due funzionari comunali per il reato di abuso edilizio. I tecnici avevano rilasciato un permesso di costruire illegittimo per la copertura di un garage, a sua volta edificato abusivamente anni prima. Inoltre, il progetto approvato violava le altezze massime consentite dal regolamento locale. La Suprema Corte ha chiarito che il funzionario pubblico risponde di concorso nel reato se rilascia un titolo edilizio illegittimo con colpa cosciente. Poiché i ricorrenti non hanno contestato tutti i motivi autonomi della condanna, il ricorso è stato dichiarato inammissibile. Di conseguenza, non è stato possibile applicare la prescrizione del reato, e i funzionari sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: bluff o vero aiuto?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura contro la revoca delle misure cautelari a carico di un noto professionista, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L'accusa sosteneva che l'indagato si fosse messo a disposizione di un clan per reperire verbali segreti di un collaboratore di giustizia. Tuttavia, il Tribunale del Riesame ha ritenuto che tale promessa fosse una semplice millanteria, priva di reale efficacia causale per favorire l'associazione criminale. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito delle prove se la motivazione del giudice territoriale è logica e coerente. Vince il professionista, per il quale viene confermata la revoca della misura cautelare.
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Furto pluriaggravato: ricorso inutile e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la condanna per concorso in furto pluriaggravato. I giudici di legittimità hanno chiarito che i motivi di ricorso volti a richiedere una nuova valutazione delle prove non sono ammissibili in Cassazione. Inoltre, la determinazione della pena da parte dei giudici di merito è stata ritenuta corretta e ben motivata in base ai precedenti penali dell'imputato e alla gravità del fatto. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso impedisce anche la dichiarazione di prescrizione del reato maturata successivamente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto in abitazione: ricorso respinto e multa da tremila euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per concorso nel reato di furto in abitazione. L'imputato contestava la valutazione delle prove e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove di merito se la motivazione della sentenza impugnata è logica e coerente. Inoltre, la richiesta di attenuanti generiche è stata ritenuta inammissibile poiché non era stata proposta in sede di appello e, in ogni caso, la pena era stata correttamente quantificata in base ai precedenti penali del condannato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso in lesioni personali: condannato chi spalleggia l’aggressore
Un uomo è stato condannato per i reati di percosse e lesioni personali per aver spalleggiato l'autore materiale di un'aggressione fisica. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena a otto mesi di reclusione e tremila euro di multa, concedendo la sospensione condizionale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di prove sul suo effettivo apporto all'azione violenta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale a titolo di concorso in lesioni personali. I giudici hanno evidenziato che la condotta di spalleggiare l'aggressore principale costituisce un contributo materiale e morale concreto, pienamente provato dalle testimonianze raccolte. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: rubare per 700 euro non è un danno lieve
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per concorso in furto aggravato. L'imputato contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità per la sottrazione di beni del valore di circa 700 euro e l'applicazione della recidiva reiterata. I giudici hanno chiarito che un danno di 700 euro non può considerarsi di speciale tenuità. Inoltre, hanno confermato la legittimità della recidiva, evidenziando la perdurante inclinazione a delinquere del soggetto, desunta dai numerosi e gravi precedenti penali distribuiti nel tempo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per furto e tentato furto in abitazione. L'imputato contestava il calcolo della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche, che in realtà gli erano già state riconosciute nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di impugnazione erano del tutto generici, privi di specificità e basati su semplici formule di stile, senza indicare i reali errori commessi dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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