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Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

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2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Pericolo di reiterazione del reato: sì al carcere dopo 3 anni
Durante le proteste in un istituto penitenziario nel marzo 2020, un detenuto partecipava attivamente a gravi atti di devastazione, distruggendo arredi e uffici. Il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere, provvedimento impugnato dalla difesa che eccepiva l'assenza di un attuale pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e il contesto emergenziale della pandemia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza di una specifica occasione per delinquere, ma si desume dalla gravità della condotta violenta e dai precedenti penali del soggetto, elementi che dimostrano una spiccata incapacità di autocontrollo, rendendo irrilevante il mero decorso del tempo.
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Pericolo di reiterazione del reato: dai domiciliari al carcere
Durante una violenta rivolta in un istituto penitenziario, un detenuto partecipava attivamente a gravi atti di devastazione, distruggendo arredi, appiccando incendi e favorendo l'evasione di massa. Successivamente, l'indagato veniva ammesso alla detenzione domiciliare per un'altra causa. Il Tribunale del Riesame disponeva comunque la custodia in carcere, ravvisando un concreto pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che il beneficio della detenzione domiciliare, concesso senza considerare i gravi fatti della rivolta, non esclude l'attualità delle esigenze cautelari. La condotta violenta e la totale mancanza di autocontrollo dimostrano la persistenza della pericolosità sociale del soggetto, rendendo necessaria la misura carceraria.
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Furto e inammissibilità del ricorso per cassazione
Due imputati, condannati in appello per furto in concorso continuato, hanno proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione per due motivi principali. In primo luogo, il ricorso è risultato generico e privo degli elementi specifici necessari a contestare la decisione precedente. In secondo luogo, la questione sollevata non era stata precedentemente presentata durante il giudizio di appello, rendendola non proponibile per la prima volta in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Fuga dopo lo scippo: è concorso di persone nel reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto con strappo a carico di un soggetto che ha agevolato la fuga del complice subito dopo lo scippo di una borsa. Il ricorrente chiedeva di riqualificare il fatto in favoreggiamento personale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che si configura il concorso di persone nel reato anche quando il contributo è solo di agevolazione o facilitazione della fuga, basato su un'intesa istantanea. Chi aiuta il ladro a scappare subito dopo il furto risponde quindi come coautore del furto stesso e non per il meno grave reato di favoreggiamento.
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Furto aggravato: inammissibilità del ricorso per cassazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto condannato per furto aggravato in concorso. La difesa ha contestato la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle prove operata nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già respinti in appello. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Lesioni personali aggravate: ricorso respinto e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di lesioni personali aggravate in concorso. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove o sostituire la propria ricostruzione storica a quella dei giudici di merito. Inoltre, i motivi di ricorso si limitavano a ripetere le difese già respinte in appello, senza muovere critiche specifiche alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la condanna è stata confermata in via definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto in abitazione: quando l’atto preparatorio è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato furto in abitazione a carico di un soggetto sorpreso a compiere atti preparatori idonei e diretti in modo inequivocabile a svaligiare una casa. L'imputato aveva contestato la qualificazione del fatto come tentativo, ritenendo i propri atti solo preparatori e non esecutivi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che per la configurabilità del tentativo rilevano anche gli atti preparatori quando dimostrano che l'agente ha pianificato l'azione nei dettagli e ha iniziato ad attuarla con elevata probabilità di successo. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lesioni personali aggravate: no a sconti di pena in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di lesioni personali aggravate in concorso. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la gravità della pena. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione, specialmente in presenza di una doppia conforme di condanna basata su testimonianze e certificati medici. Inoltre, le contestazioni sulla pena non erano state sollevate in appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ruolo del palo nel furto: condanna piena anche senza rubare
Il caso riguarda un tentativo di furto aggravato commesso da quattro persone. Uno dei complici ha svolto la funzione di vedetta esterna. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. La Suprema Corte ha chiarito che il ruolo del palo nel furto non può essere considerato di minima importanza. Infatti, la presenza di una vedetta facilita l'azione criminosa, ne aumenta l'efficienza e garantisce l'impunità dei complici. Di conseguenza, non è applicabile l'attenuante della minima partecipazione. Inoltre, i giudici hanno escluso la particolare tenuità del fatto a causa della non occasionalità della condotta, avendo la banda tentato un altro furto lo stesso giorno. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rissa con armi: negata la particolare tenuità del fatto
Un gruppo di persone è stato condannato per il reato di rissa aggravata da lesioni personali, commesso utilizzando calci, pugni e corpi contundenti. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la decisione dei giudici di merito. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla particolare tenuità del fatto richiede un esame complessivo della condotta, della colpevolezza e del danno. Nel caso specifico, la violenza delle azioni e l'uso di oggetti atti a offendere escludono categoricamente la possibilità di considerare l'episodio come di lieve entità. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Scavalcare un muro costa caro: è furto con mezzo fraudolento
Due soggetti sono stati condannati per tentato furto in concorso ai danni di un'azienda. Per compiere il fatto, i colpevoli avevano scavalcato il muro di cinta dello stabilimento. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione dell'aggravante del mezzo fraudolento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno stabilito che scavalcare una recinzione per entrare in una proprietà privata configura pienamente il reato di furto con mezzo fraudolento. Questa condotta rappresenta infatti un'azione scaltra e insidiosa, idonea a eludere le normali difese predisposte dal proprietario del bene. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva nei reati: la Cassazione conferma la condanna per furto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto in abitazione in concorso. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e l'applicazione della recidiva e della dichiarazione di abitualità. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione. Inoltre, la Corte ha stabilito un importante principio sulla recidiva nei reati: quando questa circostanza aggravante è contestata per più reati di diversa indole, essa si riferisce a ciascuno di essi. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna definitiva
Due soggetti, condannati per furto aggravato in concorso a sei mesi di reclusione e duecento euro di multa, hanno proposto ricorso davanti alla Suprema Corte. I ricorrenti lamentavano una presunta illogicità della sentenza della Corte di Appello di Milano. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano la semplice ripetizione di quanto già dedotto e respinto in appello, senza muovere una critica specifica alla decisione impugnata. Inoltre, i ricorrenti pretendevano una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Opposizione a decreto penale: i limiti per la rinuncia
Due imputati sono stati condannati per furto aggravato in concorso. Hanno proposto ricorso in Cassazione contestando, tra l'altro, la disciplina applicabile alla rinuncia all'opposizione a decreto penale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'eventuale rinuncia all'opposizione a decreto penale deve necessariamente intervenire prima dell'apertura del dibattimento e a condizione che il decreto stesso non sia già stato revocato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione e duecento euro di multa per ciascun ricorrente, condannandoli anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto in abitazione: ricorso generico e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per tentato furto in abitazione aggravato. L'imputato aveva contestato la decisione della Corte d'Appello lamentando un vizio di motivazione sulla propria responsabilità penale. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici, astratti e privi di un reale confronto con le ragioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato in concorso: no al ricorso se i fatti sono certi
Tre imputati sono stati condannati in appello per il reato di furto aggravato in concorso. Gli stessi hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la ricostruzione del loro contributo materiale nel reato, la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti spettano esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente la causa e sono condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Oltraggio a magistrato in udienza: condannato l’avvocato
Un avvocato è stato condannato per il reato di oltraggio a magistrato in udienza dopo aver rivolto frasi offensive a un pubblico ministero durante un processo. Il professionista aveva accusato il magistrato di ignoranza e negligenza, invitandolo sarcasticamente a studiare i concetti base del diritto del primo anno di università e minacciando azioni disciplinari per screreditarlo. L'avvocato ha proposto ricorso straordinario in Cassazione, sostenendo che le sue parole fossero solo una difesa accalorata e che l'offesa derivasse dal suo assistito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che dare dell'ignorante a un magistrato supera il limite della critica legittima e offende direttamente la reputazione del professionista e il prestigio della funzione giudiziaria.
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Concorso in tentata estorsione: la presenza silenziosa è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di traffico di stupefacenti e concorso in tentata estorsione. L'indagato aveva agevolato l'acquisto di droga dall'estero e, successivamente, teso un tranello al suo stesso complice, attirandolo in una stazione di servizio. Qui, un esponente di un clan locale aveva minacciato la vittima per estorcerle sessantamila euro come tassa sullo spaccio. La Suprema Corte ha ribadito che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto, finalizzata a dare forza e sicurezza all'estorsore principale, configura pienamente il concorso in tentata estorsione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: profitto contro clan
La Corte di Cassazione ha affrontato un complesso caso di associazione mafiosa, estorsione e corruzione, ridefinendo i confini del concorso esterno in associazione mafiosa. La vicenda ruota attorno alle attività di un clan e ai suoi rapporti con imprenditori collusi e pubblici ufficiali infedeli che fornivano informazioni riservate. La Suprema Corte ha chiarito che l'aggravante dell'agevolazione mafiosa può coesistere con il fine di lucro personale e che l'aggravante delle armi non si estende automaticamente al concorrente esterno senza prova della sua effettiva conoscenza. Ha inoltre stabilito che l'estorsione aggravata da "più persone riunite" richiede la simultanea presenza fisica di almeno due soggetti al momento della minaccia. Di conseguenza, la Corte ha assolto senza rinvio il figlio di un imprenditore, ha annullato parzialmente con rinvio le posizioni di altri imputati per ricalcolare le pene o rivalutare specifiche aggravanti, e ha rigettato i ricorsi restanti.
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Pena illegale per furto: la Cassazione annulla la condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di quattro imputati condannati per furto. Per due di essi, la Corte d'Appello aveva applicato una pena base di quattro anni di reclusione. Tuttavia, a seguito del bilanciamento in equivalenza tra aggravanti e attenuanti, la sanzione doveva rientrare nei limiti del furto semplice (massimo tre anni). I giudici di legittimità hanno quindi riscontrato una pena illegale, poiché superiore al massimo edittale previsto dalla legge. Inoltre, per uno dei ricorrenti, i giudici d'appello avevano omesso di proseguire il dibattimento dopo il rigetto del concordato. La Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza per i due ricorrenti principali, disponendo la trasmissione degli atti ad altra sezione per la rideterminazione della sanzione, mentre ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri due imputati.
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