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Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

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2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Giudizio abbreviato: addio eccezioni, confermata la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per la coltivazione di una vasta piantagione di marijuana, con l'aggravante di aver agevolato un'associazione criminale. Due di loro, identificati come il promotore e il collaboratore familiare, e un terzo, operante come consulente tecnico, hanno presentato ricorso in Cassazione. Tra i motivi di ricorso, l'esperto ha contestato la competenza territoriale del giudice. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando che la richiesta di giudizio abbreviato sana le nullità non assolute e preclude qualsiasi contestazione sulla competenza territoriale del giudice. Di conseguenza, le condanne sono state confermate e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e, per i primi due, anche a una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di spaccio: condanna per il complice in treno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un uomo accusato di concorso nel reato di spaccio di 131 grammi di cocaina. Lo stupefacente era occultato nel corpo della complice durante un viaggio in treno. La difesa sosteneva la tesi della semplice connivenza passiva e richiedeva la riqualificazione del fatto come ipotesi di lieve entità. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che le intercettazioni telefoniche dimostravano il ruolo attivo dell'imputato nell'organizzazione del trasporto e nell'acquisto della droga. Inoltre, la Cassazione ha escluso la lieve entità a causa del quantitativo elevato, della stabilità dell'attività di spaccio e della finalità di lucro. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no allo sconto per la rete organizzata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per spaccio continuato di eroina. La difesa chiedeva il riconoscimento dello spaccio di lieve entità, sostenendo si trattasse di piccolo spaccio occasionale. I giudici hanno invece confermato la gravità del fatto, evidenziando una struttura organizzata, cessioni ripetute a numerosi clienti e l'uso di utenze telefoniche dedicate. La Corte ha ribadito che per escludere lo spaccio di lieve entità basta anche un solo elemento negativo, come la continuità dell'attività o la pericolosità della sostanza. Di conseguenza, sono state negate le attenuanti generiche ed è stata confermata l'espulsione dal territorio nazionale, oltre alla condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di sostanze stupefacenti: intercettazioni decisive
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di cinque soggetti condannati per traffico di sostanze stupefacenti. Gli imputati, divisi tra fornitori e spacciatori locali, erano stati incastrati da intercettazioni telefoniche, ambientali e riprese video che documentavano passaggi di ingenti quantitativi di droga (cocaina e hashish) in Sicilia. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione e l'interpretazione dei colloqui intercettati spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere ridiscussi in sede di legittimità, a meno di palesi illogicità. Di conseguenza, le condanne precedenti sono state confermate e i ricorrenti condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ne bis in idem: spaccio ripetuto e sconti di pena negati
L'Imputato veniva condannato per plurimi episodi di spaccio di cocaina commessi in diversi giorni. La difesa eccepiva la violazione del principio del Ne bis in idem, sostenendo che l'imputato fosse già stato condannato in via definitiva per l'ultimo episodio di spaccio avvenuto il giorno dell'arresto. La Corte di Cassazione ha rigettato questo motivo, chiarendo che le cessioni di droga avvenute in giorni diversi e a soggetti differenti costituiscono reati autonomi. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul calcolo della pena, rilevando che la Corte d'Appello ha omesso di applicare la riduzione prevista per il rito abbreviato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando alla Corte d'Appello per ricalcolare correttamente la pena, mentre la condanna per i reati contestati è diventata definitiva.
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Spaccio e aggravante del metodo mafioso: no alla lieve entità
Tre imputati sono stati condannati per spaccio continuativo di marijuana all'interno di una piazza di spaccio controllata da un noto clan camorristico. La Corte d'Appello ha applicato l'aggravante del metodo mafioso, poiché l'attività illecita prevedeva il pagamento di un dazio al clan per finanziare l'organizzazione. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione contestando tale aggravante e chiedendo la riqualificazione del fatto come di lieve entità. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando che la gestione organizzata di una piazza di spaccio impedisce la concessione della lieve entità. Inoltre, ha ribadito che l'aggravante del metodo mafioso si applica anche ai concorrenti consapevoli del contesto intimidatorio, indipendentemente dal loro fine di profitto personale.
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Attenuanti generiche negate al corriere: la paura non scusa il silenzio
Il Trasportatore "e stato condannato per la detenzione a fini di spaccio di oltre duecento grammi di cocaina e sette chili di hashish. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessivit"a della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Il ricorrente sosteneva che il silenzio sui nomi dei complici fosse giustificato dal timore per la propria vita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la concessione delle attenuanti generiche rientra nella discrezionalit"a del giudice di merito. La scelta di non collaborare, anche se motivata dalla paura, dimostra la volont"a di non recidere i legami con la criminalit"a organizzata, confermando l'elevata gravit"a del fatto e la pericolosit"a del soggetto.
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Responsabilità del prestanome: firma l’atto ma evita la condanna
Una donna, formale amministratrice di una società ma di fatto semplice prestanome, viene condannata per l'omessa presentazione della dichiarazione IVA. La difesa impugna la decisione evidenziando la totale estraneità della donna alla gestione aziendale, già accertata in un altro processo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla la condanna con rinvio. I giudici chiariscono che la responsabilità del prestanome per i reati tributari non può basarsi solo sull'assunzione della carica. Per la condanna occorre la prova del dolo specifico, ossia la consapevolezza e la volontà di favorire l'evasione fiscale dell'amministratore di fatto. Il processo d'appello dovrà quindi essere rifatto per valutare questo specifico elemento psicologico.
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Concorso di persone nel reato: basta la presenza per il carcere
Il Tribunale di Roma confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di porto illegale di arma in concorso con altre cinque persone. Il gruppo era entrato in un bar per una spedizione punitiva, intimorendo i presenti con una pistola poi usata per sparare in strada. L'indagato contestava la misura, sostenendo di non sapere che il complice avesse una vera pistola. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per il concorso di persone nel reato non serve un accordo preventivo: la semplice presenza fisica attiva nel gruppo, idonea a rafforzare l'intento criminoso altrui e ad aumentare la forza intimidatoria, basta a fondare la responsabilità penale.
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Rapina o ricettazione: condanna per concorso in rapina aggravata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per concorso in rapina aggravata. L'imputato aveva partecipato a un colpo pianificato nei minimi dettagli per sottrarre dispositivi digitali del valore di mezzo milione di euro, con il compito specifico di recuperare la refurtiva in una zona isolata. La difesa contestava la mancata riapertura dell'istruttoria in appello per l'ascolto di intercettazioni telefoniche e lamentava una contraddizione tra l'assoluzione per il reato di ricettazione e la condanna per rapina. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione d'appello, ritenendo completo il quadro probatorio e logica la ricostruzione del ruolo del ricorrente, condannandolo anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa in concorso: condanna confermata ma si riapre il caso del 2006
Il caso riguarda una truffa in concorso ai danni di una donna, indotta a consegnare somme di denaro per un totale di circa 70.000 euro. La Corte d'Appello aveva dichiarato parzialmente prescritti i reati, rideterminando la pena per Il Ricorrente. Quest'ultimo ha impugnato la decisione, contestando il proprio coinvolgimento nella prima dazione di 10.000 euro avvenuta nel 2006 e l'attendibilità della vittima. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la sentenza con rinvio limitatamente all'episodio del 2006 per carenza di motivazione sul ruolo del Ricorrente. Ha invece dichiarato inammissibile il resto del ricorso, confermando la colpevolezza per i fatti successivi e rimettendo la quantificazione del danno al giudice civile.
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Dichiarazione fraudolenta: condannato il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di dichiarazione fraudolenta a carico dell'Amministratore di Fatto e dell'Amministratrice Legale di una società. I due soggetti avevano utilizzato fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere le imposte sui redditi e l'IVA per diverse annualità. L'Amministratrice Legale sosteneva di non essere a conoscenza della frode ideata dal marito (amministratore di fatto). Tuttavia, i giudici hanno ribadito che il legale rappresentante riveste una posizione di garanzia e risponde dei reati tributari per omessa vigilanza, avendo inoltre firmato le dichiarazioni fiscali. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando le pene detentive e negando la sospensione condizionale a causa dei precedenti penali e della gravità dei fatti.
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Agente sotto copertura: tra prove valide e condanne annullate
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di diversi soggetti condannati per spaccio di stupefacenti a seguito di un'operazione condotta da un agente sotto copertura. La difesa contestava l'inutilizzabilità delle prove, sostenendo che la polizia avesse agito come "agente provocatore", istigando al reato. La Suprema Corte ha rigettato questa tesi, confermando che l'attività illecita era già in corso e l'agente si è limitato a svelarla. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso di un imputato condannato come "palo" solo sulla base di un cenno del capo, ritenendo la motivazione carente e basata su meri indizi non gravi né precisi. Ha inoltre annullato con rinvio le posizioni di altri due imputati per difetto di motivazione sulle pene e sulla recidiva, confermando le restanti condanne.
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Tentato omicidio in concorso: la Cassazione nega sconti di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di tentato omicidio in concorso. L'imputata aveva partecipato attivamente a un'aggressione violenta, colpendo ripetutamente la vittima con delle pietre e causandole gravi ferite al volto con imminente pericolo di vita. La difesa contestava il trattamento sanzionatorio e la disparità di trattamento rispetto a un coimputato, oltre alla condanna alle spese per la parte civile. I giudici di legittimità hanno confermato la correttezza della pena, evidenziando la gravità della condotta e il ruolo non marginale dell'imputata. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali, a una sanzione di tremila euro in favore della cassa delle ammende e alla rifusione delle spese di difesa della parte civile.
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Lieve entità dello spaccio: fatto unico o responsabilità divisa?
Tre imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della lieve entità dello spaccio per alcuni reati di droga commessi in concorso con altri soggetti, ai quali era stata invece applicata la fattispecie più favorevole. La Quarta Sezione Penale ha rilevato un profondo contrasto giurisprudenziale: un primo orientamento ammette che lo stesso fatto di spaccio possa essere qualificato diversamente per i singoli concorrenti in base al loro specifico ruolo; un secondo orientamento ritiene invece che la qualificazione debba essere unica e oggettiva per tutti i partecipanti. Per risolvere la questione, la Corte ha rimesso la decisione alle Sezioni Unite.
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Connivenza non punibile e concorso: la linea sottile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per una donna, respingendo la tesi difensiva basata sulla connivenza non punibile. Durante una perquisizione nell'abitazione del compagno, la donna ha tentato di ostacolare l'ingresso delle forze dell'ordine e di distrarle per nascondere droga, bilancini e denaro. Inoltre, all'interno del suo cassetto della biancheria intima e stata rinvenuta una pistola clandestina. I giudici hanno stabilito che tali azioni non costituiscono una semplice presenza passiva, bensi un concorso attivo nei reati di detenzione di stupefacenti e armi. Il ricorso della difesa e stato dichiarato inammissibile, confermando la responsabilita concorsuale della donna.
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Custodia cautelare in carcere: no al braccialetto elettronico
Un indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di cocaina. La difesa lamentava la mancata concessione degli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico e l'errata valutazione del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che ritenere inadeguati i domiciliari esclude automaticamente l'utilità del braccialetto elettronico. Inoltre, la gravità dei fatti, i precedenti specifici e i collegamenti con la criminalità organizzata giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, confermando la decisione del Tribunale del Riesame.
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Concorso di persone nel reato: da coinquilini a complici attivi
I Carabinieri arrestano tre coinquilini per detenzione e spaccio di eroina e cocaina. La droga viene trovata in parte in una tazzina in cucina e in parte in un sacco della spazzatura. Gli indagati contestano la custodia cautelare, sostenendo di essere stati semplici spettatori dell'attività illecita di un quarto soggetto. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici confermano la sussistenza del concorso di persone nel reato: l'atteggiamento ostruzionistico all'arrivo dei militari, i sussurri sospetti e il tentativo di nascondere la droga nella spazzatura dimostrano una partecipazione attiva e consapevole, non una mera presenza passiva. I ricorrenti perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Droga nel bar: senza gravi indizi di colpevolezza salta l’obbligo
La Procura impugnava l'annullamento della misura cautelare dell'obbligo di firma per due gestori di un bar, indagati per spaccio di droga. Durante una perquisizione, le forze dell'ordine avevano rinvenuto cocaina e strumenti di confezionamento nel locale e nel cortile. Il Tribunale del Riesame aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza, ipotizzando che la droga potesse appartenere ai clienti o a terzi estranei. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici di legittimità hanno chiarito che non spetta alla Cassazione rivalutare i fatti o proporre letture alternative delle prove, ma solo verificare la logicità della motivazione. Poiché la decisione del Riesame non era manifestamente illogica, l'annullamento della misura cautelare è stato confermato, segnando la vittoria dei due indagati.
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Assolto ma colpevole di imprudenza: no all’ingiusta detenzione
Il Cittadino, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di narcotraffico, ha richiesto la riparazione per l'ingiusta detenzione subita durante la custodia cautelare. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ravvisando una colpa grave nella condotta dell'uomo. Egli aveva infatti accompagnato in auto il cognato e un cittadino straniero dalla Calabria a Bergamo per un viaggio finalizzato al traffico di droga, senza accertarsi dei motivi del viaggio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la condotta del Cittadino, sebbene non penalmente rilevante, è stata talmente imprudente da generare il sospetto di complicità. Di conseguenza, l'indennizzo per ingiusta detenzione non spetta a chi ha colposamente concorso a causare il proprio arresto.
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