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Art. 110 Codice Penale — Anno 2023

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2471 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Resistenza a pubblico ufficiale: condanna sì, ma con lo sconto
L'Imputato, sorpreso a compiere un furto, si opponeva fisicamente all'arresto colpendo gli agenti di polizia con delle gomitate. Assolto in appello dal reato di tentato furto, veniva comunque condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Tuttavia, la Corte d'Appello determinava la pena in sei mesi di reclusione senza applicare la riduzione prevista per la scelta del rito abbreviato. L'Imputato ricorreva quindi in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il motivo riguardante la ricostruzione dei fatti, ma ha accolto la doglianza sul calcolo della pena. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla misura della pena, rideterminandola direttamente in quattro mesi di reclusione, applicando correttamente lo sconto per il rito.
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Calunnia per falso smarrimento assegno: condannato anche il marito
Il caso riguarda la condanna per il reato di calunnia per falso smarrimento assegno inflitta a un uomo e a sua moglie. La coppia aveva consegnato un assegno a un parente con l'accordo di non incassarlo. Quando il parente ha violato il patto trasferendo il titolo a un terzo per la riscossione, la moglie ha denunciato falsamente lo smarrimento dell'assegno per bloccarne il pagamento, d'intesa con il marito. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del marito a titolo di concorso morale. I giudici hanno stabilito che l'uomo ha attivamente supportato e istigato la condotta della moglie per neutralizzare l'incasso del titolo, confermando anche l'applicazione della recidiva nonostante il tempo trascorso dai precedenti penali. L'appello del ricorrente è stato rigettato con condanna alle spese.
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Porto di armi improprie in tribunale: condanna definitiva
Due donne sono state condannate per il reato di porto di armi improprie in concorso, poiché una di loro è stata trovata in possesso di un coltello a serramanico e di un manganello all'ingresso di un tribunale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando la condanna e negando l'accesso alla messa alla prova. La decisione ribadisce la gravità del porto di oggetti atti a offendere senza giustificato motivo in luoghi pubblici.
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Prescrizione del reato: salvi dall’intrusione in base militare
Tre soggetti venivano condannati per essersi introdotti a bordo di un'auto nella base navale della Marina Militare senza autorizzazione. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione contestando la mancanza dell'elemento soggettivo. La Suprema Corte, rilevando la non manifesta infondatezza del ricorso, ha dichiarato l'estinzione della contravvenzione per intervenuta prescrizione del reato. Poiché il fatto risaliva al 2018 e il termine massimo di cinque anni era decorso il 29 maggio 2023, calcolando anche i periodi di sospensione dovuti all'emergenza pandemica e ai rinvii della difesa, i giudici hanno annullato la sentenza di condanna senza rinvio.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la testata in manette condanna
Durante una perquisizione antidroga, Il Genero si opponeva con violenza agli agenti, tentando di colpire un assistente con una testata nonostante fosse ammanettato. Successivamente, la polizia trovava altra droga addosso alla Suocera nella sua abitazione. La Corte d'Appello condannava entrambi: Il Genero per detenzione di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale, la Suocera per concorso nello spaccio. La Cassazione ha confermato le condanne. Per Il Genero, il tentativo di testata configura pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale, escludendo la tesi della resistenza passiva. Per la Suocera, il possesso personale della droga e di denaro ingiustificato escludono la semplice connivenza non punibile, provando il concorso attivo. Il ricorso del Genero è inammissibile, quello della Suocera è rigettato.
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Attenuanti generiche: negarle a un incensurato è illegittimo
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per rapina in banca. Tra questi, il ricorso del presunto basista è stato dichiarato inammissibile poiché i tabulati telefonici e le celle agganciate smentivano la sua estraneità, confermando il supporto logistico fornito ai complici. Al contrario, la Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso di un altro imputato. I giudici di appello gli avevano negato le attenuanti generiche motivando la decisione con la presenza di "precedenti penali", mentre l'uomo era in realtà incensurato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al diniego delle attenuanti, rinviando la decisione alla Corte d'appello per un nuovo esame, mentre ha confermato la condanna per gli altri ricorrenti, ritenendo i loro ricorsi inammissibili o presentati senza la firma di un difensore abilitato.
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Concorso nel delitto di usura: condannato chi fa da tramite
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di un intermediario per il reato di concorso nel delitto di usura. L'indagato aveva accompagnato la vittima a casa dei finanziatori per facilitare l'ottenimento di un prestito a tassi illegali, ricevendo in cambio una percentuale sulle rate mensili, definita aggio. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse limitato a indicare e accompagnare il soggetto senza un reale interesse criminale. I giudici hanno respinto questa tesi, stabilendo che anche l'attività di procacciatore configura una partecipazione attiva al reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Remissione di querela: stop alla condanna per farsi giustizia da sé
Un cittadino veniva condannato per il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza. Durante la pendenza del ricorso in Cassazione, la persona offesa presentava formale remissione di querela, regolarmente accettata dall'imputato. La Suprema Corte ha applicato il principio secondo cui la remissione di querela estingue il reato anche durante il giudizio di legittimità, prevalendo sulle altre questioni. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato e ponendo le spese processuali a carico dell'imputato, come concordato tra le parti.
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Travisamento della prova: la Cassazione nega il terzo grado
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, la valutazione delle prove sulla sua presenza sul luogo del reato in concorso con il fratello e il calcolo della pena basato sulla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente al giudice di merito. Il sindacato di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti. Il travisamento della prova si configura solo quando la sentenza impugnata si fonda su una prova oggettivamente inesistente o con un contenuto palesemente diverso da quello reale, e non quando si contesta la semplice interpretazione degli elementi probatori. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: perché la Cassazione blocca i ricorsi
L'Imputato, condannato per furto, truffa e associazione per delinquere, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando una carenza di motivazione sull'esistenza dell'associazione criminosa. La Corte d'Appello aveva già dichiarato la prescrizione del reato per l'associazione e le truffe, riducendo la pena per i furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, non è possibile lamentare vizi di motivazione in sede di legittimità. Un eventuale annullamento con rinvio contrasterebbe infatti con l'obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca obbligatoria nei reati tributari: condanna senza scampo
Il Tribunale ha condannato l'Imputata per reati fiscali legati all'uso ed emissione di fatture false, omettendo tuttavia di disporre la misura della confisca dei beni. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione lamentando la violazione di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca obbligatoria nei reati tributari rappresenta un dovere inderogabile per il giudice, anche in assenza di un precedente sequestro. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata confisca, rinviando la decisione alla Corte d'appello per l'applicazione della misura, mentre la condanna penale principale è rimasta definitiva.
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Prestanome condannato per omessa dichiarazione dei redditi
L'Amministratore di Diritto di una società, agendo come semplice prestanome, ha impugnato la condanna per il reato di omessa dichiarazione dei redditi e bancarotta fraudolenta. Il ricorrente sosteneva che la sua formale interposizione escludesse il dolo specifico di evasione, non avendo egli mai compiuto atti di gestione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la qualifica formale di legale rappresentante impone precisi doveri di vigilanza e dichiarativi. La scelta consapevole di fare da prestanome, abdicando ai propri doveri in favore di gestori occulti, non esclude la responsabilità penale, ma anzi può confermare la consapevolezza del disegno criminoso di evasione fiscale.
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Indebita compensazione: sequestro confermato per l’ex amministratore
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo nei confronti dell'ex amministratore di una società, accusato del reato di indebita compensazione in concorso. L'indagato aveva firmato una dichiarazione IVA contenente un credito fittizio di circa due milioni di euro, nonostante avesse già ceduto le proprie quote societarie. La cessione era avvenuta in modo anomalo, riguardando una società di fatto inattiva e priva di dipendenti. I giudici hanno ritenuto sussistente il dolo eventuale, poiché l'ex amministratore era consapevole che la firma della falsa dichiarazione e la cessione della società vuota avrebbero agevolato la realizzazione di un disegno illecito. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare reale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Associazione per delinquere: condannati anche i prestanome
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre imputati condannati per associazione per delinquere, riciclaggio e reati tributari. Il sodalizio utilizzava il sistema abusivo "hawala" per trasferire denaro all'estero, ripulire capitali illeciti ed emettere fatture false. La Suprema Corte ha chiarito che l'esistenza di una struttura organizzata, anche rudimentale, e un programma criminoso indeterminato configurano il reato di associazione per delinquere, superando la tesi del semplice concorso di persone. Inoltre, l'amministratore di diritto risponde di dichiarazione fraudolenta anche in presenza di un amministratore di fatto, poiché il dolo specifico del reato tributario è compatibile con il dolo eventuale di chi accetta il rischio dell'evasione fiscale. Di conseguenza, i tre ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento in concorso: se il gruppo distrugge, pagano tutti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per i reati di percosse e danneggiamento all'interno di un locale commerciale. La Ricorrente lamentava la mancata concessione di un termine per effettuare le condotte riparatorie, ma i giudici hanno rilevato la sua totale inerzia risarcitoria durante il processo. Il Coimputato contestava la responsabilità per il reato di danneggiamento in concorso, sostenendo che occorresse individuare con precisione l'oggetto distrutto da ciascun partecipante. La Suprema Corte ha rigettato questa tesi, stabilendo che in un'azione violenta di gruppo tutti rispondono dell'intero danno causato. Di conseguenza, il ricorso della Ricorrente è stato rigettato e quello del Coimputato dichiarato inammissibile, con condanna di entrambi al pagamento delle spese processuali e, per il secondo, anche di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione in auto rubata: condannato anche il passeggero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione. I due viaggiavano a bordo di un'auto rubata e, all'alt dei carabinieri, erano fuggiti opponendo violenza. Il passeggero sosteneva l'estraneità al reato, affermando che il conducente fosse l'unico autore del furto. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la condanna per entrambi. La condotta di fuga e la mancanza di spiegazioni attendibili sulla provenienza del veicolo dimostrano la piena consapevolezza dell'origine illecita del mezzo. La ricettazione si configura infatti anche per il passeggero quando vi è una pregressa disponibilità comune del bene e la coscienza della sua provenienza delittuosa, desumibile da elementi indiretti come il comportamento elusivo tenuto durante il controllo delle forze dell'ordine.
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Truffa contrattuale on-line: conta il clic, non la carta
Nel corso di un procedimento per truffa contrattuale on-line, i difensori degli imputati eccepivano l'incompetenza del Tribunale di Chieti. Sostenevano che il reato si fosse consumato a Crotone, luogo di attivazione della carta ricaricabile su cui era confluito il pagamento. La Corte di Cassazione, risolvendo il rinvio pregiudiziale, ha invece confermato la competenza del Tribunale di Chieti. I giudici hanno stabilito che, nei casi di truffa contrattuale on-line con ricarica di carte prepagate, il reato si consuma nel tempo e nel luogo in cui la vittima effettua il versamento del denaro. In quel preciso istante si realizzano sia l'ingiusto profitto per l'autore del reato, che ottiene l'immediata disponibilità della somma, sia il danno effettivo per la persona offesa.
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Reato di truffa: i controlli del truffato non salvano il reo
Un uomo, utilizzando false generalità, ordinava merci per conto di una società pagando con assegni sistematicamente protestati. La difesa sosteneva l'insussistenza del reato di truffa poiché le aziende vittime avevano svolto controlli preventivi prima di consegnare la merce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che i controlli preventivi non escludono il reato di truffa se i raggiri hanno comunque creato una falsa apparenza di solidità commerciale. Inoltre, la Corte ha stabilito che anche l'agente di commercio, in quanto terzo danneggiato dal reato per aver concluso la vendita ingannevole, è pienamente legittimato a presentare querela.
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Danno di speciale tenuità: la rapina con minaccia non ha sconti
L'Imputato, condannato per il reato di rapina aggravata, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità. La difesa sosteneva che il bene sottratto avesse un valore economico irrisorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nel reato di rapina, per la configurabilità dell'attenuante del danno di speciale tenuità non basta il modesto valore economico del bene sottratto. Trattandosi di un reato plurioffensivo, occorre valutare anche la gravità della violenza o della minaccia esercitata sulla vittima, che nel caso specifico consisteva in una grave minaccia di morte. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina in concorso: la Cassazione nega sconti e conferma condanne
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per i reati di rapina in concorso, tentata estorsione e lesioni personali. I giudici di merito avevano accertato che i due imputati avevano sottratto con violenza il telefono cellulare alla vittima, causandole lesioni. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, l'assenza di prove sulla violenza e chiedeva la concessione di attenuanti, tra cui la lieve entità del danno. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già respinti in appello. La ricostruzione della dinamica criminosa e dei ruoli dei colpevoli è risultata logica e insindacabile. Di conseguenza, i condannati dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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