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Sorveglianza Speciale — Anno 2022

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315 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: niente tenuità ma pena ridotta in Cassazione
Un cittadino sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno ha violato le prescrizioni imposte, rientrando presso la propria abitazione oltre l'orario stabilito delle ore 21:00 in due distinte occasioni. Condannato nei primi due gradi di giudizio, l'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, difetti nella contestazione del reato e l'assenza di un reale sconto sanzionatorio per le attenuanti generiche riconosciute. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi inerenti alla responsabilità, confermando che la reiterazione delle condotte esclude l'occasionalità della violazione. Ha tuttavia accolto il ricorso sul calcolo della pena: i giudici di merito non avevano applicato la riduzione prevista per le attenuanti generiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ridotto la pena da un anno a otto mesi di arresto.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: ricorso vietato
Il Tribunale applicava nei confronti del Ricorrente la misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale per un anno e sei mesi con obbligo di versare una cauzione. Il provvedimento derivava da un grave accoltellamento compiuto nel 2017 e dalla mancanza di un effettivo ravvedimento. Il Ricorrente impugnava la decisione denunciando vizi di motivazione sull'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno ricordato che contro i decreti di prevenzione il ricorso è ammesso unicamente per violazione di legge. Poiché la motivazione del provvedimento impugnato era presente, logica e approfondita, la Cassazione ha confermato la misura e condannato il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Attualità della pericolosità sociale: stop ai sospetti automatici
La Corte di Cassazione si è espressa sul caso di un cittadino sottoposto alla misura della sorveglianza speciale per quattro anni. I giudici di merito avevano motivato la decisione richiamando un'ordinanza cautelare del 2014 per presunta appartenenza a un'associazione mafiosa, insieme alla successiva apertura di un'attività commerciale e a una denuncia per furto. La Suprema Corte ha annullato il provvedimento, stabilendo che la presunta appartenenza a un sodalizio criminale non basta a dimostrare in automatico l'attualità della pericolosità sociale. Il giudice deve infatti verificare in concreto se il legame criminale sia ancora attivo, analizzando la durata e l'intensità del vincolo nel tempo. Senza una motivazione specifica e rigorosa su tali elementi attuali, la misura di prevenzione non può essere confermata. Il caso torna ora alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Violazione della sorveglianza speciale: finto malore e condanna
Un uomo sottoposto a sorveglianza speciale è stato condannato per aver violato le prescrizioni della misura: è rientrato a casa oltre l'orario consentito delle ventidue e possedeva telefoni cellulari. L'imputato si è giustificato invocando lo stato di necessità per presunti dolori addominali, chiedendo anche l'esclusione della punibilità per tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la violazione della sorveglianza speciale non è scusabile con problemi di salute pretestuosi o di scarsa entità, accertati con prognosi di zero giorni. Inoltre, la presenza di più violazioni contemporanee impedisce l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità. Il ricorrente dovrà pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: scatta l’inammissibilità
Un cittadino condannato per aver violato la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno ha proposto un ricorso personale in Cassazione per difetto di notifica e vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'atto inammissibile senza esaminare le doglianze. La riforma del 2017 vieta all'imputato di sottoscrivere autonomamente l'impugnazione in sede di legittimità. L'atto deve recare obbligatoriamente la firma di un avvocato iscritto nell'albo speciale dei patrocinanti davanti alle giurisdizioni superiori. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Guida senza patente con sorveglianza: ricorso inammissibile
Un cittadino sottoposto alla misura della sorveglianza speciale è stato sorpreso alla guida di un'autovettura in tre diverse occasioni senza mai aver conseguito la patente. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di guida senza patente applicando la continuazione. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una presunta violazione di legge sulla determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché fondato su motivi manifestamente privi di valore giuridico e diretti a sollecitare un nuovo giudizio di fatto. Di conseguenza la Cassazione ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese del giudizio unito al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e ricorso in Cassazione: i limiti rigidi
L'Imputato, condannato alla pena di sei mesi di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale allontanandosi dal proprio domicilio, ha proposto impugnazione. L'accordo sulla pena era stato raggiunto tramite patteggiamento davanti al Tribunale. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso contestando un difetto di motivazione nella sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso sul tema del patteggiamento e ricorso in Cassazione. I giudici hanno chiarito che l'accordo negoziato esonera il magistrato dal dovere di motivare sui punti non controversi. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato a un anno di reclusione per la violazione della sorveglianza speciale. L'imputato contestava la mancata riapertura dell'istruttoria dopo il cambio del giudice, la mancata rivalutazione della propria pericolosità sociale dopo un periodo di detenzione e l'eccessività della pena applicata con recidiva specifica. La Suprema Corte ha chiarito che il difensore aveva espressamente acconsentito all'utilizzo degli atti esistenti e che la detenzione sofferta, pari a quindici mesi, era inferiore alla soglia legale di due anni necessaria per far scattare il riesame automatico della pericolosità. Infine, la sanzione è stata ritenuta corretta in base ai precedenti penali. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca di prevenzione e pericolosità attuale: ricorsi respinti
La Corte di Cassazione ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca di immobili, aziende e conti correnti a carico di due soggetti e dei loro familiari. I ricorsi contestavano la sussistenza della pericolosità sociale e la sproporzione patrimoniale, evidenziando precedenti assoluzioni penali e percorsi rieducativi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che il procedimento di prevenzione è autonomo rispetto al processo penale. L'assoluzione penale non impedisce di valutare i fatti storici per dimostrare la confisca di prevenzione e pericolosità attuale. I beni rimangono definitivamente acquisiti dallo Stato.
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Riabilitazione da misura di prevenzione e tenore di vita alto
Un cittadino ha richiesto la riabilitazione da misura di prevenzione a seguito della conclusione della sorveglianza speciale. I giudici di merito hanno respinto l'istanza. Essi hanno rilevato un tenore di vita lussuoso sproporzionato rispetto alle entrate dichiarate e una frequentazione con un soggetto pregiudicato. Il richiedente ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di nuove condotte restrittive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la riabilitazione da misura di prevenzione richiede la prova costante ed effettiva di un reale recupero sociale. L'astensione passiva dai reati non basta. Lo stile di vita ingiustificato e le frequentazioni ambigue smentiscono la buona condotta. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rivalutazione della pericolosità sociale: i limiti delle misure
Un cittadino, dopo una lunga detenzione, chiedeva la rivalutazione della pericolosità sociale per cancellare la sorveglianza speciale. Tuttavia, l'interessato si trovava già sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. I giudici territoriali stabilivano il non luogo a provvedere, poiché la legge vieta l'esecuzione contemporanea della sorveglianza speciale durante la libertà vigilata. Il condannato proponeva ricorso per Cassazione contestando la mancata verifica dell'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'esame sull'attualità della pericolosità deve avvenire solo al termine della misura di sicurezza in corso. Di conseguenza, il cittadino deve prima scontare la libertà vigilata e solo successivamente subire la verifica per la misura preventiva, evitando inutili duplicazioni giurisdizionali.
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Competenza territoriale misure di prevenzione: prevale il reato
Un cittadino ha proposto ricorso contro il provvedimento che gli imponeva la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per un anno. Il ricorrente sosteneva che il tribunale competente dovesse essere quello della propria residenza anagrafica e non quello del luogo di commissione dei presunti illeciti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha chiarito che la competenza territoriale misure di prevenzione si determina in base al luogo di manifestazione attuale e concreta della pericolosità sociale del soggetto, ossia dove sono stati commessi i reati più gravi e recenti, e non sulla base della semplice dimora civilistica. Di conseguenza, è stata confermata la competenza dei giudici milanesi con condanna del ricorrente alle spese e al versamento di una sanzione pecuniaria.
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Trattazione scritta nel processo penale: la difesa tardiva perde
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La difesa lamentava la violazione del diritto di partecipare all'udienza d'appello. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che il processo era regolato dalla disciplina della trattazione scritta nel processo penale. Poiché la richiesta di discussione orale era stata presentata oltre il termine perentorio, la mancata partecipazione fisica non costituisce una lesione del diritto di difesa, potendo L'Imputato presentare memorie scritte entro i termini.
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Particolare tenuità del fatto: negata al sorvegliato al bar
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, condannato per aver violato ripetutamente le prescrizioni di rientro a casa. Il ricorrente invocava la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, giustificando i ritardi con un guasto all'auto e un'aggressione subita. I giudici hanno respinto la tesi difensiva evidenziando la reiterazione delle condotte a distanza di pochi giorni e l'abitualità del comportamento, incompatibile con la particolare tenuità del fatto. Inoltre, l'imputato era stato sorpreso ubriaco in un bar ben oltre l'orario consentito, scatenando una rissa. La Suprema Corte ha confermato la condanna a un anno e due mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: condanna inevitabile senza prove chiare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La difesa lamentava la mancata rivalutazione della pericolosità sociale del soggetto dopo un periodo di detenzione. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la questione non era stata sollevata in appello ed era formulata in modo generico, senza dimostrare che la carcerazione fosse durata almeno due anni, limite minimo previsto dalla legge per far scattare l'obbligo di verifica. Di conseguenza, la condanna a un anno di reclusione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: saltare una firma costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale non si è presentato presso la stazione dei Carabinieri per apporre la firma quotidiana, violando le prescrizioni del giudice. Condannato nei primi gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la mancata firma non costituisse reato ai sensi della normativa antimafia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sorveglianza speciale consente l'imposizione di qualsiasi prescrizione necessaria alla difesa sociale. Di conseguenza, la violazione dell'obbligo di firma integra pienamente il reato previsto dal codice antimafia. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: fuggire dai controlli costa la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di arresto per un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'imputato era stato trovato assente dal proprio domicilio durante i controlli della polizia. La difesa sosteneva che non vi fosse certezza sul reale domicilio del soggetto e lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la polizia conosceva perfettamente l'abitazione per via di precedenti notifiche e controlli, mentre l'imputato non aveva mai comunicato cambi di residenza. Inoltre, la gravit" della condotta e i numerosi precedenti penali escludono la concessione di sconti di pena.
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Pericolosità sociale: la Cassazione frena sui vecchi reati
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. I giudici di secondo grado avevano confermato la misura basandosi su fatti risalenti nel tempo, ignorando del tutto che il Tribunale di Sorveglianza avesse recentemente concesso al soggetto l'affidamento in prova con una valutazione pienamente positiva della sua condotta. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene le due misure siano astrattamente compatibili, il giudice non può ignorare elementi favorevoli sopravvenuti. L'omissione di tale valutazione rende la motivazione apparente. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento, ordinando un nuovo esame che valuti la reale e attuale pericolosità sociale del soggetto.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il caso riguarda Il Sottoposto, a cui era stata applicata la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. I giudici di merito avevano confermato la misura basandosi solo sui suoi vecchi precedenti penali e sul legame di parentela con un esponente della criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Sottoposto, stabilendo che i giudici non possono presumere in automatico la persistenza del legame criminale dopo molti anni di carcere. È invece obbligatorio accertare l'attualità della pericolosità sociale. Nel valutare questo requisito, i giudici devono considerare elementi positivi come la liberazione anticipata ottenuta per buona condotta e l'effettivo percorso di rieducazione del soggetto. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il Sottoposto ha impugnato il provvedimento che confermava l'applicazione della sorveglianza speciale per cinque anni. La difesa ha contestato la mancata valutazione dell'attualità della pericolosità sociale, evidenziando che il soggetto era stato detenuto per sei anni mostrando una condotta esemplare e l'assenza di nuovi elementi di minaccia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici di merito non possono basare la misura di prevenzione su una mera presunzione di appartenenza mafiosa legata a condanne passate. È necessario valutare concretamente il percorso di risocializzazione del detenuto e l'effettiva operatività del gruppo criminale. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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