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Sorveglianza Speciale — Anno 2022

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315 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: il rientro tardivo costa la reclusione
Il Sottoposto, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per essere rientrato a casa oltre l'orario consentito delle 20:00 in due occasioni. Il Sottoposto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la violazione dell'orario rientrasse tra i doveri generici di vivere onestamente, dichiarati incostituzionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di rientro entro un determinato orario costituisce una prescrizione specifica e non generica. Inoltre, la reiterazione della condotta esclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: condanna annullata per doveri generici
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta a un cittadino sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. L'imputazione riguardava la violazione degli obblighi generici di vivere onestamente e rispettare le leggi. I giudici hanno ribadito che l'inosservanza di prescrizioni così generiche non costituisce reato, in quanto contrasta con il principio costituzionale di tassatività della norma penale. Solo la violazione di prescrizioni specifiche e determinate può integrare la fattispecie di reato prevista dal Codice Antimafia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha stabilito che il fatto non sussiste, cancellando definitivamente la pena detentiva precedentemente inflitta.
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Sorveglianza speciale: la ricetta medica non evita la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale non si presentava alla polizia giudiziaria nell'orario stabilito. La sua difesa sosteneva che l'assunzione di un farmaco antidolorifico avesse causato una forte sonnolenza, impedendogli di rispettare l'obbligo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del sorvegliato. I giudici hanno stabilito che una semplice prescrizione medica non dimostra l'effettiva assunzione del farmaco, né che questo abbia realmente causato lo stato di sonnolenza. Di conseguenza, la condotta omissiva configura il reato per violazione degli obblighi imposti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: l’obbligo di firma violato porta in cella
Il Sorvegliato, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato per dodici volte l'obbligo di firma presso il Commissariato di Polizia. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la violazione di prescrizioni accessorie non costituisse reato e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che anche le prescrizioni accessorie integrano il reato previsto dal Codice Antimafia. Inoltre, la reiterazione della condotta per ben dodici volte esclude la particolare tenuità del fatto, evidenziando un comportamento abituale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: citofono non sentito o fuga da casa?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due mesi e venti giorni di arresto per una donna sottoposta alla sorveglianza speciale. Durante un controllo serale alle ore 20:50, le forze dell'ordine avevano suonato ripetutamente al citofono e al campanello di casa senza ricevere risposta. La difesa sosteneva che la donna non avesse sentito il campanello. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: gli agenti avevano preventivamente verificato il perfetto funzionamento degli apparecchi acustici. Di conseguenza, l'assenza della donna è stata considerata provata, determinando la sua condanna anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale per un cellulare: è reato
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato a otto mesi di reclusione per la violazione della sorveglianza speciale, in quanto trovato in possesso di un telefono cellulare. Il tribunale aveva inserito nel provvedimento di prevenzione il divieto assoluto di portare con sé apparati di comunicazione. La difesa ha impugnato la condanna, sostenendo che la legge non prevede espressamente il divieto di possedere un telefono cellulare tra le misure standard. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge attribuisce al tribunale il potere di imporre qualsiasi prescrizione ritenuta necessaria per la difesa sociale. Di conseguenza, il divieto di usare il cellulare è pienamente legittimo e la sua inosservanza costituisce reato.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna per casa vuota
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la violazione della sorveglianza speciale. Il Sottoposto, soggetto alla misura di prevenzione con obbligo di soggiorno, non era stato trovato in casa durante due controlli serali della polizia. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse trasferito, ma tale variazione di domicilio non era mai stata comunicata formalmente alle autorità. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, oltre a un anno di libertà vigilata. La Cassazione ha ribadito che il mancato rispetto delle prescrizioni e l'omessa comunicazione del cambio di dimora integrano pienamente il reato, evidenziando una spiccata propensione a delinquere del ricorrente, condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: no alla condanna per un solo incontro
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, accusato di aver violato due prescrizioni: il divieto di rincasare dopo le ore 20:00 e il divieto di associarsi abitualmente a soggetti pregiudicati. I Carabinieri lo avevano sorpreso fuori casa alle 20:15 della notte di Capodanno in compagnia di pregiudicati. La Corte di Cassazione ha chiarito che una singola frequentazione non integra il reato di associazione abituale con pregiudicati, mancando il requisito della serialità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per questa specifica violazione, riducendo la pena da cinque a quattro mesi di arresto, confermando invece la responsabilità per la violazione del coprifuoco.
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Reato continuato: negato lo sconto a chi sceglie il crimine
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene derivanti da diverse sentenze definitive riguardanti violazioni della sorveglianza speciale. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, rilevando che i reati erano stati commessi in luoghi diversi in modo estemporaneo, senza un unico disegno criminoso ma come espressione di una generica scelta di vita illegale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice ripetizione di reati non equivale a un programma criminoso unitario, ma rappresenta una condotta di vita punibile con la recidiva. Il Condannato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: violare gli obblighi costa il carcere
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione per aver violato ripetutamente l'obbligo di firma. In particolare, in un'occasione si è presentato in ritardo e in altre diciotto occasioni non si è presentato affatto presso le forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la pena e la recidiva. I giudici hanno ritenuto irrilevante la giustificazione secondo cui nel comune di residenza dell'uomo non vi fossero uffici di polizia. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione nega i domiciliari
Un uomo, indagato per rapina aggravata e ricettazione, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi, giustificando la presenza dell'uomo sul luogo con motivi di lavoro e contestando l'identificazione del mezzo usato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno ritenuto pienamente giustificata la custodia cautelare in carcere, evidenziando la presenza di filmati di videosorveglianza che ritraevano l'indagato, il ritrovamento nel suo negozio del mezzo e del casco usati per il colpo, e le intercettazioni telefoniche in cui si pianificavano altre rapine. Inoltre, la gravità dei precedenti penali dell'indagato, tra cui l'associazione mafiosa, e la violazione della sorveglianza speciale escludono misure meno severe.
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Misure di prevenzione: pericolosità sociale e limiti di ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale per tre anni con divieto di soggiorno. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sull'attualità della sua pericolosità sociale. I giudici hanno chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge, categoria che esclude i semplici vizi di illogicità della motivazione. Nel caso di specie, la decisione precedente era ampiamente motivata sulla base di gravi precedenti penali, tra cui un tentato omicidio e legami con la criminalità organizzata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la validità del provvedimento, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: ritardo fatale
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Penne. Il soggetto era autorizzato ad allontanarsi solo per recarsi al Ser.D. di Pescara in una specifica fascia oraria mattutina. Tuttavia, le forze dell'ordine lo hanno rintracciato a Pescara in orario serale, violando le prescrizioni imposte. La Corte d'Appello lo ha condannato per la violazione del Codice Antimafia. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e genericità dell'accusa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il controllo di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti già accertati nei gradi di merito. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: collaboratore di giustizia perde ricorso
Un uomo, ritenuto socialmente pericoloso a causa di numerosi precedenti per rapina, sequestro di persona e armi, è stato sottoposto alla misura della sorveglianza speciale per tre anni. Il destinatario ha impugnato il provvedimento, sostenendo di non essere più pericoloso, di vivere grazie alle pensioni d'invalidità dei genitori e di essere un collaboratore di giustizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la validità della sorveglianza speciale, evidenziando che l'attività criminale recente e la frequentazione di pregiudicati dimostrano l'attualità del pericolo. Inoltre, lo status di collaboratore non esclude automaticamente la pericolosità se persistono condotte illecite. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta più
Il Proposto, condannato in passato per gravi reati associativi e di sangue, ha impugnato il decreto che gli applicava la misura della sorveglianza speciale con cauzione. La difesa ha evidenziato il positivo percorso di reinserimento sociale e lavorativo del Proposto, oltre al conseguimento di un diploma durante la detenzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici di appello hanno omesso di valutare adeguatamente l'attualità della pericolosità sociale. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione della pericolosità deve considerare anche gli elementi positivi sopravvenuti e la distanza temporale dai fatti di reato originari. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento impugnato, rinviando il caso alla Corte di appello per un nuovo esame.
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