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Sorveglianza Speciale — Anno 2022

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315 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Misure di prevenzione: quando il passato criminale non si cancella
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione delle misure di prevenzione, nello specifico la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il ricorrente contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, valorizzando l'età avanzata e un periodo di astensione dai reati. I giudici hanno chiarito che il ricorso in Cassazione contro queste misure è limitato alla sola violazione di legge, inclusa la motivazione apparente. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno motivato correttamente la pericolosità basandosi su una lunga scia di precedenti penali per furto, rapina e droga dal 1989 al 2020. Inoltre, il periodo di inattività criminale era dovuto a una misura cautelare e non a un reale ravvedimento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attualità della pericolosità sociale: condannato chi vede i clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo, già condannato per associazione mafiosa ed estorsione, contestava l'attualità della pericolosità sociale, ritenendola basata su semplici presunzioni. I giudici hanno invece confermato che la pericolosità è attuale e concreta. Infatti, dopo la scarcerazione, l'uomo ha continuato a frequentare esponenti della criminalità organizzata e a pianificare traffici illeciti, violando persino i precedenti obblighi di soggiorno. La Suprema Corte ha ribadito che il legame con la mafia si presume persistente in assenza di prove di un effettivo recesso. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale: quando il passato pesa
Il Tribunale di Palermo aveva disposto l'esecuzione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto condannato per associazione mafiosa ed estorsione, dopo un lungo periodo di detenzione. Il destinatario della misura ha proposto ricorso, sostenendo che la sua buona condotta in carcere dimostrasse l'assenza di pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la buona condotta carceraria rappresenta un dovere e non prova da sola il recesso dal sodalizio criminale. Di conseguenza, l'attualità della pericolosità sociale deve ritenersi persistente, specialmente se il soggetto ritorna a vivere nello stesso territorio in cui opera il gruppo criminale di appartenenza. Il ricorrente perde la causa e deve scontare la misura di prevenzione, oltre a pagare le spese processuali.
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Sorveglianza speciale: condanna annullata per obbligo inesistente
Il caso riguarda un uomo condannato a un anno di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna ritenendo che il soggetto avesse violato l'obbligo di soggiorno allontanandosi da casa. Tuttavia, la Cassazione accoglie il ricorso della difesa: il provvedimento originario applicava la sorveglianza speciale senza obbligo di soggiorno. Di conseguenza, il fatto non costituisce il grave delitto contestato, ma una semplice contravvenzione. Poiché per quest'ultima è decorso il termine di cinque anni, il reato è ormai estinto. La Suprema Corte annulla quindi la sentenza senza rinvio per intervenuta prescrizione, liberando il ricorrente da ogni conseguenza penale.
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Sorveglianza speciale: la dependance non salva dalla condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con l'obbligo di non allontanarsi da casa nelle ore notturne. Le forze dell'ordine, dopo ripetuti controlli infruttuosi in cui hanno suonato il campanello per oltre dieci minuti, hanno accertato l'assenza del soggetto dalla propria abitazione in diverse occasioni. La difesa ha sostenuto che l'uomo si trovasse in una dependance adiacente, ma i giudici hanno ritenuto la tesi non credibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a otto mesi di reclusione. La Suprema Corte ha chiarito che qualsiasi violazione degli obblighi di sorveglianza speciale, anche se di breve durata o modesta entità, integra il reato, potendo la brevità dell'allontanamento influire solo sulla riduzione della pena.
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Sorveglianza speciale: il citofono guasto non evita la condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, condannato per aver violato le prescrizioni. I Carabinieri non lo avevano trovato in casa durante un controllo notturno, nonostante avessero suonato ripetutamente il citofono. La difesa sosteneva che il citofono fosse guasto e che la violazione fosse di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a otto mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che anche una violazione di breve durata o di modesta entità integra il reato di violazione degli obblighi della sorveglianza speciale. La tenuità del ritardo può essere valutata solo per quantificare la pena, non per escludere il reato. Il ricorrente è stato inoltre condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Medesimo disegno criminoso: la linea tra reato e abitudine
Il Ricorrente, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di San Gregorio di Catania, violava le prescrizioni recandosi a Catania. Condannato a otto mesi di reclusione, proponeva ricorso chiedendo il riconoscimento della continuazione con una successiva violazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la semplice ripetizione di reati simili non dimostra il medesimo disegno criminoso. Per applicare lo sconto di pena della continuazione, serve la prova che il soggetto avesse programmato anticipatamente tutte le violazioni. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione personale: la condanna diventa definitiva
Un cittadino, condannato per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, ha presentato un ricorso per cassazione personale senza l'assistenza di un avvocato abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Con la riforma del 2017, infatti, l'imputato non può più firmare e depositare da solo l'atto di impugnazione davanti alla Suprema Corte. Questa attività spetta esclusivamente a un difensore iscritto nell'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: l’estero non cancella la pericolosità
Il Sottoposto ha impugnato il provvedimento che respingeva la revoca della sorveglianza speciale, misura applicata nel 1995 e aggravata nel 2001. La difesa sosteneva l'assenza di attualità della pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso dall'ultimo reato e la detenzione in Olanda con liberazione condizionale. La Corte d'Appello ha confermato la misura, rilevando che il soggetto era fuggito all'estero per eludere i controlli, mantenendo la base operativa dei suoi traffici illeciti in Olanda senza mostrare un reale cambiamento di vita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che nei procedimenti di prevenzione il sindacato di legittimità è limitato alla sola violazione di legge. La motivazione dei giudici di merito è risultata logica, coerente e non apparente, giustificando pienamente la persistente pericolosità del ricorrente.
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Sorveglianza speciale: contatti vietati e scatta l’aggravamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, confermando l'aggravamento di un anno della misura stessa. Il provvedimento era stato disposto a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni, tra cui la mancata esibizione della carta precettiva durante un controllo di polizia e la frequentazione non occasionale di soggetti pregiudicati. I giudici hanno chiarito che, sebbene l'omessa esibizione del documento non costituisca reato autonomo, essa rappresenta comunque una violazione idonea a giustificare l'aggravamento della misura. Inoltre, i contatti con soggetti pregiudicati, esplicitamente vietati dal provvedimento, dimostrano una persistente pericolosità sociale e l'insofferenza alle regole dell'ordinamento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attualità della pericolosità sociale e sorveglianza speciale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo di aver intrapreso un percorso di recupero lavorativo dopo la detenzione. La Suprema Corte ha chiarito che, nel procedimento di prevenzione, il sindacato di legittimità sulla motivazione è limitato alla violazione di legge (motivazione inesistente o apparente). Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente motivato l'attualità del pericolo basandosi sul ruolo di capo di un'associazione a delinquere dedita a truffe telematiche, sulla brevità della detenzione e sull'assenza di una stabile attività lavorativa lecita. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: quando i precedenti le negano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per rapina impropria e violazione degli obblighi di sorveglianza speciale. Il ricorrente contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche e il bilanciamento sfavorevole tra l'attenuante del danno lieve e la recidiva. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena e la concessione delle circostanze attenuanti generiche rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. Per negare tali attenuanti, il giudice non deve analizzare tutti i parametri di legge, ma può basarsi sulla personalità e sui precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, la condanna a tre anni e otto mesi di reclusione è stata confermata, con l'aggiunta delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato: incastrato da caramelle e banconote precise
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di furto aggravato ai danni di un'associazione. L'imputato era stato sorpreso a rientrare a casa di notte, sudato e di corsa, violando la sorveglianza speciale. Addosso aveva l'esatta somma di denaro sottratta, suddivisa nello stesso taglio di banconote, oltre ad alcune caramelle identiche a quelle esposte nella sede dell'ente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto gli indizi gravi, precisi e concordanti, evidenziando l'assenza di una giustificazione plausibile da parte del ricorrente. L'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto consumato o tentato? La Cassazione decide sul camper rubato
Due soggetti sono stati condannati per aver rubato un camper. Il proprietario si era accorto del fatto e si era lanciato al loro inseguimento. La difesa sosteneva che si trattasse solo di un tentativo di furto. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per furto consumato. Secondo i giudici, il reato si perfeziona nel momento in cui i colpevoli sottraggono il bene e ne acquisiscono il controllo, anche se per un brevissimo lasso di tempo e prima dell'inseguimento. Uno dei due imputati ha inoltre violato la misura della sorveglianza speciale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, obbligandoli a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Diritto di difesa e ritardi: quando la forma non cancella il furto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato e violazione della sorveglianza speciale. L'imputato lamentava il tardivo deposito delle conclusioni del Pubblico Ministero, sostenendo che tale ritardo avesse violato il suo diritto di difesa. I giudici hanno chiarito che il ritardo nella trasmissione degli atti non comporta una nullità automatica del processo. Per annullare la decisione, la difesa deve dimostrare un danno reale e concreto subito a causa del ritardo, come l'impossibilità di studiare accuse particolarmente complesse. Non avendo l'imputato provato alcun effettivo svantaggio, la condanna precedente resta confermata.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella gli obblighi
Un cittadino, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato per essere uscito di notte violando le prescrizioni. L'uomo si era difeso sostenendo che, dopo un periodo di custodia cautelare in carcere che aveva sospeso la misura, l'efficacia degli obblighi non fosse automaticamente ripresa in mancanza della redazione di un nuovo verbale di sottoposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sorveglianza speciale riprende la sua efficacia automaticamente dal momento in cui cessa la detenzione. La redazione del verbale ha infatti una funzione di semplice documentazione e non costitutiva della misura, la cui vigenza originaria era già stata legalmente notificata all'interessato.
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Sorveglianza speciale: il lavoro modesto non cancella il passato
Il caso riguarda un cittadino sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di due anni a causa di ripetuti furti in abitazione. Il ricorrente ha contestato il provvedimento sostenendo che lo svolgimento di un'attività lavorativa regolare e l'assenza di reati per un lungo periodo dimostrassero la fine della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che un lavoro regolare con redditi modesti non esclude la pericolosità se il soggetto continua a delinquere in modo professionale. Inoltre, l'assenza temporanea di reati dovuta a precedenti misure restrittive costituisce solo una fase di quiescenza e non un reale ravvedimento.
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Carcere e pericolosità sociale: la Cassazione nega sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale, sostenendo che la motivazione dei giudici di appello fosse solo apparente e che la sua buona condotta in carcere dimostrasse un cambiamento di vita. La Suprema Corte ha chiarito che nei procedimenti di prevenzione il ricorso per cassazione è limitato alle sole violazioni di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano ampiamente motivato la persistenza della pericolosità sociale, evidenziando il ruolo di spicco del soggetto nel clan e il legame con il capo cosca. Di conseguenza, il comportamento carcerario regolare non basta a cancellare la pericolosità sociale, confermando la misura applicata.
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Terreno lecito ma casa illecita: sì alla confisca di prevenzione
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di diversi immobili e di un buono postale intestati ai familiari di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso per la sua partecipazione stabile a sodalizi mafiosi. Il Proposto aveva impugnato il provvedimento contestando la sproporzione dei redditi e invocando il principio di accessione per salvare gli immobili costruiti su un terreno di provenienza lecita. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il principio di accessione non si applica se il valore dell'edificio abusivo o illecito supera ampiamente quello del suolo. Inoltre, è stata confermata la sorveglianza speciale per quattro anni con obbligo di soggiorno. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa con ricarica Postepay: finta garanzia e condanna certa
Una donna sottoposta a sorveglianza speciale si è allontanata dal comune di residenza per compiere una truffa con ricarica Postepay in un negozio di un'altra provincia. Dopo aver ottenuto una ricarica da 252 euro sulla carta di una complice, è fuggita lasciando come garanzia la tessera sanitaria di un terzo soggetto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per entrambe le imputate. I giudici hanno respinto l'eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla prima donna, stabilendo che il reato di violazione della sorveglianza speciale si consuma nel primo luogo in cui è accertata la presenza del soggetto. È stato inoltre negato il riconoscimento della particolare tenuità del fatto alla complice, poiché l'azione era pianificata e non di minimo valore economico.
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