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Sorveglianza Speciale — Anno 2022

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315 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: stop al ricorso basato solo sui fatti
La Corte d'Appello confermava l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale a carico di un cittadino, ritenuto socialmente pericoloso. Il difensore dell'interessato presentava ricorso per Cassazione, lamentando formalmente una violazione di legge nell'emissione del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: le contestazioni sollevate riguardavano in realtà la ricostruzione dei fatti e la motivazione, aspetti non valutabili nel giudizio di legittimità per questa tipologia di provvedimenti. Il ricorrente perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese del procedimento, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per colpa processuale.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna confermata
Un cittadino ha subito una condanna a otto mesi e dieci giorni di reclusione per il reato di violazione della sorveglianza speciale, previsto dal codice antimafia. L'imputato ha proposto ricorso lamentando violazioni di legge e difetto di motivazione sulla quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione a causa della genericità delle censure difensive, prive di un reale confronto con la sentenza d'appello. I giudici hanno confermato la sanzione e disposto il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione tra reati: respinto il ricorso del condannato
Un individuo condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione tra reati in fase esecutiva per unificare le pene relative all'adesione a un sodalizio mafioso e a successive violazioni della sorveglianza speciale. Il ricorrente ha sostenuto l'omogeneità dei reati e la vicinanza temporale. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che tre anni separavano i reati e che le violazioni della misura di prevenzione derivavano da fattori del tutto estemporanei, escludendo l'esistenza di un originario e unitario piano delittuoso. Il condannato deve pagare le spese legali e un'ammenda.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna per fuga notturna
Un uomo sottoposto a misura di prevenzione si allontana nottetempo dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. I giudici di merito lo condannano per la violazione della sorveglianza speciale. Il tribunale esclude la particolare tenuità del fatto a causa della prolungata assenza notturna e nega le pene alternative per carenza di efficacia deterrente. L'imputato presenta ricorso per cassazione chiedendo una rivalutazione delle circostanze attenuanti e delle sanzioni sostitutive. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso poiché le contestazioni riguardano valutazioni di fatto già risolte con motivazione coerente. Il condannato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna valida
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un individuo condannato per il reato di violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La difesa sosteneva che la misura originaria fosse diventata illegittima a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale del 2019. I giudici hanno invece rilevato che il provvedimento restrittivo si fondava sulla condotta di chi vive abitualmente con i proventi di attività delittuose, categoria non colpita dalla pronuncia di incostituzionalità. Di conseguenza, la misura preventiva e l'obbligo di rispettarla sono rimasti pienamente validi nel tempo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'imputato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Violazione della sorveglianza speciale: respinto il ricorso
Un imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che lo aveva condannato per il reato di violazione della sorveglianza speciale, previsto dal Codice Antimafia. Il ricorrente ha contestato la quantificazione della sanzione decisa dai giudici territoriali. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici di legittimità hanno evidenziato che le censure sollevate consistevano in mere affermazioni di fatto riguardanti la misura della pena inflitta, estranee alle competenze della Corte. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: delitto e non vizio formale
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un individuo accusato del reato di violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La difesa lamentava l'incompleta indicazione delle norme violate nel capo di imputazione, il mancato svolgimento dell'udienza preliminare e la maturata prescrizione del fatto. I giudici hanno chiarito che l'omessa citazione precisa dell'articolo non invalida il procedimento se la condotta è descritta in modo chiaro. Inoltre, l'assenza dell'udienza preliminare risulta sanata se non contestata subito all'inizio del dibattimento. Trattandosi di un delitto e non di una semplice contravvenzione, i termini di prescrizione sono più lunghi e non risultavano affatto decorsi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per violazione della sorveglianza speciale. L'uomo contestava l'attendibilità dei rilievi delle forze dell'ordine e lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, oltre all'applicazione dell'aumento per recidiva. I giudici hanno stabilito che le censure sollevate riproponevano questioni di fatto già ampiamente esaminate e motivate nei gradi di merito. L'assenza di giustificazioni per il mancato rispetto degli obblighi e la costante propensione a delinquere hanno reso legittima la quantificazione della pena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale confermata dopo il carcere
Un uomo condannato per reati associativi ha subito la sospensione della misura di prevenzione durante la carcerazione. Dopo la scarcerazione, i giudici hanno riattivato la sorveglianza speciale accertando la persistente pericolosità sociale. L'interessato ha impugnato la decisione sostenendo la mancanza di attualità della minaccia criminale, facendo leva sul tempo trascorso in carcere, sull'assenza di nuove indagini a suo carico e sull'avvio di un'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro le misure di prevenzione è ammesso solo per violazione di legge. I giudici di merito hanno motivato adeguatamente l'attualità del pericolo basandosi sul ruolo verticistico nel clan e sulle ripetute infrazioni disciplinari commesse durante la detenzione.
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Reato continuato: negato lo sconto per violazioni distanti
Un cittadino condannato per due distinte violazioni degli obblighi della sorveglianza speciale ha chiesto il riconoscimento del vincolo della continuazione per ottenere uno sconto sulla pena complessiva. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta a causa dell'ampio lasso temporale di quasi due anni intercorso tra i due episodi illeciti. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la semplice identità della tipologia di reato e delle modalità esecutive non dimostra l'esistenza di un piano deliberato in origine. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile e condannato il soggetto al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, evidenziando che la reiterazione delle condotte manifesta una pervicace indifferenza verso le prescrizioni dell'autorità anziché un unico reato continuato.
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Applicazione della recidiva: furto tentato e aumento di pena
Un imputato, già gravato da precedenti penali specifici contro il patrimonio e sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, ha commesso un tentato furto pluriaggravato insieme ad altri tre complici lontano dal proprio comune di residenza. La difesa ha impugnato la sentenza di secondo grado davanti alla Corte di Cassazione, contestando l'omessa motivazione circa la sussistenza di una reale pericolosità sociale. I Supremi Giudici hanno confermato la legittimità della decisione impugnata. I giudici di merito hanno motivato ampiamente la condotta recidivante del soggetto, il quale ha mostrato un salto di qualità criminale e una totale indifferenza verso le sanzioni precedenti. La Corte ha quindi ribadito la correttezza dell'applicazione della recidiva, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando l'interessato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Ricorso Penale Inammissibile: Errore Materiale non Salva la Condanna
Un individuo, sottoposto a sorveglianza speciale, ha presentato ricorso contro una condanna per aver violato le prescrizioni. L'uomo sosteneva che gli agenti avessero bussato alla porta sbagliata e che la sua condotta fosse di minima offensività. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale, confermando che l'errore sull'indirizzo era un mero refuso e che la reiterazione delle condotte escludeva la minima offensività. L'appellante è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso: condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale e per il possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso. L'uomo era stato sorpreso in un centro commerciale fuori dal proprio comune di residenza con attrezzi da scasso nello zaino. La difesa sosteneva l'inconsapevolezza dello sconfinamento e l'uso domestico degli attrezzi. I giudici hanno chiarito che, in caso di possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso, spetta all'imputato fornire una giustificazione credibile sulla loro destinazione lecita. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a un anno e tre mesi di reclusione, respingendo anche la richiesta di particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto.
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Sorveglianza speciale: condanna per un solo ritardo di un’ora
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a otto mesi di reclusione per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. Il ricorrente aveva contestato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo che la violazione consistesse in un ritardo di una sola ora e che non vi fossero stati altri episodi in due anni. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito: il diniego delle attenuanti è giustificato dai numerosi e gravi precedenti penali del soggetto, che dimostrano una spiccata propensione a delinquere. Inoltre, la pena era già stata fissata al minimo edittale, escludendo ulteriori riduzioni. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: non sentire il campanello costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale è stato condannato a tre mesi di arresto per aver violato le prescrizioni imposte. Durante un controllo notturno alle ore 22:05, i Carabinieri hanno suonato ripetutamente il campanello e bussato alla porta della sua abitazione senza ricevere risposta. La difesa ha sostenuto che l'uomo potesse non aver sentito il controllo, ma i giudici hanno ritenuto questa tesi una mera congettura inverosimile, data la stagione estiva e l'insistenza dei militari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del sorvegliato per la genericità dei motivi presentati, confermando la condanna penale e sanzionandolo con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Mancata cauzione e condanna: salva la prescrizione del reato
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale veniva condannato a un anno di arresto per non aver versato una cauzione di 500 euro entro i trenta giorni stabiliti dalla legge. L'imputato proponeva ricorso per cassazione, lamentando la mancata concessione di un rinvio d'udienza per legittimo impedimento del proprio difensore e la mancata valutazione del suo stato di povertà. La Corte di Cassazione ha rilevato che il ricorso non era inammissibile, poiché i giudici d'appello avevano ignorato la richiesta di rinvio del difensore. Di conseguenza, non essendoci elementi per un'assoluzione immediata nel merito, la Suprema Corte ha dichiarato la prescrizione del reato, annullando la condanna senza rinvio. L'imputato ottiene così l'annullamento della pena.
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Sorveglianza speciale: un malore tardivo non cancella la condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, condannato per non essersi presentato alla polizia nel giorno stabilito. La difesa ha sostenuto che il ritardo fosse dovuto a un malore improvviso sul lavoro e ha contestato la mancata ammissione di un testimone tardivo, oltre a richiedere l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le prove tardive non possono essere considerate decisive e che lo stato di necessità non era provato nell'immediatezza. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata esclusa a causa dei precedenti penali del soggetto, che dimostrano una chiara consapevolezza delle prescrizioni violate. Il ricorrente è stato quindi condannato in via definitiva.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: stop alla condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un uomo condannato in appello per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il difensore ha proposto ricorso lamentando vizi procedurali e di motivazione sui controlli domiciliari. Tuttavia, dopo la presentazione del ricorso, l'imputato è deceduto. Di conseguenza, i giudici hanno applicato il principio dell'estinzione del reato per morte dell'imputato. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, chiudendo definitivamente il procedimento penale a carico dell'uomo ormai scomparso.
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Falsa autocertificazione: condanna confermata per il mendacio
Un privato ha presentato una falsa autocertificazione per rinnovare la patente nautica, dichiarando di possedere i requisiti morali richiesti dalla legge. In realtà, l'uomo era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno e aveva riportato numerose condanne per reati gravi. Nel ricorso in Cassazione, la difesa ha sostenuto che il modulo prestampato fosse poco chiaro e che il cittadino avesse agito senza dolo. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi difensiva e ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il modulo era del tutto comprensibile e che il cittadino ha il dovere di informarsi prima di sottoscrivere dichiarazioni sostitutive. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna a tre mesi di reclusione e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale antimafia: il ruolo nel clan e la conferma
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale antimafia nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso. Il ricorrente sosteneva la mancanza di attualità della pericolosità sociale a causa del tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno invece stabilito che, per chi ha ricoperto un ruolo di spicco nella cosca e torna a risiedere nello stesso territorio dopo la carcerazione senza provare la recissione dei legami, opera una presunzione di continuità del vincolo criminale. In mancanza di prove contrarie fornite dalla difesa, la misura di prevenzione resta legittima. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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