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Sorveglianza Speciale — Anno 2022

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315 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Violazione della sorveglianza speciale: basta un allontanamento
Un cittadino sottoposto alla misura di prevenzione si allontana dal proprio Comune di dimora senza aver prima ottenuto la prescritta autorizzazione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato e ribadisce un principio fondamentale: per configurare il reato di violazione della sorveglianza speciale previsto dal codice antimafia è sufficiente anche un singolo e puntuale allontanamento non autorizzato, a patto che l'azione sia compiuta con dolo, ossia con piena consapevolezza e volontà. Nel caso specifico, la difesa non ha sollevato la questione della particolare tenuità del fatto, né ha smentito la sussistenza della volontà trasgressiva. L'imputato perde definitivamente il ricorso e riceve la condanna al pagamento delle spese di giudizio e a versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: valida senza sosta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale a carico di un individuo per il reato di violazione della sorveglianza speciale. La difesa sosteneva che il giudice dovesse rivalutare la persistenza della pericolosità sociale prima di contestare l'inadempimento degli obblighi. I Supremi Giudici hanno chiarito che l'obbligo di un nuovo accertamento scatta soltanto se la misura preventiva è rimasta sospesa a causa di una detenzione in carcere per espiazione pena di durata pari ad almeno due anni. Poiché tale circostanza non si è verificata nel caso specifico, la misura conservava piena efficacia. La Corte ha rigettato integralmente le censure sui benefici sanzionatori e ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: avviso errato ma condanna valida
Un uomo ha impugnato la condanna per violazioni della sorveglianza speciale. L'avviso di fissazione dell'udienza di appello conteneva l'indicazione errata che i fatti fossero estinti per decorso del tempo. La difesa ha quindi rinunciato alla discussione orale. I giudici hanno ridotto la pena ma hanno escluso l'estinzione. L'imputato ha presentato ricorso lamentando la lesione del diritto di difesa e la mancata declaratoria di prescrizione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La presenza della recidiva qualificata comporta un doppio aumento dei termini temporali, che salgono a tredici anni e dieci mesi. L'errore materiale contenuto nell'avviso non ha compromesso le garanzie difensive, poiché la legge impone comunque il controllo formale delle doglianze. La prescrizione del reato non era maturata e la condanna resta confermata.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna per orari
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 5 mesi e 10 giorni di arresto nei confronti di un uomo sottoposto a misura di prevenzione. L'imputato ha commesso la violazione della sorveglianza speciale rincasando ripetutamente dopo le 21:00 o uscendo prima delle 7:00 del mattino. La difesa ha sostenuto che l'uomo non voleva compiere reati né sottrarsi ai controlli di polizia, chiedendo l'assoluzione per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la tesi difensiva: per integrare il reato basta la volontà cosciente di disattendere gli orari imposti, mentre i motivi personali non hanno alcun valore esimente. Inoltre, la reiterazione delle violazioni nel tempo esclude la particolare tenuità del fatto, rendendo il ricorso inammissibile con condanna a 3.000 euro di sanzione.
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Violazione della sorveglianza speciale: la dimenticanza non scusa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale inflitta a una persona sottoposta a misura di prevenzione per il reato di violazione della sorveglianza speciale. L'interessata non si era presentata con regolarità presso il Commissariato di polizia nelle date e negli orari prestabiliti dal provvedimento. La difesa sosteneva che la mancata presentazione derivasse da una mera dimenticanza e dal basso livello culturale dell'imputata, la quale non avrebbe compreso gli obblighi scritti. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, chiarendo che il provvedimento era stato ritualmente notificato a mani proprie con consegna di copia. La semplice trascuratezza o la distrazione non escludono il dolo generico, poiché l'ignoranza della legge penale scusa l'imputato solo quando risulta assolutamente inevitabile e oggettivamente insuperabile.
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Divieto di bis in idem: stop a doppie condanne penali sovrapposte
Un uomo condannato con diverse decisioni irrevocabili per la violazione di misure di prevenzione ha presentato un'istanza al magistrato per far cancellare le pene duplicate, invocando il divieto di bis in idem. Il giudice territoriale ha respinto la richiesta sostenendo l'impossibilità di interpretare i fatti oltre la data indicata nel capo di accusa. La Corte di Cassazione ha cancellato il provvedimento impugnato. I giudici supremi hanno chiarito che il magistrato della fase esecutiva deve esaminare tutti i titoli penali per verificare se i fatti siano identici. Quando le violazioni hanno carattere permanente e coprono periodi sovrapposti, lo Stato non può punire lo stesso comportamento molteplici volte.
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Confisca di prevenzione: no all’esproprio di beni leciti
La Corte d'appello confermava la sorveglianza speciale e disponeva la confisca di prevenzione di società, pizzerie, bar, veicoli e conti correnti intestati a un uomo e a sua moglie. La difesa ricorreva in Cassazione, contestando la pericolosità attuale e l'illegittimità del sequestro su beni acquistati prima dell'insorgere della condotta illecita o tramite regolari passaggi familiari. La Suprema Corte ha confermato la sorveglianza speciale per la persistente pericolosità mafiosa, ma ha annullato la confisca dei beni aziendali e finanziari con rinvio. I giudici di merito devono verificare la correlazione temporale tra l'illecito e gli acquisti, distinguendo le risorse lecite da quelle inquinate.
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Confisca di prevenzione: illegittima senza pericolo attuale
I giudici di merito hanno applicato la sorveglianza speciale e ordinato la confisca di prevenzione dei patrimoni aziendali e personali di due coniugi, ritenuti vicini ad ambienti mafiosi. La difesa ha contestato il provvedimento, dimostrando che l'uomo aveva collaborato con la giustizia recedendo dal sodalizio e che i beni erano stati acquistati in epoche prive di pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi difensivi. La Suprema Corte ha ribadito che la confisca di prevenzione richiede una rigida corrispondenza temporale tra l'acquisto dei beni e il periodo di effettiva pericolosità del soggetto. I magistrati hanno annullato il decreto con rinvio per vizio di motivazione.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e tenuità
Un uomo sottoposto all'obbligo di dimora nel proprio comune è stato sorpreso dalle forze dell'ordine in un comune limitrofo. I giudici di merito lo hanno condannato per la violazione della sorveglianza speciale, respingendo la richiesta di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa dei suoi precedenti per furto, rapina, lesioni e droga. La Corte di Cassazione ha confermato che la precedente custodia cautelare non fa decadere la misura di prevenzione, ma ha annullato la condanna con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che i precedenti penali per reati eterogenei non dimostrano un comportamento abituale e non impediscono automaticamente l'applicazione dell'art. 131-bis c.p.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e sanzione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un individuo condannato a un anno di reclusione per il reato di violazione della sorveglianza speciale. L'imputato aveva impugnato la sentenza della Corte di Appello lamentando mancanza di motivazione ed errata applicazione della legge penale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile poiché le censure proposte risultavano generiche e basate su una semplice riproposizione di questioni di fatto già esaminate e risolte nei gradi precedenti. A seguito del rigetto, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la pena originaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e ricorso respinto
Un cittadino sottoposto a misura di prevenzione ha subito una condanna a tre mesi di arresto per il reato di violazione della sorveglianza speciale. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove e sostenendo un vizio logico nella motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché le doglianze formulate riproponevano questioni di fatto già ampiamente e correttamente esaminate dai giudici di merito. Oltre a confermare la pena detentiva, i giudici hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro da versare alla Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Inammissibilità per deposito motivi nuovi via PEC: atto valido
Un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale subisce una condanna per essersi presentato alla polizia giudiziaria con un'ora di ritardo rispetto all'orario fissato. Durante il giudizio di secondo grado, la Corte d'Appello dichiara inammissibili le argomentazioni difensive integrative inviate dal difensore, ritenendo illegittimo l'invio telematico. L'imputato presenta ricorso davanti ai giudici di legittimità per far valere la piena regolarità della notifica digitale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e stabilisce la piena validità del deposito motivi nuovi via PEC nel processo penale secondo la normativa emergenziale convertita in legge. Di conseguenza, i giudici annullano la sentenza impugnata e rinviano gli atti a un'altra sezione territoriale per un nuovo esame che valuti tutti gli elementi difensivi originariamente ignorati.
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Precedenti e reato: la particolare tenuità del fatto è possibile
Un uomo sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno si allontana dal comune prescritto. I giudici di merito lo condannano ed escludono la causa di non punibilità prevista per la particolare tenuità del fatto solo a causa dei suoi precedenti penali per reati eterogenei. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso del condannato. I giudici di legittimità stabiliscono che la presenza di precedenti penali non impedisce automaticamente il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. Il giudice deve valutare congiuntamente le concrete modalità dell'azione, il danno arrecato e l'omogeneità dei reati pregressi prima di dichiarare abituale la condotta. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Sorveglianza speciale: confermata la misura per truffe reiterate
I giudici di merito hanno applicato la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni a un individuo accusato di continue truffe e spendita di monete false. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione, lamentando la violazione del contraddittorio per l'uso di una nota investigativa tardiva e denunciando una motivazione apparente sulla pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro le misure di prevenzione è consentito solo per violazione di legge e non per contestare il merito della valutazione. Il quadro probatorio principale giustificava autonomamente la misura, rendendo irrilevante l'atto contestato.
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Confisca di prevenzione: patrimonio illecito e vincolo mafioso
La Corte d'Appello ha confermato la sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione di un immobile nei confronti di un individuo condannato per associazione mafiosa. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, contestando l'attualità della propria pericolosità sociale e l'effettiva sproporzione economica tra redditi leciti e valore dell'immobile al momento del rogito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il vincolo associativo mafioso si presume stabile e persistente in assenza di un recesso effettivo. Poiché l'acquisto è avvenuto durante la militanza criminale con risorse prive di giustificazione lecita, la confisca patrimoniale resta pienamente valida ed efficace.
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Sorveglianza speciale e carcere: la misura non decade
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale, la cui esecuzione era rimasta sospesa per due anni a causa di una misura cautelare. Il ricorrente sosteneva che il periodo detentivo avesse interrotto l'attualità della sua pericolosità e contestava la ripresa automatica della misura. I giudici hanno chiarito la netta distinzione tra custodia cautelare ed espiazione di una pena definitiva. La custodia preventiva non possiede funzione rieducativa, ma presuppone la persistente pericolosità del soggetto. Di conseguenza, terminata la misura cautelare, la sorveglianza speciale riprende immediatamente il suo corso senza bisogno di un nuovo accertamento d'ufficio.
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Confisca di prevenzione: i beni della moglie restano allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione di terreni e fabbricati intestati alla moglie di un esponente criminale. I giudici hanno ritenuto gli immobili sproporzionati rispetto alle entrate lecite del nucleo familiare e frutto di attività illecite. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi del proposto e della terza intestataria. La difesa non ha offerto prove concrete e tempestive per giustificare la capacità economica lecita e superare la presunzione di intestazione fittizia. Il semplice rogito notarile non garantisce l'origine lecita del denaro impiegato per l'acquisto.
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Sorveglianza speciale confermata: inammissibile il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato il decreto con cui i giudici di merito hanno applicato a un privato la misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per la durata di cinque anni. L'interessato ha presentato ricorso lamentando l'assenza del requisito della pericolosità sociale attuale e contestando la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'atto di impugnazione si limitava infatti a criticare la motivazione del provvedimento e a richiedere un nuovo esame dei fatti, attività non consentita nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, la misura preventiva resta pienamente valida ed efficace e il ricorrente deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale confermata: salute e merito non in Cassazione
La Corte d'Appello ha applicato a Il Cittadino la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per tre anni. Il difensore ha proposto ricorso per cassazione lamentando una violazione di legge sull'attualità della pericolosità sociale e sulle condizioni di salute dell'interessato. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'impugnazione inammissibile. Il ricorso, sotto la veste di una violazione di legge, richiedeva in realtà un nuovo esame dei fatti e delle valutazioni sanitarie, precluso in sede di legittimità. A seguito del rigetto, Il Cittadino deve scontare la sorveglianza speciale e pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: confermata la misura contro il ricorso
I giudici di merito hanno applicato a un cittadino la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per un anno e sei mesi. Il provvedimento si fonda sull'inquadramento dell'interessato tra le persone che vivono abitualmente con i proventi di reato e sulla sua accertata pericolosità sociale. Il destinatario ha impugnato la decisione contestando la ricostruzione dei fatti e la motivazione della corte territoriale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Gli ermellini hanno evidenziato che la difesa ha sollevato censure di merito incompatibili con il giudizio di legittimità, il quale ammette ricorsi contro le misure di prevenzione solo per violazione di legge. Di conseguenza, la misura resta confermata e il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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