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Sorveglianza Speciale — Anno 2022

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315 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: errore non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo era stato sorpreso in un comune diverso da quello di dimora coatta. La difesa sosteneva la nullità della notifica del processo, avvenuta tramite PEC al difensore durante l'emergenza COVID-19, e la buona fede dell'imputato, convinto che la misura fosse già scaduta. I giudici hanno chiarito che la notifica originaria era stata eseguita regolarmente a mani proprie e che il rinvio d'ufficio via PEC era legittimo in base alle norme emergenziali. Inoltre, l'argomento sulla buona fede è stato ritenuto generico e ripetitivo. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di cocaina: no alla lieve entità del fatto se c’è fuga
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imputati condannati per detenzione di circa 99 grammi di cocaina (pari a oltre 610 dosi). I ricorrenti chiedevano la riqualificazione del reato nell'ipotesi di lieve entità del fatto e lamentavano la violazione del diritto di difesa per accertamenti chimici non condivisi tempestivamente. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, escludendo la lieve entità del fatto a causa dell'elevato quantitativo di droga, del tentativo di fuga e dello stato di sorveglianza speciale di uno dei soggetti. I motivi relativi alla difesa sono stati ritenuti inammissibili perché proposti per la prima volta in sede di legittimità. I ricorrenti sono stati condannati alle spese e al pagamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale con obbligo di dimora: ritardo senza scuse
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di dimora, condannato a un anno di reclusione per non essere rientrato a casa entro le ore 21:00. Il ricorrente ha giustificato il ritardo sostenendo di essersi recato in ospedale a far visita al padre malato e di aver avvisato telefonicamente i Carabinieri. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato la totale mancanza di prove sulla visita medica e l'assenza di un'urgenza reale, dato che il padre era ricoverato da tempo e non in pericolo di vita. Inoltre, la telefonata tardiva alle forze dell'ordine non scusa la violazione del coprifuoco. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Violazione della sorveglianza speciale: il finto malore non salva
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale è stato condannato per aver violato le prescrizioni imposte. Durante un controllo di polizia presso l'abitazione autorizzata, l'uomo non ha risposto al citofono per oltre dieci minuti. La difesa ha sostenuto che l'assenza di risposta fosse dovuta a un improvviso malore, che avrebbe poi costretto il soggetto a rientrare in anticipo presso la propria residenza abituale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a un anno e due mesi di reclusione. I giudici hanno ritenuto logica la ricostruzione dell'assenza, poiché l'imputato non ha fornito alcuna prova medica del malore e non ne ha fatto menzione al commissariato il giorno successivo. La condotta integra pienamente il reato di violazione della sorveglianza speciale.
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Sorveglianza speciale: il cassiere senza lavoro perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni. Il Tribunale aveva applicato la misura ritenendo il soggetto socialmente pericoloso, in quanto privo di lavoro e dedito abitualmente allo spaccio di droga, con il ruolo di cassiere del gruppo criminale. La difesa contestava l'attualità della pericolosità sociale e la durata della misura. La Cassazione ha chiarito che l'attualità della pericolosità va valutata al momento dell'applicazione della misura e non del giudizio di impugnazione. Inoltre, la Cassazione non può riesaminare il merito dei fatti se la motivazione dei giudici precedenti è logica e completa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione: finto dentista perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale per un anno. Il ricorrente, socio di uno studio odontoiatrico abusivo, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale, evidenziando che il giudice per le indagini preliminari aveva precedentemente revocato la misura cautelare penale per gli stessi fatti. La Suprema Corte ha ribadito il principio dell'autonomia del giudizio di prevenzione rispetto a quello penale. La revoca di una misura cautelare non vincola il giudice della prevenzione, il quale può valutare autonomamente i fatti per fondare la misura di prevenzione, a meno che non intervenga una sentenza definitiva di assoluzione con formula piena. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: nessuna scusa per i ritardi
Il Primo Ricorrente e il Secondo Ricorrente hanno impugnato la condanna per violazione della sorveglianza speciale e per evasione. Il Primo Ricorrente ha giustificato il rientro tardivo dopo le ore 21:00 adducendo un'improvvisa esigenza alimentare. Il Secondo Ricorrente ha contestato il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto per il reato di evasione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici hanno stabilito che la consapevolezza di violare le prescrizioni configura il reato, escludendo che generiche necessità personali possano scriminare la condotta. Entrambi i soggetti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e a una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: un solo incontro non basta per la condanna
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna di un uomo sottoposto a sorveglianza speciale, accusato di aver violato il divieto di associarsi a pregiudicati. L'accusa si basava su un unico incontro registrato dalle telecamere di sicurezza. La Suprema Corte ha chiarito che per configurare il reato è necessaria l'abitualità, ossia contatti plurimi e stabili nel tempo, non essendo sufficiente un singolo episodio isolato.
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Pericolosità sociale: il carcere non cancella la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per ulteriori due anni a carico di un cittadino. I giudici di merito avevano accertato la persistente pericolosità sociale del soggetto, legata alla sua continua appartenenza a un'associazione mafiosa, attiva anche dopo una lunga carcerazione. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando la valutazione sulla sua condotta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproponeva argomenti generici già respinti in appello, senza contestare in modo specifico le motivazioni dei giudici. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: niente reato se manca la rivalutazione
Una cittadina, sottoposta alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, veniva sorpresa fuori casa oltre l'orario consentito dopo aver scontato oltre due anni di carcere. Condannata nei primi gradi di giudizio per la violazione delle prescrizioni, la Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che, dopo una lunga detenzione, l'esecuzione della sorveglianza speciale non può riprendere automaticamente. È infatti obbligatoria una rivalutazione attuale della pericolosità sociale da parte del giudice. In mancanza di questo accertamento formale, la violazione delle regole della misura non costituisce reato. La ricorrente è stata quindi assolta perché il fatto non sussiste.
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Misure di prevenzione: la Cassazione ferma il crimine abituale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente contro l'applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il soggetto, dedito a furti, aveva accumulato condanne e denunce per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale per sfuggire alla cattura tra il 2010 e il 2018. La Suprema Corte ha confermato che tali condotte, reiterate nel tempo, integrano il requisito della pericolosità sociale richiesto per le misure di prevenzione. I giudici hanno chiarito che la dedizione ad attività criminose che minacciano la sicurezza pubblica giustifica la misura, respingendo la tesi difensiva dell'occasionalità dei fatti. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il ritardo con la polizia è reato
Il Tribunale ha applicato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a un cittadino, imponendogli di presentarsi presso l'ufficio di pubblica sicurezza in determinati giorni. L'autorità di polizia ha fissato l'orario di presentazione alle ore 11:00. Il cittadino si è presentato in ritardo in due occasioni ed è stato condannato. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che solo il giudice, e non la polizia, potesse stabilire l'orario esatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la polizia ha il potere di specificare l'orario per organizzare i controlli. Di conseguenza, anche un minimo ritardo configura reato.
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Sorveglianza speciale: il lavoro non cancella il legame con il clan
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni nei confronti di un soggetto ritenuto vicino a un'associazione mafiosa. Il ricorrente sosteneva di aver cambiato vita, lavorando in un'altra città e assistendo la madre. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato la sua persistente pericolosità sociale, provata dai contatti mantenuti con il capoclan durante i permessi-premio e dalla partecipazione a riunioni associative. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ricordando che contro le misure di prevenzione il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la Cassazione respinge le scuse del reo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di un anno e sei mesi. Il destinatario della misura contestava la valutazione della propria pericolosità sociale, basata su numerosi precedenti penali e su fatti recenti, tra cui il furto in un bar, la detenzione di droga e la violazione dei domiciliari. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro le misure di prevenzione è ammesso solo per violazione di legge e non per contestare il merito o la logicità della motivazione, qualora questa sia presente e ben strutturata. Di conseguenza, il provvedimento è stato confermato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: beni sottratti ai prestanome della mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro la misura della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione di due immobili a Palermo. I ricorrenti, ritenuti legati a un sodalizio mafioso, contestavano la pericolosità sociale attuale e la legittimità del sequestro dei beni intestati a una familiare ma ritenuti nella loro effettiva disponibilità. La Suprema Corte ha confermato che la confisca di prevenzione è legittima qualora vi sia una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dal nucleo familiare e il valore dei beni acquistati, senza che la difesa sia riuscita a dimostrare la provenienza lecita del denaro. Inoltre, i giudici hanno chiarito che i termini di efficacia della misura non erano scaduti, essendo stati legittimamente sospesi a causa dei rinvii richiesti dalla difesa e dell'emergenza sanitaria. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese.
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Sorveglianza speciale: violare l’orario di rientro è reato
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Le forze dell'ordine lo hanno sorpreso fuori casa oltre l'orario consentito delle ore 20:00. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'obbligo di rientro fosse una prescrizione generica, resa incostituzionale da una nota sentenza della Corte Costituzionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'orario di rientro è una prescrizione specifica e non generica, la cui violazione costituisce reato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: ritardo ingiustificato e condanna definitiva
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, essendo rientrato a casa dopo l'orario consentito delle ore 20:00. L'imputato ha giustificato il ritardo con motivi di lavoro, senza tuttavia fornirne alcuna prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del destinatario della misura. I giudici di legittimità hanno chiarito che il bilanciamento tra circostanze attenuanti e recidiva spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscusso in sede di legittimità se supportato da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche negate: la fedina penale cancella lo sconto
Un uomo, sottoposto alla sorveglianza speciale con patente revocata, veniva sorpreso alla guida di un autocarro. Condannato in appello a sei mesi di arresto, proponeva ricorso lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, evidenziando la propria buona condotta carceraria successiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti generiche è ampiamente giustificato dai numerosi e gravi precedenti penali dell'imputato. Il giudice di merito non deve confutare ogni singola tesi difensiva, essendo sufficiente indicare gli elementi ostativi ritenuti prevalenti per valutare negativamente la personalità del reo. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata per violazione di orari
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato sorpreso alla guida di un'auto con patente revocata e oltre l'orario di rientro consentito. La Corte d'Appello lo ha condannato a 9 mesi e 15 giorni di reclusione per la violazione delle prescrizioni. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la valutazione sulla gravità della condotta spetta ai giudici di merito. L'imputato, avendo violato consapevolmente le regole per partecipare a una cena di famiglia, dovrà pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate al sorvegliato speciale
Un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di rientro alle ore 20:00 viene sorpreso fuori casa alle 22:45. Condannato in appello a due mesi di arresto, propone ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, ritenendo la violazione di lieve entita. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il diniego delle circostanze attenuanti generiche e legittimo se motivato dalla gravita della condotta ingiustificata e dai numerosi precedenti penali del soggetto. Il giudice non deve confutare ogni singola tesi difensiva, ma solo indicare gli elementi decisivi che escludono il beneficio. Il ricorrente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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