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Esimente — Anno 2022

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141 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Esimente

Provvedimenti

Diffamazione e scritti difensivi: quando scatta la scriminante
Due avvocatesse, impegnate su fronti opposti in un giudizio di separazione, entrano in forte conflitto. Una delle due presenta note difensive ed esposti al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, usando espressioni pesanti e lesive dell'onore della collega. Condannata per il reato di diffamazione in primo e secondo grado, l'imputata ricorre in Cassazione invocando la causa di non punibilità per le offese contenute negli atti di difesa. La Suprema Corte accoglie il ricorso. I giudici chiariscono che in tema di diffamazione e scritti difensivi occorre distinguere tra un semplice esposto, privo di tutela, e una vera memoria difensiva redatta per tutelarsi in un procedimento disciplinare già aperto. La sentenza viene annullata con rinvio per verificare la reale natura dei documenti.
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Diffamazione a mezzo stampa: reato confermato ma stop carcere
Un ex amministratore delegato rilascia dichiarazioni diffamatorie a una testata giornalistica online contro il presidente della società e sua moglie, accusandoli di appropriazione indebita di somme di denaro aziendali in contanti. I giudici di merito lo condannano per diffamazione a mezzo stampa con attribuzione di un fatto determinato, applicando la pena cumulativa del carcere e della multa prevista dalla legge sulla stampa. L'imputato ricorre in Cassazione invocando il diritto di difesa. La Suprema Corte conferma la sussistenza della responsabilità penale, ma annulla la condanna limitatamente alla pena inflitta: a seguito della dichiarazione di incostituzionalità del carcere obbligatorio per i giornalisti e per le dichiarazioni a mezzo stampa, la reclusione resta riservata solo a casi di eccezionale gravità, rinviando alla Corte d'Appello per la rideterminazione della sanzione.
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Ricorso inammissibile: la condanna diventa definitiva per errore
Un imputato, già condannato per resistenza e lesioni personali, ha presentato un ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questo è avvenuto perché il ricorso è stato proposto dopo che la sentenza di condanna era già divenuta irrevocabile. L'imputato stesso aveva precedentemente richiesto l'applicazione dell'istituto della continuazione, rendendo la decisione definitiva. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle ammende. La vicenda evidenzia l'importanza del rispetto dei termini procedurali per evitare che un ricorso sia dichiarato inammissibile.
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Omesso versamento IVA: la Particolare tenuità del fatto è possibile?
La Cassazione ha esaminato il caso di un legale rappresentante condannato per omesso versamento IVA. La Corte d'Appello aveva negato l'applicazione della "Particolare tenuità del fatto" e della forza maggiore. La Suprema Corte ha annullato la sentenza d'Appello sulla "Particolare tenuità del fatto", ritenendo che l'esimente possa applicarsi anche per importi lievemente superiori alla soglia, se la condotta è di scarsa gravità e non basata su dati generici. Il ricorso sulla forza maggiore è stato dichiarato inammissibile.
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Resistenza a pubblico ufficiale: l’abuso svanisce e la condanna resta
Un cittadino ha aggredito le forze dell'ordine durante un controllo di sicurezza. I giudici di merito lo hanno condannato per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale, escludendo qualsiasi condotta arbitraria o provocatoria da parte degli agenti operanti. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la legittimità della propria reazione a causa di un presunto abuso di potere e contestando il mancato bilanciamento favorevole delle attenuanti generiche con la recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Gli agenti sono intervenuti in modo proporzionato per contenere le violenze dell'uomo, senza compiere soprusi. La legge vieta la prevalenza delle attenuanti generiche in presenza di recidiva reiterata specifica. L'imputato deve quindi scontare la condanna penale e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diffamazione a mezzo social: condanna confermata, critica senza fatti non vale
Un Lavoratore ha diffamato il Rappresentante di un Consorzio e il Consorzio stesso tramite un post su Facebook. Le sue affermazioni suggerivano inefficienza e presunte ingerenze mafiose. Condannato in primo grado e in appello per diffamazione a mezzo social, il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione. Ha contestato la validità della querela, la corrispondenza tra accusa e sentenza, l'esclusione del diritto di critica e la provvisionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna e l'obbligo di risarcimento. Il principio di diritto ribadisce che la critica deve basarsi su fatti veri e non deve degenerare in attacchi personali.
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Disapplicazione normativa CFC: la controllata non deve essere autonoma
Una società italiana chiedeva la disapplicazione normativa CFC per i redditi prodotti da una propria filiale estera con sede in un paese a fiscalità privilegiata. L'Agenzia delle Entrate rifiutava l'istanza, sostenendo che l'impresa estera non possedesse una piena autonomia decisionale rispetto alla controllante nazionale. La società ha impugnato con successo il diniego davanti ai giudici di merito. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento della pretesa fiscale, sancendo che per escludere il regime antielusivo non serve dimostrare l'indipendenza strategica della controllata. Risulta invece sufficiente provare la presenza di un insediamento reale e lo svolgimento di un'effettiva attività commerciale sul mercato locale.
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Diffamazione a mezzo stampa tra critica e fatti non veri
Un giornalista ha pubblicato un articolo in cui descriveva un senatore come esecutore servile di un collega politico accusato di legami camorristici. Il testo attribuiva al parlamentare un ruolo subordinato e prevedeva manovre illecite per conto della criminalità organizzata. La Corte d'Appello ha riconosciuto la responsabilità civile dell'autore per diffamazione a mezzo stampa, dichiarando estinto il reato per prescrizione. Il giornalista ha proposto ricorso sostenendo la tutela del diritto di critica politica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che le opinioni critiche devono poggiare su una base fattuale veritiera. L'attribuzione arbitraria di una soggezione criminale non provata travalica la libera manifestazione del pensiero e lede ingiustamente l'onore della persona offesa.
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Crisi di liquidità e sanzioni tributarie: stop agli sconti IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato una cartella di pagamento a una società per il mancato versamento dell'IVA dichiarata. I giudici d'appello avevano annullato le sanzioni, ritenendo sussistente la forza maggiore a causa di crediti non riscossi dalla Pubblica Amministrazione e della conseguente carenza di fondi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ente impositore, stabilendo che la semplice crisi di liquidità e sanzioni tributarie non esclude automaticamente le sanzioni fiscali. Per invocare la forza maggiore, il contribuente deve dimostrare sia eventi straordinari e imprevedibili, sia di aver adottato ogni cautela per accantonare l'IVA incassata dai clienti. La causa torna quindi ai giudici di merito per un nuovo esame.
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Ordini del committente e responsabilità dell’appaltatore
Un'impresa edile committente incarica un professionista per la posa di guaine impermeabilizzanti su un edificio. A causa del freddo e dell'umidità, gli operai manifestano dubbi sulla corretta adesione del materiale. Il committente, anche fornitore del prodotto, impone comunque la prosecuzione immediata dei lavori rassicurando sulle caratteristiche tecniche. In seguito alla comparsa di gravi infiltrazioni d'acqua, il committente richiede i danni denunciando i vizi costruttivi. I giudici di merito e la Corte di Cassazione respingono integralmente la domanda risarcitoria. La Corte sancisce che la responsabilità dell'appaltatore viene meno quando quest'ultimo esprime formalmente il proprio dissenso tecnico ma esegue l'opera come mero esecutore passivo (nudus minister) a fronte delle insistenze del committente, il quale si assume per intero il rischio del danno.
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Reingresso illegale: condanna confermata dalla Cassazione
Un cittadino straniero ha subito una condanna per il reato di reingresso illegale a seguito di una precedente espulsione dal territorio nazionale. La difesa ha invocato l'esimente dello stato di necessità per giustificare il ritorno non autorizzato. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per la totale assenza dei presupposti di legge. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione denunciando la carenza di motivazione del provvedimento impugnato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità dei motivi, trattandosi di una semplice riproposizione di censure già esaminate correttamente. L'imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Manomissione del cronotachigrafo: l’azienda risponde della multa
La Polizia Stradale ha sanzionato un autista per aver alterato il tachigrafo con un magnete, risultando a riposo durante la guida. Gli agenti hanno multato anche l'azienda di trasporti per aver consentito la circolazione del mezzo manomesso. La società ha fatto ricorso, sostenendo di essere esente da responsabilità avendo fatto svolgere corsi di formazione al dipendente. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto l'opposizione dell'impresa. I giudici hanno chiarito che la manomissione del cronotachigrafo comporta una responsabilità propria dell'azienda per omessa vigilanza. La semplice frequenza di corsi teorici non basta a escludere la colpa datoriale se mancano verifiche costanti sui veicoli, soprattutto in presenza di precedenti violazioni dell'autista sui tempi di riposo. L'azienda deve pagare la sanzione.
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Infedeltà del commercialista: il Fisco condanna l’omesso controllo
Una società e i suoi soci hanno subito accertamenti fiscali per imposte non dichiarate e non versate a causa dei reati commessi dal proprio consulente contabile, condannato penalmente. I contribuenti ritenevano che la condanna penale del professionista li esonerasse dalle imposte, dalle sanzioni e dai termini di decadenza per la detrazione dell'IVA. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei contribuenti. L'infedeltà del commercialista non cancella il debito tributario né riapre i termini per detrarre l'imposta. Inoltre, la condanna penale dell'intermediario non basta per annullare le sanzioni amministrative se il contribuente non dimostra un controllo effettivo e diligente sul mandatario.
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Sequestro penale ed esimente della forza maggiore: no allo sconto
Un contribuente ha impugnato le sanzioni collegate a una cartella di pagamento per omesso versamento Irpef su redditi a tassazione separata. Il ricorrente ha invocato l'esimente della forza maggiore a causa del preventivo sequestro penale del proprio patrimonio, il quale avrebbe causato una totale impossibilità economica di adempiere al debito tributario. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la piena legittimità delle sanzioni irrogate dall'Agenzia delle Entrate. I giudici hanno chiarito che il blocco patrimoniale derivante da vicende penali riconducibili al contribuente e la conseguente crisi di liquidità non integrano un evento imprevedibile e irresistibile. Il contribuente deve quindi pagare integralmente le sanzioni fiscali e le spese processuali.
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Tentata estorsione in famiglia: violenza e condanna penale
Un uomo ha aggredito fisicamente la madre per costringerla a consegnargli del denaro. La difesa ha sostenuto l'impunità del soggetto invocando la tutela prevista per i fatti commessi contro congiunti e l'attenuante economica della speciale tenuità del danno. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione in famiglia. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza fisica esclude qualsiasi causa di non punibilità verso i parenti, anche per i soli delitti tentati. Inoltre, la richiesta di cifre modeste non costituisce danno lieve quando colpisce una persona in condizioni economiche disagiate.
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Revoca del difensore di fiducia: processo senza rinvio
Un uomo subiva una condanna per lesioni personali lievissime verso la proprietaria di un terreno. Durante il processo, l'imputato dichiarava a verbale la revoca del difensore di fiducia e ne nominava uno nuovo non presente. Il giudice nominava un sostituto d'ufficio e proseguiva il dibattimento senza concedere rinvii d'ufficio. L'imputato impugnava la condanna lamentando la violazione dei diritti di difesa, l'omesso avviso al nuovo legale e il mancato riconoscimento della legittima difesa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revoca del difensore di fiducia decisa liberamente in udienza non attribuisce un diritto automatico al rinvio del processo, restando onere del nuovo difensore richiedere espressamente il termine a difesa.
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Diffamazione e diritto di critica: i limiti nell’esposto
Un Consigliere Comunale ha inviato un esposto a diversi enti pubblici criticando duramente l'operato di un'Ispettrice regionale incaricata di verificare la gestione delle auto municipali. Nel documento, l'autore ha accusato la funzionaria di aver svolto una finta ispezione per salvare l'amministrazione, definendola inadeguata e spreco di risorse pubbliche. Condannato in appello, l'autore ha invocato la libertà di espressione. La Corte di Cassazione ha affrontato il tema del confine tra diffamazione e diritto di critica. I giudici hanno dichiarato prescritto il reato agli effetti penali, ma hanno confermato la responsabilità civile dell'autore per aver superato il limite della continenza con attacchi personali denigratori, condannandolo a rifondere le spese legali.
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Sanzioni tributarie e intermediario infedele: la colpa resta
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a una società per indebita detrazione IVA e relative penalità. L'azienda ha contestato esclusivamente le sanzioni, sostenendo la totale responsabilità del proprio commercialista, già denunciato penalmente prima dell'inizio delle verifiche tributarie. I giudici di secondo grado hanno accolto la tesi difensiva della società, ritenendola all'oscuro delle manovre fraudolente. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito della lite, accogliendo il ricorso dell'Erario. Il tema centrale riguarda il rapporto tra sanzioni tributarie e intermediario infedele: la Suprema Corte ha stabilito che la sola denuncia penale o l'assenza di firma sugli atti non bastano a sollevare il contribuente. È infatti obbligatorio fornire la prova documentale di aver vigilato con diligenza sull'operato del professionista delegato.
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Forza maggiore sanzioni tributarie: crediti PA e IMU
Un'Azienda Sanitaria privata ha impugnato le sanzioni e gli interessi applicati dal Comune per il mancato pagamento dell'imposta municipale sugli immobili (IMU). La società ha sostenuto che la grave crisi di liquidità derivava dai cronici ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione committente, invocando la causa di non punibilità della forza maggiore sanzioni tributarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando la piena legittimità delle sanzioni. I giudici hanno chiarito che le difficoltà economiche dell'impresa, anche se provocate da crediti insoluti verso enti pubblici, non integrano la nozione di forza maggiore, la quale richiede un evento imprevedibile e irresistibile tale da annullare ogni controllo del soggetto.
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Sanzioni tributarie e forza maggiore: stop alle scuse sui debiti PA
Una società sanitaria privata non versa l'imposta municipale sugli immobili (IMU). L'ente comunale notifica un avviso di accertamento applicando sanzioni e interessi. L'azienda contesta le penalità economiche sostenendo la sussistenza dell'esimente per sanzioni tributarie e forza maggiore. L'impresa attribuisce il mancato pagamento a una grave carenza di liquidità provocata dai ritardi cronici della Pubblica Amministrazione nel saldare i crediti per le prestazioni sanitarie erogate. La Corte di Cassazione respinge il ricorso della contribuente. I giudici stabiliscono che la mancanza di fondi, anche se causata da debitori pubblici, costituisce un evento prevedibile legato al rischio d'impresa e non cancella la colpevolezza nell'omesso versamento.
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