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Dies A Quo — Anno 2026

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401 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Dies A Quo

Provvedimenti

Tentato furto: inammissibilità del ricorso per cassazione
Il caso riguarda un uomo condannato per molteplici episodi di tentato furto. La Corte d'appello aveva dichiarato prescritto un capo d'accusa e ridotto la pena complessiva. L'imputato ha proposto ricorso, ma la Corte di Cassazione ha rilevato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Innanzitutto, la difesa ha depositato una memoria difensiva oltre il termine di quindici giorni liberi prima dell'udienza. Inoltre, i motivi d'appello relativi alla particolare tenuità del fatto e al trattamento sanzionatorio erano del tutto generici. Infine, la richiesta di applicare lo stato di necessità mirava solo a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati in sede di merito. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Riliquidazione della pensione: il ritardo cancella i diritti
Un pensionato ha contestato la decorrenza della propria pensione di anzianità stabilita dall'Inps, chiedendo la riliquidazione della pensione per ottenere le mensilità arretrate. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, dichiarando l'azione inammissibile per decorrenza dei termini. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione d'appello, rigettando il ricorso del pensionato. I giudici hanno chiarito che la decadenza triennale si applica anche alle azioni di riliquidazione della pensione già in essere. Poiché il trattamento era decorso prima dell'entrata in vigore della riforma del 2011, il termine di tre anni ha iniziato a decorrere dal 6 luglio 2011 ed è scaduto prima del deposito del ricorso giudiziario, avvenuto solo nell'ottobre 2014. Il pensionato perde definitivamente la causa.
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Concessione abusiva del credito: il garante si salva dal debito
Una banca ha richiesto il pagamento di oltre un milione di euro a un fideiussore per i debiti di una società poi fallita. Il fideiussore si è difeso contestando la concessione abusiva del credito da parte dell'istituto finanziario, che avrebbe continuato a finanziare la società nonostante la crisi evidente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fideiussore, stabilendo che quest'ultimo può difendersi dimostrando che la banca ha agito con colpa. La condotta negligente della banca, infatti, riduce o annulla il debito del garante. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Recidiva infraquinquennale: condanna per nuova occupazione
L'Imputata ha proposto ricorso contro la sentenza d'appello che confermava la sua condanna per occupazione abusiva di immobili, applicando l'aggravante della recidiva infraquinquennale. La difesa contestava il calcolo dei cinque anni e l'omogeneità dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione della recidiva infraquinquennale, il termine di cinque anni decorre dal passaggio in giudicato della precedente condanna e non dalla data di commissione del reato anteriore. Inoltre, ha confermato che i reati sono della stessa indole se presentano caratteri comuni concreti. L'Imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Opposizione allo stato passivo: vince il lavoratore sul termine
Un lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo dell'ente datore di lavoro in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il pagamento di retribuzioni arretrate. Il Tribunale ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo, calcolando il termine di trenta giorni dal generico deposito in cancelleria dello stato passivo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine per l'opposizione allo stato passivo decorre esclusivamente dal giorno in cui la comunicazione del deposito viene effettivamente notificata al difensore presso il domicilio eletto, e non dalla data del mero deposito in cancelleria o da comunicazioni non recapitate. Di conseguenza, il ricorso del lavoratore è stato dichiarato tempestivo e la causa è stata rinviata al Tribunale per l'esame del merito del credito.
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Canone vile all’asta: l’inquilino deve risarcire l’acquirente
Un'azienda acquista un capannone industriale all'asta fallimentare, ma lo trova occupato da un inquilino con un contratto d'affitto a canone vile, pari a circa un quarto del valore reale. L'acquirente chiede che la locazione sia dichiarata inopponibile e pretende il risarcimento dei danni. La Cassazione stabilisce che la sentenza che accerta il canone vile ha natura dichiarativa. Di conseguenza, i suoi effetti retroagiscono al momento dell'acquisto del bene. L'inquilino che continua a occupare l'immobile commette un illecito e deve risarcire la differenza tra il canone corretto e quello irrisorio per tutto il periodo di occupazione abusiva, a prescindere dalla data di avvio della causa.
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Rimborso imposte e decorrenza interessi: vince il contribuente
Una società contribuente riceveva un accertamento fiscale per costi imputati all'anno sbagliato. Dopo aver pagato le somme tramite definizione agevolata, chiedeva il rimborso delle imposte versate due volte. Il Fisco riconosceva il rimborso ma contestava la data di inizio degli interessi. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado stabiliva che gli interessi decorressero solo dalla sentenza definitiva. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del contribuente, stabilendo un principio fondamentale sul rimborso imposte e decorrenza interessi: gli interessi hanno natura compensativa e decorrono dal secondo semestre successivo alla data del versamento originario, non dalla sentenza. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Truffa contrattuale: l’assegno a vuoto non fa scadere la querela
Il Tribunale di Bari aveva dichiarato improcedibile per tardività della querela il reato di truffa contestato a un soggetto che aveva consegnato un assegno a vuoto alla vittima. Il giudice di merito aveva calcolato il termine per querelare dalla data del protesto dell'assegno. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che in caso di truffa contrattuale il termine per presentare la querela decorre solo da quando la vittima acquisisce la piena e certa consapevolezza del raggiro. Nel caso di specie, l'imputato aveva continuato a rassicurare falsamente la vittima dopo il protesto, mantenendola in errore. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza, ordinando un nuovo giudizio.
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Distanze legali tra costruzioni: tettoia demolita senza usucapione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei proprietari di una tettoia abusiva, confermando l'ordine di demolizione per violazione delle distanze legali tra costruzioni. I ricorrenti non sono riusciti a dimostrare il possesso ventennale necessario per l'usucapione del diritto a mantenere il manufatto a distanza inferiore a quella di legge, in quanto le foto aeree del 1977 non mostravano la tettoia e i testimoni sono stati ritenuti inattendibili. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità della loro domanda di demolizione del garage della confinante, poiché proposta per la prima volta in appello e quindi qualificata come domanda nuova vietata.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: svista contro opinione
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Corte di Cassazione. Sosteneva che i giudici avessero ignorato la prova della tardività dell'appello del Procuratore Generale, basandosi su un'attestazione di cancelleria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'errore contestato non era una svista materiale (errore percettivo), ma riguardava l'interpretazione giuridica del valore probatorio di quel documento. Il ricorso straordinario per errore di fatto non può essere utilizzato per contestare valutazioni di diritto o interpretazioni di atti, né può basarsi su documenti esterni al processo originario. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tassa rifiuti: la decadenza annulla l’accertamento tardivo
Un ente gestore di una scuola (Il Contribuente) ha impugnato un avviso di accertamento TARSU 2011 e TASI 2012, notificato a dicembre 2017. Il Contribuente eccepiva la decadenza del potere di accertamento per l'annualità 2011. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente al 2011. Ha stabilito che l'obbligo di denuncia TARSU per occupazioni anteriori al 19 gennaio sorge entro il 20 gennaio dello stesso anno (2011). Di conseguenza, il termine di cinque anni per la notifica dell'accertamento scadeva il 31 dicembre 2016. Essendo l'atto stato notificato a dicembre 2017, la pretesa per il 2011 è decaduta. La Corte ha quindi sancito l'annullamento dell'atto per tale annualità, confermando invece la validità per il 2012. La decisione evidenzia l'importanza della decadenza accertamento tributi locali.
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Indennizzo per beni confiscati: gli eredi perdono contro lo Stato
Gli Eredi di alcuni soci di aziende agricole confiscate all'estero hanno chiesto allo Stato italiano un indennizzo per beni confiscati. Il Tribunale ha accolto solo in parte la domanda, decisione poi confermata dalla Corte d'Appello. Gli Eredi hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la stima dei terreni e la data di decorrenza degli interessi e del maggior danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ha chiarito che la valutazione del giudice di merito sulle prove e sulla stima dei beni è insindacabile se ben motivata. Inoltre, ha stabilito che gli interessi e il maggior danno decorrono solo dalla domanda giudiziale o dalla formale messa in mora dell'Amministrazione, e non dalla prima richiesta amministrativa. Gli Eredi hanno perso la causa e devono pagare le spese processuali.
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Prezzo della corruzione: stipendio reale o tangente mascherata?
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un presunto sistema corruttivo tra pubblici ufficiali e imprenditori per l'assegnazione di appalti pubblici. Al centro della vicenda vi è la natura delle utilità fornite, in particolare l'assunzione della figlia di un funzionario da parte di una società terza. I giudici hanno stabilito che, per determinare il momento consumativo del reato e la conseguente prescrizione, occorre verificare se il rapporto di lavoro fosse reale o fittizio. Se il lavoro è effettivo, lo stipendio non costituisce il prezzo della corruzione, ma una lecita retribuzione, anticipando la prescrizione. La Corte ha quindi annullato con rinvio la sentenza per l'Imprenditore e il Funzionario limitatamente alle statuizioni civili e alla confisca, rigettando nel resto i ricorsi.
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Sospensione della prescrizione Covid-19: quando non si applica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Parte Civile contro la sentenza d'appello che aveva dichiarato prescritto il reato di appropriazione indebita contestato all'Imputato. La ricorrente lamentava il mancato calcolo dei sessantaquattro giorni di sospensione previsti dall'emergenza sanitaria. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione della prescrizione Covid-19 non si applica in modo automatico a tutti i processi pendenti, ma solo a quelli con udienze o scadenze fissate tra il 9 marzo e l'11 maggio 2020. Poiché nel caso specifico la prima udienza si era tenuta solo a fine 2021, la sospensione non era applicabile e il reato era già estinto. La Parte Civile è stata condannata alle spese.
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Ditta chiusa ma condanna per occultamento di scritture contabili
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e sei mesi di reclusione per l'Amministratore di Fatto di una cooperativa, ritenuto responsabile del reato di occultamento di scritture contabili. L'imputato aveva fatto sparire i documenti contabili per evadere le tasse. La difesa sosteneva che l'obbligo di conservazione fosse cessato con la liquidazione della società nel 2014 e che il reato fosse prescritto. I giudici hanno invece stabilito che l'obbligo di conservare i registri dura dieci anni anche dopo la chiusura dell'attività. Inoltre, trattandosi di un reato permanente, la prescrizione inizia a decorrere solo al termine della verifica fiscale, avvenuta nel 2016. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Continuazione nei reati: tra legame mafioso e autonomia
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione nei reati tra diverse condanne irrevocabili per associazione mafiosa, estorsione e associazione finalizzata al narcotraffico. La Corte d'appello ha respinto la richiesta, ritenendo l'associazione per il narcotraffico un'evoluzione successiva e autonoma rispetto al sodalizio mafioso. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio, stabilendo che il giudice dell'esecuzione non puo ignorare un precedente riconoscimento della continuazione nei reati in sede esecutiva senza fornire un'espressa e logica motivazione. Il giudice dovra quindi riesaminare il caso valutando la reale operativita e la contiguita temporale e programmatica dei diversi sodalizi criminosi.
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Uso esclusivo del bene comune: quando non si paga l’affitto
Una complessa vicenda di divisione ereditaria vede contrapposti diversi coeredi sul rendiconto della gestione di alcuni immobili. Alcuni comproprietari accusavano il coerede gestore di aver sfruttato i beni in via esclusiva, pretendendo il pagamento di un affitto figurativo anche per gli immobili rimasti improduttivi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei coeredi, confermando che l'uso esclusivo del bene comune da parte di un comproprietario non genera automaticamente un danno per gli altri se questi ultimi sono rimasti inerti. Il risarcimento o la restituzione dei frutti e dovuto solo se gli altri comproprietari hanno chiesto di usare direttamente il bene e cio e stato loro negato, oppure se il gestore ha effettivamente incassato degli affitti. Nel caso specifico, il gestore deve restituire solo i frutti effettivamente percepiti e documentati a partire dalla prima richiesta formale di rendiconto.
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Risarcimento danni per perdita di chance: colpa senza danno
La controversia nasce all'interno di un raggruppamento temporaneo di imprese per la costruzione di una funivia. La Società Mandante accusa la Società Mandataria di non aver presentato tempestivamente le riserve per lavori aggiuntivi di consolidamento, facendole perdere il relativo credito. La Corte d'Appello, pur accertando l'inadempimento della mandataria, rigetta la domanda di risarcimento per mancanza di prove sul danno. La Corte di Cassazione conferma questa decisione dichiarando il ricorso inammissibile. Gli Ermellini ribadiscono che, nei casi di risarcimento danni per perdita di chance, spetta al danneggiato dimostrare che, se l'azione omessa fosse stata compiuta, vi sarebbe stata un'elevata probabilità di accoglimento della richiesta da parte della pubblica amministrazione. Vince la Società Mandataria, mentre la Società Mandante perde e deve pagare le spese di giudizio.
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Opposizione tardiva a decreto ingiuntivo: decide il click online
Due fratelli si scontrano per la gestione del patrimonio dei genitori. Il Creditore ottiene un decreto ingiuntivo contro Il Debitore per oltre 224.000 euro. La notifica viene effettuata presso la vecchia residenza del Debitore, dove vive ancora la moglie separata. Il Debitore propone un'opposizione tardiva a decreto ingiuntivo, sostenendo che la notifica fosse inesistente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che la notifica a un indirizzo collegato al destinatario è solo nulla e non inesistente. Inoltre, il termine di quaranta giorni per l'opposizione decorre dal momento in cui il difensore del Debitore ha avuto accesso al fascicolo telematico, entrando così nella sua sfera di conoscibilità. L'opposizione è stata quindi dichiarata inammissibile perché tardiva.
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Responsabilità della banca: l’assegno irregolare non crea il danno
Un creditore ottiene un decreto ingiuntivo contro un debitore insolvente. Scopre poi che gli assegni non trasferibili usati per pagare un immobile erano stati incassati sul conto della moglie del debitore presso un istituto di credito. La Corte d'Appello condanna la banca al risarcimento, ritenendo che l'accredito su conto diverso violasse le norme antiriciclaggio e sugli assegni. La Cassazione annulla la decisione, escludendo la responsabilità della banca. La Corte chiarisce che le norme violate non sono destinate a proteggere la garanzia patrimoniale dei creditori. Di conseguenza, manca il nesso causale tra la condotta della banca e il danno subito dal creditore. Inoltre, occorre verificare se il termine di prescrizione fosse già decorso partendo dal momento dell'incasso dei titoli.
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