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Recidiva infraquinquennale: condanna per nuova occupazione

L’Imputata ha proposto ricorso contro la sentenza d’appello che confermava la sua condanna per occupazione abusiva di immobili, applicando l’aggravante della recidiva infraquinquennale. La difesa contestava il calcolo dei cinque anni e l’omogeneità dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per l’applicazione della recidiva infraquinquennale, il termine di cinque anni decorre dal passaggio in giudicato della precedente condanna e non dalla data di commissione del reato anteriore. Inoltre, ha confermato che i reati sono della stessa indole se presentano caratteri comuni concreti. L’Imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 23381 Anno 2026
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Pubblicato il 12 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Come funziona la recidiva infraquinquennale nei reati di occupazione

La legge penale punisce con maggiore severità chi dimostra una spiccata tendenza a delinquere. Questo fenomeno si manifesta chiaramente attraverso la recidiva infraquinquennale, una circostanza aggravante che comporta un aumento della pena per chi commette un nuovo reato entro cinque anni da una precedente condanna definitiva. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha chiarito i criteri esatti per calcolare questo termine temporale e per definire quando due reati si considerano della stessa indole, confermando la condanna per un’imputata accusata di occupazione abusiva di immobili.

Il caso concreto: la contestazione dell’occupazione abusiva

La vicenda nasce dall’occupazione di un immobile da parte di un soggetto, identificato come L’Imputata. Questa condotta viola l’articolo 633 del codice penale, che punisce l’invasione di terreni o edifici. L’Imputata aveva già subito una condanna definitiva nel 2018 per lo stesso tipo di reato. Successivamente, nel 2021, L’Imputata ha avviato una nuova occupazione abusiva. I giudici di merito hanno ritenuto che questa seconda condotta dimostrasse una maggiore pericolosità sociale. Per questo motivo, hanno applicato l’aggravante della recidiva. La difesa dell’Imputata ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. Il difensore sosteneva che i cinque anni dovessero essere calcolati diversamente. Inoltre, la difesa affermava che i due episodi di occupazione fossero diversi per contesto e durata, escludendo quindi la stessa indole dei reati.

Come si calcola il termine dei cinque anni

Il punto centrale della discussione giuridica riguarda il momento di inizio del calcolo dei cinque anni. La difesa sosteneva che si dovesse guardare alla data di commissione del primo reato. La Corte di Cassazione ha invece respinto questa tesi, confermando un orientamento ormai consolidato. Il calcolo del quinquennio non parte dal giorno in cui il soggetto ha commesso il primo reato. Il termine inizia a decorrere esclusivamente dal giorno in cui la prima sentenza di condanna diventa irrevocabile, ovvero passa in giudicato. Questo momento rappresenta il punto di partenza ufficiale per valutare la condotta futura del colpevole. Se il nuovo reato avviene entro i cinque anni successivi a questa data, scatta inevitabilmente l’aggravante. Nel caso specifico, la condanna precedente era diventata definitiva nel novembre del 2018, mentre la nuova condotta era iniziata nel 2021. Di conseguenza, il nuovo reato è stato commesso ampiamente entro il limite dei cinque anni.

Le motivazioni della Cassazione sulla recidiva infraquinquennale

Nelle sue motivazioni sulla recidiva infraquinquennale, la Suprema Corte ha affrontato anche il concetto di reati della stessa indole. La difesa sosteneva che i due reati non fossero omogenei a causa del diverso contesto emergenziale e della differente durata delle condotte. I giudici di legittimità hanno chiarito che due reati appartengono alla stessa indole non solo quando violano la medesima norma di legge. Rientrano in questa categoria anche i reati che presentano caratteri comuni concreti. Questi caratteri emergono dalla natura dei fatti o dai motivi che hanno spinto il soggetto a delinquere. Nel caso dell’Imputata, entrambi gli episodi riguardavano l’occupazione abusiva di immobili. La Corte ha ritenuto che la ripetizione della condotta a breve distanza di tempo dimostrasse una chiara e persistente propensione a violare la legge, giustificando così l’applicazione dell’aggravante.

Le conclusioni della Suprema Corte sul ricorso dell’imputata

Nelle sue conclusioni sul ricorso dell’imputata, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno ritenuto i motivi di impugnazione generici e manifestamente infondati. La Corte di appello aveva già motivato in modo logico e completo la decisione, senza cadere in contraddizioni. Di conseguenza, L’Imputata perde definitivamente la causa. La decisione comporta l’obbligo per L’Imputata di pagare le spese del procedimento giudiziario. Inoltre, a causa della manifesta infondatezza del ricorso, i giudici hanno condannato L’Imputata al pagamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa pronuncia ribadisce la linea dura della giurisprudenza contro la reiterazione di reati contro il patrimonio e l’ordine pubblico.

Da quando si calcolano i cinque anni per la recidiva infraquinquennale?
Il termine di cinque anni inizia a decorrere dal giorno in cui la precedente sentenza di condanna diventa definitiva, e non dalla data in cui è stato commesso il primo reato.

Cosa si intende per reati della stessa indole?
Si tratta di reati che presentano caratteri comuni concreti per la loro natura o per i motivi che hanno spinto il soggetto a commetterli, anche se violano norme diverse.

Quali sono le conseguenze se il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Il ricorrente perde definitivamente la causa, la condanna precedente diventa irrevocabile e si applica l’obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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